(Non) è un secolo per single: perché siamo sempre più soli?

Se c’è una cosa che la domanda “E la/il fidanzatina/o?” alle cene di famiglia ci ha insegnato è che tutti si aspettano che i giovani si sposino.
Peccato che i giovani deludano questa aspettativa sempre di più: complici la sfiducia nelle istituzioni, il precariato fino a età adulta, la situazione economica di grande crisi che investe Stato e relativi cittadini, il matrimonio resta l’ultimo pensiero per molti. Solo settimana scorsa i cori dalla manifestazione anti DDL ZAN criticavano come le unioni tra due persone dello stesso sesso siano contronatura: possiamo davvero biasimare allora coloro che, sia in Italia che in Europa, scelgono di stare “soli” agli occhi dei più?

Perché il matrimonio non “va”: altre priorità

Spesso viene citato come motivo una presunta “perdita di valori”, ma le ragioni sono ben più gravi: una è sicuramente il costo elevato della vita in due e della non congruenza con quanto si guadagni.                                                                           
Secondo Eurostat il 31% dei giovani italiani nella fascia 20-30 anni nel 2014 era disoccupato e il 75% dei contratti di lavoro che firmavano erano temporanei. 
Secondo gli ultimi dati Istat post Covid la disoccupazione giovanile e il precariato è ora al 30%, in aumento di 1,3 punti rispetto a dicembre 2019. 
La situazione non fa che alimentare una spirale di sfiducia nel mercato del lavoro e nelle istituzioni che non hanno coperto le spalle neanche a chi, una volta perso un lavoro, non lo ha ricercato. 
Anche l’emancipazione è sempre più tardiva per questi motivi: gli studi vengono protratti, i giovani non lasciano casa fino a che non sentono di essere sicuri di potercela fare da soli: quasi il 40% dei giovani tra i 25 e 34 anni continua a vivere coi genitori, nel 1990, in pieni anni d’oro, erano solo il 25%. 
Come abbiamo visto nell’articolo sull’SDG5  “Uguaglianza di genere” c’è un legame tra istruzione e matrimonio: le donne che hanno la possibilità di studiare non si curano del matrimonio fino a studi conclusi, a volte non lo considerano neanche dopo gli studi o dopo aver trovato lavoro.
Dal recente rapporto Almalaurea tuttavia emerge che il tasso di occupazione a un anno dalla laurea si è ridotto rispetto al 2019, specie per il Sud e le donne, occupate secondo Eurostat per il 55,8%. 
Il nostro paese non vede molti fiori d’arancio anche perché i giovani sono spesso costretti a lasciarlo, in cerca di condizioni più favorevoli, sia per lavoro che per legarsi ad una persona. Nel 2018 a prendere questa decisione furono in 86.000.

La situazione matrimoni in Italia

Il Covid ha picconato una situazione già in crisi da anni: prima della pandemia il settore matrimoni aveva un valore pari al 2,5 del PIL nazionale e nel 2019 contava su un business da oltre 65 miliardi. 
Il calo del fatturato durante l’ultimo anno è stato del 70% per le aziende addette al wedding planning e il fatturato è crollato di 20 miliardi, mettendo in difficoltà oltre 560mila addetti. 
Le celebrazioni di matrimoni civili e religiosi intime, con un numero immensamente ridotto rispetto a quello programmato inizialmente, sono comunque avvenute per alcuni. Altri hanno invece rinunciato del tutto.
Questa tendenza è in crescita da qualche decennio: l’anno con più matrimoni celebrati in Italia fu il 1963, con circa 420 mila matrimoni, ma dagli anni 60 siamo passati da 4 milioni, a meno di 1,8 milioni attuali. 
Nel 2012 erano 2,6 milioni i giovani ad avere un coniuge, nel 2017 c’è stato un calo del 24%, il numero è quindi sceso a 2 milioni. 
Se poi ci confrontiamo con gli altri paesi europei e teniamo di conto il tasso di nuzialità (crude marriage rate) notiamo che il rapporto tra numero di matrimoni per mille abitanti è al 3,2 contro la media del 4,3 europea.

La situazione in Europa

La percentuale pari al 3,2 di matrimoni in relazione a 1.000 abitanti italiana è tra le più basse assieme a Slovenia, Lussemburgo e Portogallo, ultimo in classifica con un 3,1.
Nel 2017, i paesi dell’UE con la percentuale più alta furono Lituania e Romania, entrambi stabili a più del 7, seguiti da Cipro, Lettonia e Malta. 
Anche in tutta l’Europa, oltre che naturalmente in Italia, ci si sposa sempre più tardi: secondo i dati Eurostat i paesi in cui si celebrano nozze più tardi sono Svezia, Spagna, Danimarca, mentre ci si sposa prima in Est Europa, in Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Lituania e Croazia. 
Esiste un paese in cui la decrescita dei matrimoni è causata da uno squilibrio demografico: alla fine del 2014 in Cina vi erano 33 milioni di uomini in più rispetto alle donne. 
Nel mondo nascono in media 103/107 maschi ogni 100 femmine. Ma in Cina il rapporto medio sulla nascita era di 115,88 a 100.
La situazione è figlia di decenni di politica del figlio unico, una regola imposta dallo Stato: una coppia residente in zona rurale può averne un secondo solo se il primo fosse nato femmina, inizialmente una coppia di città non poteva avere più di un figlio (maschio), dal 2014 una piccola modifica consente di averne un secondo solo se uno tra i genitori è figlio unico. 
Secondo il ministero degli Affari civili cinese, 8,13 milioni di coppie hanno registrato i loro matrimoni nel 2020, un calo del 12% rispetto al 2019. 

Il caso paradossale della Cina

Oggi per i ragazzi cinesi accasarsi risulta quasi impossibile, ci sono troppi uomini e poche donne. Nel 2040 le stime contano di aver circa 44 milioni di “rami nudi” ovvero «uomini-avanzo» o GUANGGUN, come vengono chiamati gli uomini che non troveranno una partner per la vita e che alimentano di conseguenza il traffico delle persone, spesso donne e bambine di altri paesi asiatici rapite e vendute per schiave del sesso. 
Questo fenomeno è il lato opposto di quelle che venivano definite “donne avanzo”.
Oggi le signore senza marito sono signore che hanno studiato, che hanno trovato un lavoro agli apici d’azienda, avanti nella carriera e fiere della propria condizione di autosostentamento, mentre gli uomini avanzo sono spesso uomini delle classi più disagiate e lontani dalle aree sviluppate del Paese, con redditi bassi e basse aspettative di vita. 
Per cercare di spronare i giovani cinesi a sposarsi il Paese organizza servizi di matchmaking in tv ma sono i genitori stessi ad adoperarsi con iniziative come il Tempio del Cielo (incontri a quattro tra suoceri papabili) per combinare i propri figli, anche se il 50% di loro afferma di non avere fretta a legarsi.

La società dei consumisti e degli spreconi

A fine ‘800 Marx delineava i contorni del gigante che la società andava costituendo: una macchina che macina, produce, consuma ed è interessata all’acquisto di beni superflui e bisogni fittizi, spacciati per reali e necessari da pubblicità o fenomeni sociali.                                Questo ha portato al consumismo di cui, oggi, paghiamo le conseguenze: il “feticismo della merce”, teorizzato dal filosofo, si è manifestato come fenomeno di massa, subito dopo la seconda rivoluzione industriale.

Ritmi di consumo non più sostenibili

In una società del genere la produzione “produce” il consumo e non viceversa. “Produce” l’oggetto, la modalità e la spinta verso il consumo, ma non aspetta il meccanismo della domanda e dell’offerta, a cui bisogna tornare per produrre in modo più sostenibile, come sprona l’obiettivo 12 dell’Agenda 2030: produrre di più,con meno risorse, meglio spese. 

Si rivela, allora, necessario che tutti, in qualsiasi angolo di mondo, siano educati alla sostenibilità e ad uno stile di vita in linea con il proprio tempo e la natura in cui si trovano. 

La mancanza di educazione al consumo sostenibile ha portato a enormi sprechi.                   Basti pensare che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) diventa spazzatura ora dei commercianti, ora dei consumatori, perché scaduto o mal conservato.                                                                                                                                                          
Il cibo ha, quindi, un importante impatto ambientale, ma non è il solo bene che gestiamo male. Nella lista, infatti, troviamo anche energia e acqua, a cui abbiamo già fatto riferimento negli articoli sdg 6 e 7.                                                                                                                
Le risorse naturali necessarie alla vita sulla Terra sono a malapena sufficienti in questo momento, ma se la popolazione mondiale raggiungesse i 10 miliardi entro il 2050 saremmo costretti a cercare risorse su altri pianeti: ne servirebbero tre. 

Un ambiente in cui si produce, acquista, indossa e consuma male

In ambienti come la moda, in particolare la moda veloce e ad alto consumo, conosciuta come fast fashion, lo spreco di risorse e lo smaltimento errato di prodotti viaggia di pari passo.

In questo tipo di moda le aziende producono e vendono velocemente, i capi sono economici e ispirati all’alta moda. L’espressione fu coniata dal New York Times nel 1989 proprio all’apertura del negozio nella Grande Mela di uno dei colossi del settore: Zara.

Tuttavia, i danni che questa industria provoca sono enormi: secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, la fast fashion causa il 20% dello spreco globale dell’acqua ed emette, oltre ai gas serra, anche il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Per Ecowatch, ogni secondo, 1.4 milioni di litri d’acqua sono usati per poter realizzare 200+ paia di jeans, al prezzo di metà della quantità d’acqua di una piscina olimpionica. 

In un sistema, dove passano 15 giorni dall’ideare un capo al ritrovarlo in vendita sugli stand in negozio, la merce invenduta è tanta e non tutte le aziende hanno elaborato metodi di riciclo: nel 2018 H&M ha avuto una quantità di invenduto pari a 4 miliardi di dollari. Ogni secondo, infatti, un camion della spazzatura colmo di tessuti finisce in discarica stando ad un recente studio della Ellen McArthur Foundation.                                                
Il Summit della moda di Copenaghen ha riferito che le tonnellate di rifiuti solidi di cui la moda è responsabile sono 92 milioni ogni anno.

Spreco alimentare e consumo eccessivo

Lo spreco alimentare non è solo l’insieme dei prodotti scartati nella catena che li produce durante le sue prime fasi: il cibo è spesso sprecato a fine catena di produzione, quando si trova nei nostri frigo e nelle nostre dispense. Oltre all’impatto sull’ambiente dell’energia consumata per la produzione e la conservazione (30% del consumo totale di energia) troviamo dunque anche quello dei rifiuti.

Per uno sviluppo sostenibile è, quindi, necessario dover intervenire anche nell’educazione alimentare: i dati nel Food Waste Index Report 2021 e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) riferiscono che a buttare cibo sono le famiglie che scartano l’11% degli alimenti, mentre servizi e punti vendita ne sprecano tra il 2 e il 5%.                                            Sono, allora, le abitudini alimentari ad avere molte lacune: ogni anno vengono gettati 27 kg di cibo a testa, 74 kg a livello familiare.

Tuttavia, in Italia, secondo un’indagine di Coldiretti, la sensibilità in questione è considerevole: nel 2020, più di 1 italiano su 2 ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari, adottando diverse strategie, forse per effetto pandemia, dato che, come ci comunica il Waste Watcher International Observatory, nel 2019 gli italiani avevano sprecato l’11,78% in più.

È in questo contesto che risultano fondamentali iniziative come TooGoodToGo, piattaforma che mette a contatto clienti e ristoratori di ogni tipo che a fine giornata non hanno venduto quanto hanno prodotto e quindi lo svendono: un semplice gesto per contrastare la frana di quei 15 miliardi totali di euro che vale il cibo sprecato finora in Italia. 

Anche l’Onu considera fondamentale che i consumatori siano guidati e aiutati per ridurre gli sprechi in casa (che avvengono per errata conservazione, eccessivo acquisto, dimenticanza)  anche a fronte delle 690 milioni di persone colpite dalla fame nel 2019, e destinate ad aumentare a causa dell’emergenza sanitaria Covid di cui abbiamo trattato nell’articolo “Zero Hunger”.                               

Doing more with less            

Il principio guida del dodicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 intende spronare i produttori ad assumere ottiche sostenibili (prospettiva per cui in Italia possiamo ben sperare stando agli ultimi snodi del governo recente) e i consumatori a limitarsi ed essere più consapevoli dei costi di entrambe le parti.    

Miriamo al contrasto della povertà, nostra come del Pianeta, al miglioramento dello standard di vita (ridurre la fame e migliorare la salute) e allo sviluppo economico in un modello di economia circolare che chiude il ciclo di consumo e riciclo e ottimizza tempi e risorse, perché altri 3 pianeti dove andare ad estrarre quanto serve su questo non sono dietro l’angolo.  

Delivery, dobbiamo parlare.

Perché lo stop dei corrieri food e pacchi è un segnale d’allarme per l’economia e per il sociale.

Lockdown: pre e pro in ambito economico

Quando a inizio Marzo 2020 tuonò “parte il lockdown nazionale, restate a casa” molti italiani reagirono comprando online ciò che normalmente trovavano fuori casa: dai beni di prima necessità agli oggetti più particolari.
Qualsiasi necessità sarebbe arrivata per consegna.

Le abitudini d’acquisto degli italiani, quindi, cambiate ad inizio pandemia, nonostante un lieve rallentamento, ora si mantengono stabili.
Nel 2020, secondo l’indagine del portale Statista, sono stati 2,05 miliardi le persone al mondo ad avere acquistato online e le vendite ecommerce globali toccheranno, entro il 2023, quota 7 trilioni di dollari. 
Se a Marzo 2020 quasi l’80% di italiani, che hanno acquistato beni di largo consumo online, era obbligato a comportarsi così, ora sappiamo che la metà di questi continuerà a fare spesa sul web anche a pandemia conclusa (Nielsen Italia, 2020).
Il 26% di questi, infatti, acquista regolarmente su internet una volta a settimana. 

Tuttavia, alcuni settori dell’economia non erano pronti all’enorme aumento dell’e-commerce: motivo per cui alcune aziende, oggi, sottopongono i propri lavoratori a ritmi estenuanti, tenendo conto solo della domanda dei propri clienti. 
Questa situazione nel clima della GIG economy fiorisce.
In una GIG economy, infatti, il lavoro su richiesta tramite app consente di ottimizzare tempi con domanda e offerta che si relazionano ad alcuni algoritmi. Il lavoro è basato, però, sul luogo fisico (supermercato, ristorante ecc) e funziona in base al funzionamento del luogo stesso. 
Durante il lockdown questo meccanismo ha salvato o quantomeno ha tappato buchi ai ristoratori, che si vedevano impossibilitati a ospitare clienti (il compartimento food&grocery in condizioni normali frutta circa 2,5 miliardi di euro).
Non è un caso che, proprio la settimana scorsa (22 Marzo), si siano verificati due grandi scioperi nel mondo “delivery”: le consegne di pacchi da parte di Amazon e quella del food delivery, Glovo, Just eat ecc.

Il caso Riders

Per il 26 Marzo è stato indetto uno sciopero dei rider (fattorini) dei servizi AssoDelivery.
La situazione da sempre critica, si è esasperata con la pandemia, che ha fortemente incrementato rischi e ritmi. 
La protesta, dilagata in circa 30 città italiane, prevedeva che in quel giorno  non si doveva ordinare nulla da ristoranti e fast food, così da bloccare piattaforme come Glovo, Just eat, Deliveroo, ecc per aderire al “No delivery day”.
Durante le proteste i cori che si alzavano recitavano slogan come: “non siamo schiavi, siamo lavoratori”.
Tutto questo perché le trattative con AssoDelivery tardano a concludersi e, dopo 5 anni di lotte per i diritti e per la richiesta dell’applicazione di un contratto collettivo nazionale (così da essere riconosciuti come lavoratori), la società preferisce tergiversare e continuare a pagare multe. 
La Procura di Milano ha, infatti, notificato a quattro società del delivery che le posizioni dei propri ciclofattorini necessitano di regolarizzazione. 

I lavoratori di questo settore sono per lo più immigrati, che non hanno diritto, non avendo un contratto regolarizzato, a chiedere un documento per ottenere il permesso di soggiorno.
Il loro lavoro si basa su un sistema a cottimo, la paga è a consegna, tanto che alcuni rider denunciano un vero e proprio racket dietro questo meccanismo. Alcuni fattorini pagherebbero tra i 30 e i 50 euro al mese per ottenere un numero più elevato di ore di lavoro e di conseguenza più consegne. Per molti non c’è altra scelta, se si pensa che un fattorino su 5 è addirittura laureato. 
Il problema, infatti, riguarda ogni strato sociale.

Il  contratto collettivo dello scorso anno li qualifica come lavoratori indipendenti ma i fattorini sulle ruote, a tutti gli effetti, vivono in un clima di caporalato. 
Tra le richieste, dunque, troviamo un salario più alto o una paga minima, il riconoscimento di norme contrattuali fondamentali come la malattia, le ferie, il ricongiungimento con i familiari, la paga oraria fissa, il tfr, un monte ore minimo, oltre ai diritti sindacali di base, con cui al momento non esiste confronto.
Questo lavoro subordinato è pagato meno del reddito di cittadinanza, che non è un lavoro! 
La Cgil del Lazio ha fatto notare che, mentre in altri Paesi d’Europa molte aziende hanno già regolarizzato i propri ciclofattorini, rendendoli dipendenti e garantendo loro i diritti, in Italia continua ancora la malsana pratica dello sfruttamento. 

A questa situazione sembra voler trovare soluzione solo Just Eat che promette di rendere dipendenti i propri fattorini.

Il caso Amazon (o Ammazza On?)

“Ammazza On” recitavano gli striscioni dei lavoratori e dei fattorini Amazon che hanno protestato di fronte alle proprie sedi. 
Il 22 Marzo, dalle 7 di mattina, è iniziato il primo giorno di stop del colosso di Seattle, leader nell’e-commerce. 
Sono circa 16.500 le persone che lavorano per aziende rappresentate da Assoespressi. 
La richiesta ai clienti era di non comprare nulla online per 24 ore e l’adesione è stata circa del 75%. 
La situazione denunciata è figlia ancora una volta della pandemia e della noncuranza dei tempi che cambiano: i lavoratori lamentano turni e ripetitività del lavoro insostenibili, carichi di lavoro indecenti oltre a dolore fisico, indice dei disturbi degli arti superiori da lavoro, indicati con l’acronimo RSI (Repetitive Strain Injury) e dolore psicologico/stress.
Una giornata di lavoro inizia con la presa in carico dei pacchi da consegnare, fino a poco tempo fa tra i 160 e i 180, ma che in pandemia arrivano a picchi di più di 200. Un “buon” driver consegnerà questi colli (pacchi) in circa 6 minuti, seguendo l’algoritmo Amazon, un cattivo driver impiegherà più tempo nelle 95/100/130 fermate giornaliere. 
Le richieste che avanzano alla propria azienda sono di verificare i carichi di lavoro, modificare i turni, inquadramento professionale e riduzione delle ore di lavoro dei driver, oltre ad alcuni sgravi fiscali. 
Anche in questo caso la precarietà lavorativa è eccessiva e non è possibile che non ci siano relazioni sindacali stabili a mitigarne gli effetti. 

E se tutto crollasse?

Adesso che sappiamo cosa si nasconde dietro una pizza a domicilio o al pacco ordinato e arrivato in 24 ore, fermiamoci a riflettere.

Non dobbiamo dimenticare che durante il primo lockdown chi ci ha consegnato a domicilio cibo e altro è stato riconosciuto come lavoratore indispensabile e allora si devono cambiare le politiche e il trattamento di questi lavoratori, la cui dignità è sacrosanta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare nell’articolo “SDG8 Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?”. 

SDG 5 – Uguaglianza di genere

Quanti di noi ogni giorno giustificano atteggiamenti tossici perché possiedono il velo di familiarità e di sedimentato che porta con sé il concetto di norma? Quanto siamo indietro con il processo di sviluppo umano e sociale?

I dati ci danno una chiara risposta: molto e sarà così per almeno altri 108 anni dal punto di vista della disuguaglianza di genere. 

Dalla prima rilevazione avvenuta nel 2006 da parte del Global Gender Gap, il gap di genere (divario tra condizione di vita m e f) si è ridotto solo del 3,6% ma il peggioramento della condizione femminile per circa il 38% dei Paesi indagati è stato considerevole.

Disparità di genere: l’esperienza di chi non ne era conscia

Da bambina non ero al corrente di essere venuta al mondo con una innata discrepanza di genere. La disparità in cui vivevo mi veniva manifestata soprattutto nel luogo che dovrebbe essere il porto sicuro dei più piccoli: la scuola. 

Alle elementari il pomeriggio veniva gestito con attività ricreative: calcio, classe, giardino, tre gruppi in cui finivi casualmente. Sempre casualmente, io finivo nel gruppo calcio, io ballerina classica. 

Nel campetto da calcio vivevo i miei primi momenti di ostruzione di genere: “ragazzi fate le squadre”,“ragazze guardateli giocare”.
In quei pomeriggi assistevo anche alla prima femminista della mia vita: Valentina.
Amava il calcio e stare sullo stesso piano dei miei compagni, non accettava di stare in panchina, non voleva rispettare l’idea che il suo genere, socialmente impostato, si portava dietro. Così, a me non restava che guardare la sua personale e piccola rivoluzione, mentre mi nascondevo dietro un pino e giocando mi creavo delle storie. Ecco il motivo per cui Valentina gioca ancora a calcio mentre io ne sto scrivendo.

Valentina è stata la prima, nella mia vita, a dire “Non mi va di essere un gradino sotto, non mi piace la condizione in cui mi hanno messa.”

Gli ambienti in cui la disuguaglianza è accentuata sono sociale, economico e lavorativo

Rich and poor people with different salary, income or career growth unfair opportunity. Concept of financial inequality or gap in earning. Flat vector cartoon illustration isolated

È forse la stessa cosa che pensano le 12 milioni di bambine nel mondo che ogni anno si sposano prima di aver compiuto 18 anni: secondo Save the Children infatti il punto di snodo tra la giovane età e il matrimonio precoce sarebbe l’istruzione, bambine non istruite sono portate a fare questa scelta per la paura di rimanere gravide prima del matrimonio, per pressione familiare, per trovare stabilità economica. 

La condizione socialmente imposta di inferiorità si manifesta anche nell’immediato più vicino a noi.

Notiamo come una donna in Italia guadagni tra i 2500/9000 euro in meno rispetto ad un parigrado uomo (Pay Gender Gap), come una donna al supermercato, secondo stime del Times, Independent e Guardian, paghi circa il 40% in più rispetto ad un uomo: spicca il rincaro nei prodotti studiati appositamente per il sesso femminile. Pagherebbero in media dal 37 al 50% in più. Alcuni esempi? Una confezione da 8 rasoi femminili 2 sterline, 10 rasoi usa e getta marca Bic 1 sterlina; una penna Bic “per lei” una sterlina in più rispetto alla base; i jeans Levi’s 501 segnano addirittura un rincaro del 46% nella versione femminile. 

L’Italia è infatti penultima nella partecipazione femminile al mercato del lavoro: il nostro paese non sostiene le lavoratrici madri, circa il 73% delle dimissioni volontarie nel 2017 sono appunto di neomamme, solo una donna su due in età lavorativa è attiva, solo il 28% delle posizioni dirigenziali sono ricoperte da donne.  

In aggiunta a tutto questo c’è scontento nella scelta di percorso di studi: le donne sono demotivate a scegliere carriere nelle discipline matematiche perché la scelta sarebbe da alcuni etichettata come “poco femminile”, da ciò la segregazione ad alcuni ambiti di studio vincolati.

Possiamo consolarci se pensiamo che non siamo a soli ad essere rimasti indietro: possiamo però sconsolarci se scoprissimo che Paesi molto vicini (Francia, Belgio, Lussemburgo) applicano, secondo una relazione della Banca Mondiale, le stesse norme per uomini e donne.

Ecco allora spiegato perché le donne possiedono circa l’1% del patrimonio mondiale, occupano meno del 5% dei ruoli di capo di stato e ministri ma si fanno carico del 60% complessivo delle ore lavorative, pur guadagnando solo il 10% del reddito totale. (Jackson Moller Sorensen – Relazioni Internazionali, approf. Di Pererson/Runyan). 

Di fronte a tutto questo è impensabile che il cambiamento partirà proprio dagli ambiti tecnici e lavorativi: è necessaria una riforma mentale e sociale, il motto formulato dall’attivista nigeriana igbo Chimamanda Ngozi Adichie “we should all be feminists” nel suo saggio ha ora urgenza di diventare norma. 

La nuova ondata del femminismo: verso un’uguaglianza totalizzante e contro la norma

Eppure oggi è difficoltoso parlare di femminismo, specie agli adulti o in chi è sedimentata quest’ottica di disparità: è come voler parlare di fisica quantistica a chi non studia un problema matematico dal liceo, non ci capiremmo, ecco allora che guardiamo allo stesso mondo con due paia diversissimi di occhiali, siamo due tipi di ciechi differenti. 

Appare fondamentale il contributo che sta arrivando in questi ultimi tempi, in piena quarta ondata femminista dopo il movimento ME TOO, dal punto di vista comunicativo: tra gli studiosi spicca la scrittrice Michela Murgia che ha parlato della violenza contro le donne (dato sempre più preoccupante, circa il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza) ma secondo un ampio spettro: essa non comincerebbe dai gesti estremi di percosse o uccisione, prima del contatto fisico essa “è una cultura che attraversa tutti i contesti della vita di una donna.                                                                                                           

“È nel controllo su ogni aspetto del tuo vivere quotidiano, è nell’importi scelte in base al tuo sesso / Ti lavora accanto tutte le volte che cancellano la tua professionalità e ti chiamano ragazza mentre ai tuoi colleghi spetta il titolo di studio o chiamano te per nome e loro per cognome, negandoti l’identità sociale.”  (M. Murgia, 2020)           

Sulla stessa linea di pensiero troviamo la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno col suo saggio “Femminili Singolari. Il femminismo è nelle parole” in cui disgrega l’impronta maschilista dietro alle convinzioni linguistiche italiane in particolare nel mondo delle professioni. 

Il linguaggio che conosciamo è atavico e machista, da qui il bisogno di riappropriarsi delle giuste rideterminazioni e un uso più consapevole e inclusivo delle parole, con un problema principale che nasce dalla maggiore credibilità e valore che si danno ai corrispondenti termini al maschile.

Nel secolo scorso la questione era stata affrontata da alcuni intellettuali francesi che nell’ambito dell’ecriture inclusive consideravano disdicevole che “rectrice” ricordasse il retto intestinale “rectal” o ancora ecrivaine rimasse con “vaine” vano. Si ponevano quindi in un atteggiamento amichevole nei confronti delle donne: decidevano di eliminare dal vocabolario la giusta versione al femminile per proteggerci, ignorando che già all’epoca del convivio Dante parlava di “rettrice”. 

Come dunque testimoniano anche alcune popolazioni primitive in cui il potere è assegnato alla figura femminile il relativismo culturale è presente e non sono le differenze biologiche a determinare i condizionamenti culturali, viviamo per modelli e ruoli prestabiliti che le donne moderne non accettano più di incarnare.

Salute e Benessere

 In epoca Covid l’obiettivo dell’agenda 2030 “Assicurare la salute e il benessere per tutti” risulta impellente più che mai.

Ma cosa ostacola il suo raggiungimento e perché il controllo dell’inquinamento non è alla base del diritto alla salute che il governo dovrebbe salvaguardare?

Due fronti preoccupano lo sviluppo sostenibile da qui a 10 anni: quello della mortalità (soprattutto infantile) e del peggioramento dell’ambiente in cui l’uomo cresce, da cui uscirebbero impoverite e ammalate entrambe le parti.

Esiste un legame di causa effetto tra inquinamento e mortalità in cui vediamo agire aria e acqua come fattori fondamentali.

Aria: respiriamo oggi le malattie di domani

I bambini (di conseguenza anche le madri) sono più a rischio rispetto agli adulti perché l’85% degli alveoli dei polmoni si sviluppa e si moltiplica fino a ⅚ anni dopo la nascita con un rapporto di crescita che vede 50 milioni di alveoli alla nascita e circa 500 milioni a 8 anni. I polmoni dei bambini sono quindi più vulnerabili ed esposti più a lungo agli

effetti dell’inquinamento, cosa che determina patologie e debolezze fin dai primi anni di vita, senza dimenticare che i nostri genitori e nonni vivevano in condizioni di inquinamento atmosferico migliori.

Questo tipo di inquinamento colpisce bambini e madri di fasce più svantaggiate, sono circa 7 milioni le morti premature per l’inquinamento dell’aria secondo l’indagine dell’Oms del 2018.

Secondo il rapporto pubblicato dall’Oms Europa sulla salute infantile e l’ambiente, l’inquinamento atmosferico ha un’incidenza nelle malattie respiratorie che tra i minori varia in base alle diverse aree geografiche, con alcune zone dove il tasso di mortalità è anche cento volte maggiore rispetto ad altre. Le infezioni respiratorie sono maggiori nei paesi dell’Europa orientale, dove tuttavia le patologie di origine allergica non risultano altrettanto in tendenza.

Le malattie respiratorie sono dovute a infezioni, dieta, fumo, condizioni socio economiche e accesso a cure mediche svantaggiate.

Un aspetto sottovalutato è l’inquinamento indoor: il 90% dei residenti in aree urbane, tra cui i bambini, è esposto ad un livello di inquinamento atmosferico ben superiore al livello di guardia fissato dall’Oms. L’inquinamento indoor è superiore rispetto a quello outdoor per via dell’accumulo di inquinamento dell’abitazione unito a quello dell’aria

esterna. Ad esempio i bambini europei sono sottoposti al fumo passivo degli adulti nelle mura di casa, in alcuni Paesi raggiungendo l’esposizione al 90%, infatti negli obiettivi troviamo un maggiore controllo del tabacco in tutti i paesi.

Nel caso di crisi asmatiche, crescere in case umide peggiora la patologia e accade per il 15% dei giovani adulti.

Secondo la Lancet Commission on pollution and health (October 19, 2017. The Lancet,

Vol. 391, No. 10119) il 25% dei decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni sarebbe causato dall’esposizione ad un ambiente malsano.

Nell’europa dell’est preoccupa più l’inalazione di prodotti gassosi liberati nell’aria derivanti dalla combustione di carburanti solidi.

Nei paesi a basso e medio reddito l’inquinamento indoor è dovuto alla combustione di legna o carburante vario per il riscaldamento della casa, la cottura e l’illuminazione

sono altri due fattori che contribuiscono al peggioramento delle malattie respiratorie.

Nei paesi ad alto reddito il rischio maggiore è rappresentato dall’inquinamento atmosferico e dall’esposizione chimica a tossici e sostanze di scarto per carente pianificazione o errori.

Tutto ciò è stato confermato anche nell’edizione 2019 del congresso ERS (European Respiratory Society) tenutosi a Madrid, in cui due studi hanno puntualizzato la riduzione della funzione polmonare in età pediatrica dovuta all’inquinamento

ambientale. Gli studi additano agli agenti pollutanti NO2, PM10 e SO2 (derivanti da traffico veicolare, attività industriali, combustione di sostanze fossili ecc) un innalzamento del rischio della mortalità del 20-50% nei bambini di aree ambientali più inquinate rispetto ai residenti in aree più green.

L’esposizione al PM10 risulta preoccupante per le conseguenze sui primi tre trimestri di gravidanza.

Secondo lo State of Global Air 2020, sono stati 6,7 milioni i decessi per patologie dovute all’inquinamento atmosferico, mezzo milione di bambini morti dopo solo 30 giorni di vita. Altre problematiche dovute all’inquinamento sono parto prematuro o un basso peso alla nascita, fino alla notizia di pochi giorni fa nata dallo studio “Plasticenta: First evidence of microplastics in human placenta” di Antonio Ragusa, Alessandro Svelato, Criselda Santacroce et al, del 2020, secondo cui sarebbero state trovate per la prima volta microplastiche nella placenta umana.

Nell’immagine i valori di mortalità neonatale attribuibile all’inquinamento atmosferico

nel 2019 per zona, con India e Africa sub-sahariana come zone più a rischio, dovuto all’utilizzo di combustibili solidi per cucinare e fumi nocivi.

Acqua: in mano a pochi, bene di pochi

L’altra risorsa bistrattata, l’acqua, è uno dei fattori chiave per la morte al giorno di 2000 bambini sotto i 5 anni nei paesi poveri. I problemi strettamente legati ad essa sono la sua insalubrità, oltre a pulizia e igiene.

Le infezioni intestinali come diarrea provocano il 16% della mortalità infantile e spesso contribuiscono anche ad uno sviluppo mentale del bambino molto rallentato o danneggiato: sono infatti 900 milioni le persone che non hanno accesso a fonti d’acqua pulita e 2,6 miliardi quelli che vivono in condizioni igieniche precarie.

Secondo il rapporto dell’Oms del 2018 è il 60% delle popolazioni rurali dell’Europa orientale a non avere accesso alla rete di distribuzione idrica pubblica, il 50% ancora, vive in abitazioni non allacciate alle reti fognarie. La situazione ha portato alla morte, nel 2001, di 13.500 bambini under 14. Da non sottovalutare l’aspetto delle epidemie dovute ad acqua contaminata per guasti o prelievi eccessivi, indice di scarsa attenzione dei Paesi nei confronti della sanità.

E’ particolare il caso della coltivazione dell’avocado (il cui consumo annuale in Italia è aumentato del 261% in 4 anni) per cui la giornalista Alice Facchini in un reportage dal Cile per il giornale Internazionale, racconta “Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti”. Nella zona l’acqua che spetta ai cittadini è portata dai camion dello Stato: 50 litri di bassa qualità pro capite al giorno, nel caso mancasse per gli ammalati non la si sottrarrebbe a quella usata per la

coltivazione dell’avocado, frutto assetato (circa 70 litri d’acqua per un singolo

avocado). 

I paesi che lo producono in maggiori quantità sono Messico, Cile, Kenya ma sono anche paesi colpiti da povertà, traffico di droga, sfruttamento del lavoro agricolo e problemi nella gestione dell’acqua potabile, spesso privatizzata e impiegata all’80% in ambito agricolo, spesso rubata con pozzi e canali illegali, causando siccità nei villaggi, specie in Messico dove i cartelli della droga si sono impossessati del nuovo oro verde.

Un altro problema sollevato da un’indagine Rai nel programma “Indovina chi viene a cena” deriva dallo stato messicano del Michoacan dove i prodotti chimici e i pesticidi utilizzati nella coltivazione dell’avocado stanno risultando altamente tossici e pur essendo vietati, sono largamente utilizzati in prodotti poi importati.

A fronte di ciò risulta evidente che le condizioni della gestione della salute siano impari, e l’ipotesi di rafforzare la prevenzione o ridurre i rischi sia fondamentale per un benessere globale, anche al fine di rompere il circolo vizioso della povertà e permettere a ogni fascia l’educazione al benessere.