Ecoinnovazioni: le tecnologia al servizio dell’ambiente

Ecoinnovazioni: cosa sono?

“L’ecoinnovazione è qualsiasi innovazione (nuove tecnologie, prodotti, processi o servizi) in grado di contribuire alla tutela ambientale o a un utilizzo più efficiente delle risorse.”

Così la Commissione Europea definisce l’ecoinnovazione, sottolineando come sia un punto fondamentale per la lotta al cambiamento climatico. È inoltre un’importante opportunità di crescita per i paesi, che possono generare nuovi posti di lavoro. L’ecoinnovazione comprende tutte quelle forme tecnologiche e non, nuovi prodotti o servizi, nuovi sistemi di gestione aziendale, che hanno lo scopo di portare benefici per l’ambiente. Per fare questo tendono a ridurre l’impatto che l’umanità ha sulla natura o a ottimizzare l’uso delle risorse. Tra alcuni esempi c’è il confezionamento più efficiente degli alimenti e produzione di materiali a partire da rifiuti riciclati. Abbiamo parlato in un altro articolo delle sponge cities, un progetto molto ambizioso per ristruttura completamente le nostre città all’insegna della sostenibilità. L’ecoinnovazione è molto importante perché potrebbe cambiare il nostro modo di utilizzare le risorse naturali e i modelli attuali di produzione e consumo. Per evitare di distruggere del tutto la vita sulla Terra, tali innovazioni sono necessarie per una tecnologia più rispettosa dell’ambiente.

L’ecoinnovazione inoltre permetterebbe alle aziende di non rinunciare alla competitività riducendo il proprio impatto sull’ambiente. Il concetto di ecoinnovazione, infatti, è un sottoinsieme dell’innovazione ambientale: si verifica “se e solo se quando a un minore impatto ambientale della produzione risulta un miglioramento nelle performance economiche delle imprese innovative”.

Per fare un albero ci vuole… un drone

Secondo la rivista Nature, gli alberi sono un’ottima soluzione per ridurre le emissioni di CO2 nocive per l’atmosfera. Gli alberi inoltre possono aiutare notevolmente nel non far innalzare la temperatura del pianeta: gli scienziati prevedono un innalzamento di 1.5 gradi Celsius entro il 2050. Sempre secondo la rivista, tuttavia, ogni anno sul nostro pianeta 15 miliardi di alberi sono vittime delle deforestazione: a prendere il loro posto sono solo 9 miliardi. Ogni anno perdiamo quindi 6 miliardi di alberi. Non è difficile intuire che di questo passo non si può continuare.

La deforestazione viene spesso praticata per lasciare spazio a coltivazioni agricole intensive. Chi vorrebbe ripiantare gli alberi che sono stati abbattuti parte da una posizione di evidente svantaggio: ci vogliono anni per far crescere un albero, ma poche ore per abbatterne centinaia. Un altro problema è inoltre il fatto che ci vorrebbero migliaia di persone per ricoprire una vasta area e arrivare a piantare un numero sufficiente di alberi. Per non parlare delle risorse economiche. A tutto questo una società britannica, la BioCarbon Engineering, insieme alla casa produttrice di droni Parrot, ha inventato un drone che pianta i semi. Il drone sorvolerebbe la zona con in tasca i semi, rilasciandone uno al secondo. Un solo drone sarebbe capace di piantare 100 mila semi al giorno, raggiugendo anche quelle aree che sono difficili da raggiungere per l’uomo. Il drone sarebbe inoltre più veloce, può ricoprire più terreno e ha costi ridotti. 

Anche in Canada una start up, Flash Forest, ha avuto la stessa idea. Nata nel 2019, è riuscita a realizzare un prototipo funzionante di drone che può piantare dai 10 mila ai 20 mila semi al giorno: lo scopo è di migliorare i droni fino ad arrivare a 100 mila semi al giorno. I droni sorvolano l’area interessata e la mappano, individuando così i luoghi migliori per la semina. I baccelli che saranno fatti cadere sono particolari: la start up, prevedendo l’innalzamento delle temperature, li ha progettati per immagazzinare meglio l’umidità. I semi piantati vengono poi supervisionati e monitorati, per accertarsi della loro crescita. 

Altre innovazioni dal mondo

La cosiddetta “acqua secca” è ormai una sostanza entrata anche nel dibattito pubblico. L’Università di Liverpool ha trovato una tecnologia capace di assorbire la CO2. È uno sostanza che si presenta sotto forma di polvere (da qui il nome “acqua secca”) composta al 95% da acqua. Le particelle di questa polvere sono ricoperte da silicio, che impedisce alla gocce di tornare allo stato liquido. In questo modo l’acqua secca può assorbire gas come la CO2. Si è parlato di un vero e proprio stoccaggio della CO2: una volta che possiamo “catturarla” sembrerebbe il passaggio più logico per ridurne notevolmente la presenza nell’atmosfera. Tuttavia la comunità scientifica è scettica al riguardo: si teme di mettere a repentaglio le generazioni future non sapendo dove potrebbe portarci una soluzione del genere. Comunque per ora a Liverpool si continua con lo studio di questa nuova sostanza, in particolare come carburante sperimentale per le auto elettriche.

Un altro importante traguardo potrebbe essere raggiunto in Brasile, da un gruppo di ricercatori guidato da Fernando Galembeck, dell’Università di Campinas. Il gruppo ha l’obiettivo di trovare un modo per sfruttare l’energia elettrica di cui l’atmosfera è carica. Per fare ciò hanno dimostrato quella che prima era una semplice ipotesi: le particelle d’acqua nell’atmosfera sono elettricamente cariche e non neutre come si credeva in precedenza. Si potrebbe quindi utilizzare, secondo i ricercatori, dei pannelli, simili a quelli fotovoltaici per assorbire la luce del Sole, per assorbire questa elettricità e riutilizzarla: stanno infatti studiando quale potrebbe essere il modo più indicato per costruire i collettori. Infine riducendo le particelle cariche si ridurrebbero i fulmini e i loro danni.

Fonti

Per approfondire

Città-spugna: la città del futuro

Una della conseguenze più disastrose del cambiamento climatico sono i nubifragi e l’innalzamento del livello del mare. Troppo spesso negli ultimi anni le città sono attraversate da venti e piogge devastanti, con danni da milioni di euro. Il maltempo allaga le città, anche quelle più organizzate. Basti ricordare il nubifragio che colpì Copenaghen nel 2011, allagando la città e portando danni per oltre un miliardo di dollari. Ma non c’è bisogno di andare all’estero: il nostro Paese ogni anno è attraversato da terribili eventi che puntualmente ci trovano impreparati. Come sarebbe l’Italia senza Venezia? Abbiamo mai pensato che una delle conseguenze più catastrofiche dei cambiamenti climatici sia proprio quella di perderla? 

Una soluzione ci sarebbe: la sponge city.

L’idea nasce in Cina

È nata dalla Cina l’idea di sponge city (città-spugna), una città che, proprio come dice il nome, sarebbe in grado di assorbire acqua per riutilizzarla: la Cina, infatti, ha investito 12 miliardi di dollari per trasformare 250 città in città-spugna. L’obiettivo era molto ambizioso, dato che il governo voleva per il 2020 che il 70% dell’acqua piovana fosse assorbita e riutilizzata. Purtroppo l’emergenza Covid-19 ha fermato tutto, e ad oggi non sappiamo con precisione se l’obiettivo sia stato effettivamente raggiunto. L’architetto cinese Kongjian Yu è il pioniere di questo nuovo ambito e condivide con il mondo un messaggio chiave: il modo in cui pensiamo alle risorse d’acqua (fiumi, laghi, acqua piovana, etc..) “è totalmente sbagliato”.

“Quello che abbiamo fatto è totalmente sbagliato. […] Pensiamo che possiamo usare una diga per proteggere le città dalle inondazioni. Dobbiamo capire che queste infrastrutture in realtà uccidono la natura.” 
Kongjian Yu

Struttura di una città-spugna

Avete presente quei film che ci fanno immaginare le città del futuro, dove ci sono palazzi enormi di vetro coperti di piante e macchine che volano? Ecco, l’idea è un po’ quella, ma più ridimensionata. Anziché continuare a raccogliere in bacini di cemento le risorse idriche, dovremmo accoglierle nella città, attraverso parchi, pavimenti permeabili, palazzi coperti di verde e swales. Uno swale, secondo il modello americano, è un canale con gli argini leggermente inclinati. Se costruito artificialmente, è essenziale per gestire il deflusso di acqua e garantire che l’acqua piovana si infiltri nel sottosuolo. Ma quali sono nel dettaglio i vantaggi di una città-spugna? Come abbiamo già detto, un grande vantaggio sarebbe quello di poter raccogliere l’acqua, in modo da poter essere riutilizzata filtrandola o conservandola per un periodo di siccità. Un secondo vantaggio è quello di ridurre i danni causati da un nubifragio: se la città è concepita come un grande bacino idrico, non avrà problemi ad affrontare un’improvvisa scarica d’acqua. Infine, una sponge city è piena di verde e quindi di alberi e piante che assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, diminuendo così lo smog e rendendo l’aria più respirabile.

Esempi dal mondo

Ad aprire la fila è Wuhan, città che conosciamo bene, ma forse per la ragione sbagliata. Con l’attuazione di 228 progetti per la trasformazione di oltre 38,5 chilometri quadrati, Wuhan è stata la prima città-spugna cinese, guadagnando questo titolo nel 2015. Sempre in Cina troviamo il progetto più all’avanguardia concepito fino ad oggi: la Liuzhou Forest City. A nord della città di Liuzhou (situata nella regione dello Guangxi) è in fase di attuazione un piano, commissionato allo studio Stefano Boeri Architetti, per costruire la prima città foresta del mondo. Ogni edificio sarà coperto da piante e alberi, in modo tale che la città possa assorbire 10mila tonnellate di CO2 all’anno; ma non solo. La città sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili: “a partire dall’uso della geotermia per il condizionamento degli spazi interni degli edifici e dall’ installazione diffusa sui tetti di pannelli solari a elevata efficienza per la captazione delle energie eoliche rinnovabili”.

La già citata Copenaghen ha imparato dai suoi errori molto presto, iniziando dal 2011 in poi a costruire un piano ventennale per prevenire le alluvioni, integrato con il piano per la riduzione dei gas serra: il governo ha investito oltre 1,3 miliardi di euro. Oltre a ricoprire, in alcune zone della città, l’asfalto con manti erbosi, il governo ha pensato a una soluzione per creare dei bacini per raccogliere l’acqua. Un’area della città pari a 22mila metri quadrati sarà trasformata in bacino con la capacità massima di 18mila metri cubi d’acqua. Il termine dei lavori è previsto per il 2022. Altre città europee, come Berlino e Londra, si sono indirizzate verso politiche mirate per aumentare il verde in città. Londra in particolare, con il progetto 100 Pocket Parks, vuole spargere 100 parchi in giro per la città.

E l’Italia? In Italia neanche si parla di città-spugna. Il nostro paese non sembra in grado, o non ha le forze necessarie, per pensare a un piano così rivoluzionario. Esistono dei progetti per il rischio alluvioni, ma si pensa sempre in piccolo o a posteriori: dopo l’alluvione ci si impegna per trovare i soldi per coprire i danni.

Secondo un rapporto del Consiglio nazionale dei Geologi e del Cresme pubblicato nel 2010, sono 6 milioni gli italiani che abitano nell’area di territorio italiano considerato ad elevato rischio idrogeologico; secondo il report redatto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008, sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, di cui molte legate alla presenza di corsi d’acqua che li attraversano.

Sicuramente sia in Italia che in qualsiasi altra parte del mondo non possiamo più aspettare la prossima alluvione o il prossimo nubifragio semplicemente preparandosi al peggio. È il momento di pensare in grande e su tempi molto lunghi, mettendo da parte gli interessi economici per fare la cosa giusta. 

Fonti
Per approfondire

Uguaglianza: una battaglia ancora in corso

L’inclusione sociale, economica e politica

Secondo un’indagine dell’Istat nel 2019 in Italia c’erano quasi 2 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a circa 4,6 milioni di individui. La povertà è il primo degli obiettivi dell’Agenda 2030, e ne abbiamo parlato ampiamente in un articolo. Questo triste dato dipende da molti fattori, primo tra tutti il fatto di non avere accesso a un lavoro, di non avere un supporto sociale o statale, e di non avere le capacità o le possibilità di trovarli. 

L’inclusione sociale, economica e politica dovrebbe essere a disposizione di tutte e di tutti. Questo perché partecipare alla vita del proprio paese è fondamentale per poter attuare quei processi sociali in grado di migliorare il livello di vita degli individui stessi. L’inclusione sociale permette di avere a disposizione una rete di individui, familiari e non, su cui poter fare affidamento. L’inclusione economica permette di avere un lavoro in grado di soddisfare i propri bisogno primari e quelli della propria famiglia. L’inclusione politica, infine, permette di partecipare alla vita pubblica, prendendo decisioni importanti sullo sviluppo e sul cambiamento del paese.

Per poter garantire inclusione c’è ovviamente bisogno di assicurare a chiunque pari opportunità. Purtroppo anche questo punto non è stato ancora risolto, e siamo ancora lontani da una soluzione definitiva. Argomento sempre molto caldo è quella della differenza di genere, essendo la lotta ancora in corso (ne abbiamo parlato qui ). Il Global Gender Gap 2020 ci mette di fronte a una cruda realtà: anche se la parità di genere è stata completamente raggiunta per quanto riguarda l’istruzione in 40 dei 153 paesi studiati, ci vorranno ancora 95 anni per poter arrivare a una parità completa per quanto riguarda la rappresentazione politica.

The Global Gender Gap index ranking 2020

Questo è solo un esempio, ma basta prendere uno qualsiasi tra gli altri parametri sociali (età, etnia, religione, disabilità, origine, status economico) per avere gli stessi risultati alquanto disastrosi. L’associazione statunitense no-profit National Partnership for Women and Families ha unito il parametro del sesso di nascita con l’etnia, svolgendo un’indagine molto importante negli Stati Uniti. Lo scorso marzo hanno pubblicato i risultati: le donne di colore vengono pagate 63 cents per ogni dollaro guadagnato da un uomo bianco, le donne ispaniche 55 cents e le donne bianche 79 cents.

Migrazione ordinata e sicura

Facilitare la migrazione sicura e ordinata non poteva mancare come obiettivo altrettanto condivisibile e ugualmente difficile da realizzare. La geopolitica internazionale è arrivata a dei livelli di complessità forse mai visti prima. Gli interessi politici delle singole nazioni si sovrappongono agli interessi economici delle altre nazioni, in un circolo vizioso senza fine. In tutto questo calvario le povere persone che cercano di fuggire da guerre e fame non trovano mai il loro posto nel mondo. l’Italia è tra i primi Paesi a non impiegare tutte le forze a sua disposizione per poter rendere più sicura la migrazione. Ma riconosciamo anche il difficile compito nel dover salvare, salvaguardare e inserire nel contesto sociale circa 180 mila sbarchi nel 2016 e, più recentemente, meno di 20 mila nel 2019. Per il 2020 sono stati calcolati circa 13 mila sbarchi. Situazioni simili si stanno verificando in molte altre parti del mondo: in Siria a migliaia cercano di scappare dalla guerra ormai decennale, passando dalla Turchia, che utilizza i migranti come una minaccia contro l’Unione Europea. La situazione è sicuramente complicata e non facile da gestire.

Non è una novità il fatto che nuove forme di razzismo si stiano diffondendo a macchia d’olio, fomentato da partiti e leader di destra. È di pochi giorni fa la notizia di una sparatoria ad Atlanta che ha lasciato otto vittime, tutte donne asiatiche. Le campagne sui social e le manifestazioni che sono seguite, guidate dallo slogan “Stop Asian Hate”, non sono più un evento eccezionale ma la normalità, soprattutto in America. Basta ricordare le numerose manifestazione a sostegno di Black Lives Matter che si sono tenute l’estate scorsa: migliaia di americani hanno violato le regole anti-covid per protestare contro la brutalità della polizia. La verità è che, ancora oggi, se sei bianco e commetti una strage, vieni arrestato e condotto in prigione. Se invece hai la carnagione scura vieni ucciso anche se sei disarmato. 

Il fatto che l’obiettivo 10  probabilmente non verrà realizzato a pieno entro il 2030, non vuol dire che i Paesi non si stiano impegnando per realizzarlo, anche se ad oggi appare ancora utopistico. È sempre un bene che la comunità internazionale si ponga degli obiettivi: più ambiziosi sono e più c’è la possibilità che le persone provino a realizzarli.

Pensiamo veramente di essere solo delle scimmie con la capacità di saper sognare in grande? 

Per approfondire:

Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?

Covid-19 e lavoro

Se c’è una cosa su cui la pandemia di Covid-19 ci fa riflettere è sicuramente il lavoro: c’è chi l’ha perso; chi l’ha mantenuto con difficoltà; chi ancora oggi ha la possibilità di lavorare e di far lavorare in smart working. Ma non tutti, come è evidente, hanno la possibilità di farlo, perché o è  il lavoro stesso a non permetterlo, come tutti i lavori manuali, o perché è il lavoratore che non ha a disposizione un computer o una connessione internet. Migliaia di persone sono state mandate a casa con la promessa della cassa integrazione. Alcuni ristoranti e bar hanno chiuso definitivamente. L’emergenza sanitaria ha messo sotto i riflettori una macchina che, forse, non funziona più molto bene.

Crescita economica e sviluppo non sono la stessa cosa

L’obiettivo numero 8 dell’Agenda 2030 è esplicitamente quello di garantire una crescita economica duratura. Ma cosa si intende per crescita economica? È un concetto economico che misura la produzione crescente di beni e servizi di una collettività. Si suppone che debba essere sempre in crescita per far fronte al continuo aumento dei bisogni della collettività stessa. Lo sviluppo è invece un miglioramento della qualità della vita, accompagnato da una migliore distribuzione del reddito. Inizialmente anche la nozione di sviluppo era caratterizzata da aspetti puramente economici, ma con il tempo si è allargata, arrivando a comprendere anche aspetti sociali ed economici, come ad esempio i diritti politici e quelli civili. 

Anche se sentiamo spesso la parola sviluppo solo in relazione ai paesi “in via di sviluppo”, anche per gli altri bisognerebbe iniziare a ragionare in termini di sviluppo e non di crescita. Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno svolto una ricerca in tutti i principali Paesi sviluppati, pubblicata nel libro La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici (Milano, Feltrinelli, 2009). Wilkinson e Pickett hanno dimostrato che società più eque registrano prestazioni migliori in termini di speranza di vita, mobilità sociale e alfabetizzazione. Società diseguali, invece, registrano prestazioni peggiori in termini di malessere sociale, incidenza di malattie mentali, obesità.

Lo sviluppo è, quindi, un concetto più ampio della crescita economica. Se vogliamo davvero cambiare le cose per il meglio, non dobbiamo basare le scelte politiche su fattori unicamente economici. 

La dittatura del PIL

Il Prodotto Interno Lordo è l’indice su cui da decenni i Paesi, e le loro politiche, si basano per misurare il grado di benessere di un paese. Più il PIL è alto e più in quel Paese si vive bene. Ma è veramente così? 

Il PIL misura il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno. Dunque, non ci dice niente quindi sullo sviluppo, sulla prosperità o sulla sostenibilità. L’economista considerato l’inventore del PIL, Simon Kuzners, nel 1934 dichiarò al Senato statunitense che “il benessere di una nazione può difficilmente essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale”. Robert Kennedy, politico statunitense e fratello di John Fitzgerald Kennedy, nel 1968, dichiarò all’Università del Kansas che il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Kennedy sottolineava il fatto che nel calderone dei beni e dei servizi finiscono anche i costi delle ambulanze o le pubblicità delle sigarette. Il valore cresce anche con la produzione di missili, testate nucleari o armamenti che la polizia usa per sedare le rivolte. 

Martha Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, ragiona per assurdo: anche se volessimo misurare la qualità della vita solo in termini monetari, il Prodotto Interno Lordo non è comunque la scelta più consona. Sarebbe più efficace, ad esempio, misurare il reddito familiare medio. Inoltre, insiste Nussbaum, il PIL non tiene conto degli aspetti distribuitivi della ricchezza. In questo modo una nazione con un PIL molto alto potrebbe essere caratterizzata da enormi diseguaglianze. 

Dovremmo, quindi, iniziare a misurare non la produzione, ma il benessere, inteso come un insieme di risorse naturali, salute, istruzione, lavoro, equità, sicurezza economica e capitale umano, sociale e fisico.

Lavoro minorile

Per produrre di più con costi sempre più bassi ci si spinge a conseguenze impensabili: arrivare anche a sfruttare i bambini. Per lavoro minorile si intende un lavoro a cui sono sottoposti minorenni in condizioni di semi prigionia, che li priva di ogni forma di libertà e diritto allo studio, con gravi danni sullo sviluppo psico-fisico. Le ragioni le conosciamo benissimo: i minorenni hanno un costo di manodopera molto ridotto e non hanno bisogno di stipulare nessun tipo di contratto. Non è una novità l’elevato uso di minorenni in ambienti come quello della moda, per fabbricare prodotti da esportare in tutto il mondo. Secondo Save The Children sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento (dati del 2019). Ancora una volta è l’Africa a riportare i dati peggiori: qui lavorano 72 milioni di minori. Come spiegavamo qualche articolo fa, i Paesi più poveri hanno una popolazione meno istruita. I bambini, spesso, non vanno a scuola per dover lavorare e, non avendo studiato, non hanno altro possibilità che continuare a fare lavori poco dignitosi. È un circolo vizioso difficile da rompere.  Seppur negli ultimi venti anni ci sono stati dei progressi, dice Save The Children, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dell’Agenda 2030: entro il 2025 dovremmo, infatti, porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme, ma se continuiamo così, tra quattro anni ci saranno ancora 121 milioni di minorenni sfruttati.

Per approfondire:

Obiettivo: tasso mondiale di alfabetizzazione pari al 100%

L’importanza vitale dell’istruzione

Un’opportunità mai avuta prima

Istruire, a differenza di insegnare, non è un semplice passaggio di conoscenze da un soggetto a un altro. L’istruzione prevede che lo studente partecipi al processo cognitivo. Fin dai primi giorni su questo pianeta gli esseri umani si sono istruiti a vicenda nello svolgere un numero considerevole di mansioni volte alla sopravvivenza della specie. I nostri antenati, ad esempio, istruivano i loro figli nel semplice atto di accendere il fuoco. Ai giorni nostri la parola “istruzione” ha acquisito un concetto molto più ampio: fa ancora riferimento al fatto di far apprendere delle conoscenze che ci sono utili, ma non hanno niente a che fare con lo sfregamento di due bastoncini di legno. Nel XXI secolo non abbiamo più bisogno di tecniche basilari di sopravvivenza, ci sono le macchine che fanno queste cose per noi. Abbiamo invece bisogno di qualcosa di più sofisticato e sicuramente più complicato: capire come funziona il mondo.

L’istruzione, con la nascita delle scuole, è stata istituzionalizzata; è quindi diventata un ambito di cui lo Stato si occupa. È un termine che si accosta quasi naturalmente alla scuola. Fin da piccoli siamo catapultati in queste strutture dove abbiamo i primi rapporti sociali e i primi incontri con la scrittura. Leggere e scrivere è tanto importante quanto lo era il fuoco per i primi esseri umani. L’importanza di questi due aspetti è data dalla fatto che rendono possibile la comunicazione in qualsiasi parte del mondo. È un’opportunità che l’umanità non aveva mai avuto. Purtroppo però la scrittura non è un dono naturale, deve essere insegnata. L’alfabetizzazione è fondamentale  nella formazione di una classe dirigente qualificata, perché garantisce lo sviluppo economico e sociale di un paese. L’obiettivo sarebbe quello di avere una popolazione mondiale pienamente alfabetizzata. 

A che punto siamo?

Nel quarto obiettivo dell’Agenda 2030 si legge: “Entro il 2030, assicurarsi che tutti i giovani e una parte sostanziale di adulti, uomini e donne, raggiungano l’alfabetizzazione e l’abilità di calcolo” . Secondo il rapporto Unesco del 2017 nel mondo solo il 10% dei giovani non sanno né leggere né scrivere. Mentre per quanto riguarda gli adulti sono ancora 750 milioni gli analfabeti. L’analfabetismo, secondo il rapporto, colpisce di più le donne e i paesi poveri. Negli ultimi in particolare, secondo il rapporto, i ricchi hanno nove volte in più la possibilità di finire la scuola secondaria di secondo grado rispetto ai poveri. Ovviamente ci sono stati dei miglioramenti, e questi sono innegabilmente apportati dalla scuola.

L’istruzione in Italia

In Italia all’inizio del ‘900 una grande percentuale della popolazione era analfabeta. Consultando le Serie Storiche fornite dall’Istat, nel 1921 il 16,2% delle coppie sposate non firmarono l’atto di matrimonio perché non sapevano scrivere. Nel 1965, ultimo anno del censimento, la percentuale è scesa a 0,3%. Le varie leggi introdotte nel nostro paese per sancire l’obbligatorietà della scuola vanno di pari passo con il crollo del tasso di analfabetismo. L’obbligo a due anni di scuola nel 1859 diventano tre con la legge Coppino del 1877. Arriviamo a cinque anni con la legge Orlando del 1904. Gentile nel 1923 alza l’obbligo ai 14 anni. Nella Costituzione viene introdotto l’obbligo scolastico gratuito di otto anni con l’articolo 34. La riforma della scuola media unica del 1963 dà il colpo di grazia, seguito poi dall’obbligo fino ai 16 anni ancora oggi in vigore. 

Tuttavia queste leggi non hanno avuto il risultato sperato. Secondo i dati Istat del 2019, solo il 62,2% degli italiani tra i 25 e i 64 anni hanno almeno un titolo di studio secondario superiore. La media europea è pari al 78,7%. Siamo tra gli ultimi in Europa, dopo di noi ci sono solo Malta, Portogallo e Spagna. Non sono necessarie le percentuali per renderci conto del problema. Basta guardare a come il sistema scolastico ha reagito all’emergenza causata dal Covid-19: un sistema che già stava imbarcando acqua si è trovato del tutto sommerso. Ma non è colpa del Covid, anzi, è stato a causa dell’emergenza sanitaria che sono venuti a galla problemi che troppo spesso vengono ignorati. Dopo la crisi del 2008 il nostro paese ha progressivamente tagliato i fondi per l’istruzione (e la sanità). A ogni cambio di governo studenti e studentesse scendono in piazza per protestare contro il ministro dell’istruzione vigente. Sui social è normale ormai parlare di quanto la scuola italiana sia “tossica”: ore di lezioni per farci imparare interi argomenti a memoria; il valore della conoscenza è dato da compiti scritti o orali, che spesso si sovrappongono; i compiti a casa sono soffocanti; interminabili programmi di qualsiasi materia che non vengono finiti neanche per miracolo. Questo porta irrimediabilmente a non fare 5 o 6 ore di scuola, ma a stare tutto il giorno sui libri. L’aspetto artistico e creativo di alunni e alunne viene messo da parte, “non serve a niente”. Ed è così che le giovani menti del futuro si stancano di fare la scuola e la lasciano appena finiti gli anni di obbligo. Quella stessa scuola che dovrebbe insegnarci a capire il mondo. 

C’è chi vorrebbe cambiare i programmi scolastici, chi invece vorrebbe ricostruire il sistema scolastico da zero, chi invece sostiene che l’Italia dovrebbe andare fiera delle sue scuole. L’unica cosa sicura è che se l’istruzione non sarà al centro dei programmi politici dei governi per migliorarla, e non per tagliarle i fondi, presto saremo i più ignoranti d’Europa.

L’istruzione è un valore sociale e politico

Per quanto il nostro sistema scolastico possa essere criticato, la Costituzione stessa sancisce il dovere e il diritto di saper leggere e scrivere. Purtroppo, come abbiamo visto, non tutti hanno questa fortuna. L’istruzione è stata inserita tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 perché è di vitale importanza.

 Ci siamo soffermati sull’alfabetizzazione, ma dobbiamo anche andare oltre il semplice leggere e scrivere, se parliamo dell’obiettivo “Istruzione di qualità”: “Entro il 2030, aumentare sostanzialmente il numero di giovani e adulti che abbiano le competenze necessarie, incluse le competenze tecniche e professionali, per l’occupazione, per lavori dignitosi e per la capacità imprenditoriale”. Una buona istruzione, infatti, apre le porte a un lavoro dignitoso e permette (almeno in teoria) di poter salire, se lo si desidera, la scivolosa scala sociale.  L’istruzione è infine fondamentale per lo sviluppo di cittadini in grado di partecipare attivamente alla vita politica, migliorando così il proprio paese.

Per quanto quindi possa essere difficile, ci auguriamo che entro il 2030 quel cospicuo 10% di giovani possa imparare a leggere e scrivere, avendo anche la possibilità di continuare con gli studi se lo desiderano. Per gli adulti si è raggiunto un buon risultato, ma si può fare di meglio. Il migliore degli scenari sarà un tasso di alfabetizzazione mondiale pari al 100%. 


Per approfondire

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia minacciato dal Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi

Gli esseri umani sono ormai abituati a produrre rifiuti di ogni genere. 

Tra i più pericolosi per la salute e l’ambiente ci sono quelli radioattivi. Purtroppo ancora molte attività umane ne producono in grosse quantità; l’Italia, come altri Paesi, ha urgentemente bisogno di una soluzione definitiva al problema.

La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee

La SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) è la società incaricata di trovare un luogo adatto in cui poter costruire il Deposito Nazionale, ovvero un’infrastruttura per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività (quei rifiuti la cui radioattività decade dopo 300 anni). Insieme al Deposito Nazionale verrà costruito anche un centro di ricerca: il Parco Tecnologico. In totale la superficie occupata sarà di circa 150 ettari.
Per adempiere a questo compito, la SOGIN ha pubblicato il 5 Gennaio scorso la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI), individuando 67 luoghi idonei sparsi per sette regioni.
Con la pubblicazione della CNAPI si apre una nuova fase, quella della consultazione pubblica: ogni cittadino ha 60 giorni per poter presentare le proprie proposte, osservazioni o obiezioni. Durante questa fase si potranno escludere delle aree o modificare quelle presenti nella CNAPI.

Secondo quali criteri sono stati individuati i luoghi potenzialmente idonei?

Le aree idonee sono state individuate basandosi sui criteri stilati dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN). Nella guida tecnica n. 29 l’ISIN indica tutti i requisiti che le aree potenzialmente idonee devono avere; tali requisiti sono stati posti a loro volta dalle Linee Guida IAEA (International Atomic Energy Agency). In particolare l’analisi si è basata su 15 Criteri di Esclusione (CE) stilati dall’ISIN, con cui sono state escluse tutte quelle aree in cui un deposito radioattivo sarebbe impraticabile. Ad esempio sono state escluse le aree vulcaniche attive e quiescenti o le aree contrassegnate da sismicità elevata (tutti i criteri sono presenti della guida di SOGIN intitolata “Basi teoriche e modalità di applicazione dei criteri per la realizzazione della CNAPI” (la guida è stata caricata sul drive). Inoltre, basandosi sui 13 Criteri di Approfondimento (CA) stilati sempre dall’ISIN, sono state valutate dettagliatamente le aree non escluse dai 15 criteri sopra citati. 

In viola le aree idonee individuate dalla società SOGIN. Immagine pubblicata sul sito della società
 Fonte: Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (depositonazionale.it)

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia

Immagine presa da Google Maps

Tra le aree individuate come potenzialmente idonee è presente il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Il Parco è stato istituito nel 2004 ed è situato in Puglia e vanta un’estensione tale da comprendere al suo interno tredici comuni. Il territorio offre un’ampia gamma di paesaggi: da cavità carsiche a boschi di conifere, passando per gli edifici creati dall’uomo, come masserie e chiesette. Il Parco si allaccia anche a importanti siti storici: in questi luoghi infatti si narra la storia dei dinosauri che percorsero queste terre o di antichi uomini che vivevano nelle grotte presenti sul territorio. Oltre a essere uno dei parchi nazionali più importanti, è candidato come Geoparco UNESCO, per la singolarità e l’importanza del valore geologico che possiede. 

Come hanno reagito i diretti interessati?

Il giorno della pubblicazione della CNAPI il presidente del Parco, Francesco Tarantini, ha dichiarato: “Il nostro è un Parco nazionale compreso in una ZSC, una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000 volta a tutelare gli habitat e le specie protette. Il suo patrimonio naturalistico, geologico, culturale ed enogastronomico è incompatibile con il deposito di materiale radioattivo […].”

Anche il Presidente della Puglia, Michele Emiliano, ribadisce in un post su Facebook che il modello di sviluppo che segue la regione, dettato dalla tutela dell’ambiente, non può convivere con un deposito di rifiuti radioattivi.

A cosa serve un Deposito Nazionale?

È indispensabile costruire un Deposito Nazionale? Purtroppo le nostre società si basano ancora su fonti di energia non rinnovabili, i cui rifiuti risultano essere spesso pericolosi per la salute e l’ambiente.
I rifiuti radioattivi provengono dallo smantellamento degli impianti nucleari, oppure dal settore sanitario. La direttiva 2011/70 dell’Unione Europea prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nel Paese in cui sono stati prodotti. Altri Paesi europei si sono già dotati (o lo stanno facendo) di depositi per smaltire i rifiuti radioattivi. Inoltre, oltre ad ospitare i rifiuti già presenti nel nostro paese, sarà anche in grado di ospitare rifiuti radioattivi che verranno prodotti in futuro.
Il Deposito è sicuro, assicura SOGIN, e non rilascerà nessun tipo di radioattività grazie a un sistema multi-barriera che garantirà il totale isolamento dei rifiuti durante il loro smaltimento. Anche l’ambiente che lo circonda sarà continuamente monitorato.

Per quanto possa essere sicuro, un Parco Nazionale come quello dell’Alta Murgia, che è compreso in una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, candidato all’UNESCO come Geoparco, famoso per la sua attenzione allo sviluppo di un ambiente sostenibile e per la sua biodiversità, non è forse il luogo più adatto. Il Parco è anche un importante sito turistico, dato che è possibile visitarlo seguendo diversi itinerari. La collocazione di un deposito di scorie radioattive solleverebbe non poche polemiche tra i frequentatori del Parco.
Il 9 Gennaio scorso si si sono riuniti online i tredici sindaci dei Comuni del Parco. Convocati dal presidente Francesco Tarantini, per esprimere il loro dissenso alla costruzione del Deposito Nazionale sul proprio territorio con motivazioni tecniche e scientifiche, sostenuti anche dall’Università di Bari.
Dovremo aspettare la scadenza dei 60 giorni di consultazione pubblica per vedere come andrà a finire, sperando che il Parco Nazionale dell’Alta Murgia possa continuare a prosperare senza essere ospite di alcun rifiuto radioattivo.

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