L’agricoltura industriale e il suo impatto sull’ambiente

L’aumento della popolazione, la richiesta sempre crescente di derrate alimentari, ha portato inevitabilmente ad una rapida riorganizzazione di alcune infrastrutture, come quella agricola, che si è dovuta adattare conseguentemente alla nuova compagine sociale. Ad una domanda sempre maggiore del mercato, il settore agricolo ha dovuto “reinventarsi” soprattutto per quanto riguarda l’adozione di sistemi di produzione più rapidi ed efficaci. Vale a dire sistemi che prevedano l’utilizzo di fertilizzanti sintetici all’azoto che mirano ad incrementare la crescita delle piante.
L’azoto è un componente essenziale per la vita sulla terra: le piante assorbono azoto dal terreno e gli animali a loro volta si nutrono delle piante. Quando muoiono e si decompongono, l’azoto ritorna al suolo e viene trasformato dai batteri. Questa ciclicità, che prende il nome di “Ciclo dell’azoto”, può tuttavia essere compromessa, se si ricorre ad espedienti nocivi, come appunto i già citati fertilizzanti sintetici, o a metodi di coltivazione che non rispettano la naturale ricomposizione del terreno, in seguito al tradizionale ciclo di rotazione periodica delle culture.
L’agricoltura industriale moderna ha sconvolto questo antico equilibrio ecologico, già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando negli USA si è cercato di incentivare al massimo la produzione di cibo, con l’obiettivo di mantenere prezzi bassi e incoraggiare le esportazioni.
Oggi molte attività agricole potrebbero ritrovarsi con un deficit economico enorme se non fosse per il sostegno dei contribuenti, che favoriscono l’attuazione di pratiche altamente nocive e particolarmente dispendiose. 
Per produrre una sola caloria di cibo addirittura il settore agricolo consuma circa 10 kcal di energia ricavata dai carburanti fossili.
Ciò che però fu quasi totalmente ignorato, negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, è il fatto che l’utilizzo dei fertilizzanti all’azoto stimola non soltanto la crescita delle piante, ma conseguentemente anche quella dei batteri che vivono nel suolo e che sono “affamati” di carbonio. Ecco perché la distribuzione rapida di fertilizzante porta ad una riproduzione ancor più spedita di questi batteri che assorbono senza freno il carbonio, lasciandone il terreno privo.

I fertilizzanti all’azoto finiscono poi nei corsi d’acqua che, riempiti di nutrienti, permettono la crescita di alghe nelle aree in cui sfociano. Quando le alghe muoiono, la loro decomposizione sottrae l’ossigeno all’acqua, provocando danni enormi alla fauna acquatica e dando vita a quelle che vengono definite “zone morte”.
Al Gore paragona l’attuale utilizzo dei fertilizzanti sintetici all’azoto al patto stipulato da Faust col diavolo. Ed effettivamente non ha tutti i torti! 
Addirittura alcune aree del globo presentano terreni talmente degradati che è necessaria non una diminuzione, ma un aumento della fertilizzazione.

Il settore agricolo nello specifico del continente Europeo

Entrando nel dettaglio della zona europea, secondo alcuni studi condotti dall’Agenzia europea dell’ambiente, l’attività agricola risulta meno interessante come attività economica e soltanto il 39% del suolo del continente risulta effettivamente adibito ad uso agricolo.
Il settore utilizza gran parte delle risorse naturali e le conseguenze di uno sfruttamento così massiccio sono inevitabili:

  • Il 94% delle emissioni di ammoniaca in Europa, sono derivate direttamente dall’agricoltura;
  • Mediante l’irrigazione, l’agricoltura esercita forti pressioni sulle risorse idriche rinnovabili, tanto che circa il 50% dell’acqua utilizzata in Europa è destinata al settore;
  • L’agricoltura è una delle principali fonti di nitrati nelle acque superficiali o sotterranee;

Accanto a questi fattori di rischio ambientali, vanno ad aggiungersi anche altri cambiamenti di tendenza soprattutto relativi al consumo, in crescita, della carne rossa. In media per produrre mezzo chilo di carne, servono oltre 3 chili di proteine vegetali e quasi 22,8 metri cubi d’acqua.

Il consumo pro capite della carne è aumentato di circa il 50% negli ultimi 50 anni, soprattutto nei paesi sviluppati. 
Il tutto, ovviamente, accompagnato da un elevatissimo consumo di energia, proveniente da combustibile fossile, necessaria per far muovere l’intera macchina di produzione alimentare e da una conseguente impennata delle emissioni di CO2.Gli impatti legati, dunque, alle emissioni provenienti dagli impianti di allevamento industriali, insieme a quelli strettamente connessi al settore agricolo, hanno peggiorato in maniera irrimediabile l’ecosistema globale.

La scelta dell’Europa

Tuttavia, nonostante gli impatti devastanti all’ambiente, causati prevalentemente dal settore agricolo, l’Unione Europea, ha adottato alcune misure di contenimento dei rischi. 
Una di queste prende il nome di Direttiva Nitrati, firmata nel 1991 dagli Stati membri dell’Unione mira a proteggere la qualità delle acque prevenendo l’inquinamento di quelle sotterranee e di quelle superficiali provocato dai nitrati utilizzati in agricoltura. 
Ogni quattro anni, la Commissione europea redige una relazione sull’attuazione della direttiva e delle buone pratiche agricole da attuare nel rispettivo territorio nazionale. 
La direttiva, inoltre, consente agli Stati di derogare al limite di 170 kg di azoto per ettaro all’anno soltanto in condizioni specifiche, come stagioni di crescita prolungate o elevate precipitazioni. 
La misura adottata, sebbene rappresenti un piccolo segnale di risposta al cambiamento climatico, ha mostrato fin da subito la volontà da parte degli Stati membri di migliorare la qualità del settore agricolo industriale. 
Nell’Unione Europea migliora la qualità delle acque e cresce l’efficacia dei programmi d’azione. Nonostante la riduzione del numero di capi d’allevamento e nell’uso di fertilizzanti fornisca un importante contributo in termini di riduzione di pressione ambientale, le attività agricole costituiscono ancora oggi un’importante fonte di azoto per le acque superficiali.
Indubbiamente la direttiva rappresenta soltanto un piccolo tassello nella lotta al cambiamento climatico che, si spera, entro il più breve tempo possibile, possa concludersi in maniera vittoriosa.

Fonti

Bibliografia

Al Gore, La scelta. Come possiamo risolvere la crisi climatica, Rizzoli, 2009