(Non) è un secolo per single: perché siamo sempre più soli?

Se c’è una cosa che la domanda “E la/il fidanzatina/o?” alle cene di famiglia ci ha insegnato è che tutti si aspettano che i giovani si sposino.
Peccato che i giovani deludano questa aspettativa sempre di più: complici la sfiducia nelle istituzioni, il precariato fino a età adulta, la situazione economica di grande crisi che investe Stato e relativi cittadini, il matrimonio resta l’ultimo pensiero per molti. Solo settimana scorsa i cori dalla manifestazione anti DDL ZAN criticavano come le unioni tra due persone dello stesso sesso siano contronatura: possiamo davvero biasimare allora coloro che, sia in Italia che in Europa, scelgono di stare “soli” agli occhi dei più?

Perché il matrimonio non “va”: altre priorità

Spesso viene citato come motivo una presunta “perdita di valori”, ma le ragioni sono ben più gravi: una è sicuramente il costo elevato della vita in due e della non congruenza con quanto si guadagni.                                                                           
Secondo Eurostat il 31% dei giovani italiani nella fascia 20-30 anni nel 2014 era disoccupato e il 75% dei contratti di lavoro che firmavano erano temporanei. 
Secondo gli ultimi dati Istat post Covid la disoccupazione giovanile e il precariato è ora al 30%, in aumento di 1,3 punti rispetto a dicembre 2019. 
La situazione non fa che alimentare una spirale di sfiducia nel mercato del lavoro e nelle istituzioni che non hanno coperto le spalle neanche a chi, una volta perso un lavoro, non lo ha ricercato. 
Anche l’emancipazione è sempre più tardiva per questi motivi: gli studi vengono protratti, i giovani non lasciano casa fino a che non sentono di essere sicuri di potercela fare da soli: quasi il 40% dei giovani tra i 25 e 34 anni continua a vivere coi genitori, nel 1990, in pieni anni d’oro, erano solo il 25%. 
Come abbiamo visto nell’articolo sull’SDG5  “Uguaglianza di genere” c’è un legame tra istruzione e matrimonio: le donne che hanno la possibilità di studiare non si curano del matrimonio fino a studi conclusi, a volte non lo considerano neanche dopo gli studi o dopo aver trovato lavoro.
Dal recente rapporto Almalaurea tuttavia emerge che il tasso di occupazione a un anno dalla laurea si è ridotto rispetto al 2019, specie per il Sud e le donne, occupate secondo Eurostat per il 55,8%. 
Il nostro paese non vede molti fiori d’arancio anche perché i giovani sono spesso costretti a lasciarlo, in cerca di condizioni più favorevoli, sia per lavoro che per legarsi ad una persona. Nel 2018 a prendere questa decisione furono in 86.000.

La situazione matrimoni in Italia

Il Covid ha picconato una situazione già in crisi da anni: prima della pandemia il settore matrimoni aveva un valore pari al 2,5 del PIL nazionale e nel 2019 contava su un business da oltre 65 miliardi. 
Il calo del fatturato durante l’ultimo anno è stato del 70% per le aziende addette al wedding planning e il fatturato è crollato di 20 miliardi, mettendo in difficoltà oltre 560mila addetti. 
Le celebrazioni di matrimoni civili e religiosi intime, con un numero immensamente ridotto rispetto a quello programmato inizialmente, sono comunque avvenute per alcuni. Altri hanno invece rinunciato del tutto.
Questa tendenza è in crescita da qualche decennio: l’anno con più matrimoni celebrati in Italia fu il 1963, con circa 420 mila matrimoni, ma dagli anni 60 siamo passati da 4 milioni, a meno di 1,8 milioni attuali. 
Nel 2012 erano 2,6 milioni i giovani ad avere un coniuge, nel 2017 c’è stato un calo del 24%, il numero è quindi sceso a 2 milioni. 
Se poi ci confrontiamo con gli altri paesi europei e teniamo di conto il tasso di nuzialità (crude marriage rate) notiamo che il rapporto tra numero di matrimoni per mille abitanti è al 3,2 contro la media del 4,3 europea.

La situazione in Europa

La percentuale pari al 3,2 di matrimoni in relazione a 1.000 abitanti italiana è tra le più basse assieme a Slovenia, Lussemburgo e Portogallo, ultimo in classifica con un 3,1.
Nel 2017, i paesi dell’UE con la percentuale più alta furono Lituania e Romania, entrambi stabili a più del 7, seguiti da Cipro, Lettonia e Malta. 
Anche in tutta l’Europa, oltre che naturalmente in Italia, ci si sposa sempre più tardi: secondo i dati Eurostat i paesi in cui si celebrano nozze più tardi sono Svezia, Spagna, Danimarca, mentre ci si sposa prima in Est Europa, in Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Lituania e Croazia. 
Esiste un paese in cui la decrescita dei matrimoni è causata da uno squilibrio demografico: alla fine del 2014 in Cina vi erano 33 milioni di uomini in più rispetto alle donne. 
Nel mondo nascono in media 103/107 maschi ogni 100 femmine. Ma in Cina il rapporto medio sulla nascita era di 115,88 a 100.
La situazione è figlia di decenni di politica del figlio unico, una regola imposta dallo Stato: una coppia residente in zona rurale può averne un secondo solo se il primo fosse nato femmina, inizialmente una coppia di città non poteva avere più di un figlio (maschio), dal 2014 una piccola modifica consente di averne un secondo solo se uno tra i genitori è figlio unico. 
Secondo il ministero degli Affari civili cinese, 8,13 milioni di coppie hanno registrato i loro matrimoni nel 2020, un calo del 12% rispetto al 2019. 

Il caso paradossale della Cina

Oggi per i ragazzi cinesi accasarsi risulta quasi impossibile, ci sono troppi uomini e poche donne. Nel 2040 le stime contano di aver circa 44 milioni di “rami nudi” ovvero «uomini-avanzo» o GUANGGUN, come vengono chiamati gli uomini che non troveranno una partner per la vita e che alimentano di conseguenza il traffico delle persone, spesso donne e bambine di altri paesi asiatici rapite e vendute per schiave del sesso. 
Questo fenomeno è il lato opposto di quelle che venivano definite “donne avanzo”.
Oggi le signore senza marito sono signore che hanno studiato, che hanno trovato un lavoro agli apici d’azienda, avanti nella carriera e fiere della propria condizione di autosostentamento, mentre gli uomini avanzo sono spesso uomini delle classi più disagiate e lontani dalle aree sviluppate del Paese, con redditi bassi e basse aspettative di vita. 
Per cercare di spronare i giovani cinesi a sposarsi il Paese organizza servizi di matchmaking in tv ma sono i genitori stessi ad adoperarsi con iniziative come il Tempio del Cielo (incontri a quattro tra suoceri papabili) per combinare i propri figli, anche se il 50% di loro afferma di non avere fretta a legarsi.

Ecoinnovazioni: le tecnologia al servizio dell’ambiente

Ecoinnovazioni: cosa sono?

“L’ecoinnovazione è qualsiasi innovazione (nuove tecnologie, prodotti, processi o servizi) in grado di contribuire alla tutela ambientale o a un utilizzo più efficiente delle risorse.”

Così la Commissione Europea definisce l’ecoinnovazione, sottolineando come sia un punto fondamentale per la lotta al cambiamento climatico. È inoltre un’importante opportunità di crescita per i paesi, che possono generare nuovi posti di lavoro. L’ecoinnovazione comprende tutte quelle forme tecnologiche e non, nuovi prodotti o servizi, nuovi sistemi di gestione aziendale, che hanno lo scopo di portare benefici per l’ambiente. Per fare questo tendono a ridurre l’impatto che l’umanità ha sulla natura o a ottimizzare l’uso delle risorse. Tra alcuni esempi c’è il confezionamento più efficiente degli alimenti e produzione di materiali a partire da rifiuti riciclati. Abbiamo parlato in un altro articolo delle sponge cities, un progetto molto ambizioso per ristruttura completamente le nostre città all’insegna della sostenibilità. L’ecoinnovazione è molto importante perché potrebbe cambiare il nostro modo di utilizzare le risorse naturali e i modelli attuali di produzione e consumo. Per evitare di distruggere del tutto la vita sulla Terra, tali innovazioni sono necessarie per una tecnologia più rispettosa dell’ambiente.

L’ecoinnovazione inoltre permetterebbe alle aziende di non rinunciare alla competitività riducendo il proprio impatto sull’ambiente. Il concetto di ecoinnovazione, infatti, è un sottoinsieme dell’innovazione ambientale: si verifica “se e solo se quando a un minore impatto ambientale della produzione risulta un miglioramento nelle performance economiche delle imprese innovative”.

Per fare un albero ci vuole… un drone

Secondo la rivista Nature, gli alberi sono un’ottima soluzione per ridurre le emissioni di CO2 nocive per l’atmosfera. Gli alberi inoltre possono aiutare notevolmente nel non far innalzare la temperatura del pianeta: gli scienziati prevedono un innalzamento di 1.5 gradi Celsius entro il 2050. Sempre secondo la rivista, tuttavia, ogni anno sul nostro pianeta 15 miliardi di alberi sono vittime delle deforestazione: a prendere il loro posto sono solo 9 miliardi. Ogni anno perdiamo quindi 6 miliardi di alberi. Non è difficile intuire che di questo passo non si può continuare.

La deforestazione viene spesso praticata per lasciare spazio a coltivazioni agricole intensive. Chi vorrebbe ripiantare gli alberi che sono stati abbattuti parte da una posizione di evidente svantaggio: ci vogliono anni per far crescere un albero, ma poche ore per abbatterne centinaia. Un altro problema è inoltre il fatto che ci vorrebbero migliaia di persone per ricoprire una vasta area e arrivare a piantare un numero sufficiente di alberi. Per non parlare delle risorse economiche. A tutto questo una società britannica, la BioCarbon Engineering, insieme alla casa produttrice di droni Parrot, ha inventato un drone che pianta i semi. Il drone sorvolerebbe la zona con in tasca i semi, rilasciandone uno al secondo. Un solo drone sarebbe capace di piantare 100 mila semi al giorno, raggiugendo anche quelle aree che sono difficili da raggiungere per l’uomo. Il drone sarebbe inoltre più veloce, può ricoprire più terreno e ha costi ridotti. 

Anche in Canada una start up, Flash Forest, ha avuto la stessa idea. Nata nel 2019, è riuscita a realizzare un prototipo funzionante di drone che può piantare dai 10 mila ai 20 mila semi al giorno: lo scopo è di migliorare i droni fino ad arrivare a 100 mila semi al giorno. I droni sorvolano l’area interessata e la mappano, individuando così i luoghi migliori per la semina. I baccelli che saranno fatti cadere sono particolari: la start up, prevedendo l’innalzamento delle temperature, li ha progettati per immagazzinare meglio l’umidità. I semi piantati vengono poi supervisionati e monitorati, per accertarsi della loro crescita. 

Altre innovazioni dal mondo

La cosiddetta “acqua secca” è ormai una sostanza entrata anche nel dibattito pubblico. L’Università di Liverpool ha trovato una tecnologia capace di assorbire la CO2. È uno sostanza che si presenta sotto forma di polvere (da qui il nome “acqua secca”) composta al 95% da acqua. Le particelle di questa polvere sono ricoperte da silicio, che impedisce alla gocce di tornare allo stato liquido. In questo modo l’acqua secca può assorbire gas come la CO2. Si è parlato di un vero e proprio stoccaggio della CO2: una volta che possiamo “catturarla” sembrerebbe il passaggio più logico per ridurne notevolmente la presenza nell’atmosfera. Tuttavia la comunità scientifica è scettica al riguardo: si teme di mettere a repentaglio le generazioni future non sapendo dove potrebbe portarci una soluzione del genere. Comunque per ora a Liverpool si continua con lo studio di questa nuova sostanza, in particolare come carburante sperimentale per le auto elettriche.

Un altro importante traguardo potrebbe essere raggiunto in Brasile, da un gruppo di ricercatori guidato da Fernando Galembeck, dell’Università di Campinas. Il gruppo ha l’obiettivo di trovare un modo per sfruttare l’energia elettrica di cui l’atmosfera è carica. Per fare ciò hanno dimostrato quella che prima era una semplice ipotesi: le particelle d’acqua nell’atmosfera sono elettricamente cariche e non neutre come si credeva in precedenza. Si potrebbe quindi utilizzare, secondo i ricercatori, dei pannelli, simili a quelli fotovoltaici per assorbire la luce del Sole, per assorbire questa elettricità e riutilizzarla: stanno infatti studiando quale potrebbe essere il modo più indicato per costruire i collettori. Infine riducendo le particelle cariche si ridurrebbero i fulmini e i loro danni.

Fonti

Per approfondire

Green Hopes Gaza

In questi giorni stiamo vivendo la tragedia dell’acceso conflitto presente ormai storico tra Palestina e Israele.
In contrasto con questa terribile situazione da alcuni anni è nata nella zona della Striscia di Gaza, dall’ONG A.C.S. Italia, l’iniziativa Green Hopes Gaza volta alla riqualificazione di un’ampia area, diventata una discarica dopo gli ultimi conflitti del 2014. 

A man pulls his luggage while passing the rubble of a destroyed building which was hit by Israeli airstrikes, in Gaza City, Wednesday, May 12, 2021. (AP Photo/Adel Hana)

Green Hopes Gaza è un progetto di riqualifica sociale ed ambientale delle aree nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti. A.C.S. con la comunità locale dei quartieri di Al Nada, Al Isba e Al Awda ha ridisegnato lo spazio pubblico attraverso un processo partecipativo che ha condotto alla realizzazione di orti urbani, una serra didattica, un centro multifunzionale, campi dedicati a delle attività sportive e spazi per bambini e giovani, infrastrutture e servizi di supporto psicologico.

Secondo l’analisi del Ministero dei lavori pubblici e dell’edilizia abitativa (MPWH) le condizioni socioeconomiche dei residenti di Al Nada, Al Awada e Al Isba, rientrano nelle categorie di “Reddito basso” (reddito familiare medio di 430 €). al mese) e “Under Poverty Line” (reddito di soli 120 € al mese). 

Secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile a Gaza è il più alto del mondo.
Dal punto di vista urbano, ambientale e sociale, le opinioni dei distretti menzionati sono desolanti. L’Università Al Azhar ha sviluppato un “test di ansia di insicurezza”, che mostra che quasi il 100% delle donne nell’area di intervento soffre di disturbi d’ansia causati dalla paura di una nuova offensiva, il 43% da una media di PTSD e il 33% da un livello serio.

L’area di bonifica si affaccia sul complesso edilizio popolare di Al Nada attualmente in fase di ricostruzione da parte dell’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo), fondi di aiuto. Quest’area, attualmente inutilizzata, secondo il layout di MPWH è destinata al verde pubblico.

La rivitalizzazione dell’area verde e delle comunità residenti, con la messa in rete di diverse realtà e associazioni nell’area, consentirà il lancio di nuovi processi ricreativi sociali ed economici che dovrebbero consolidarsi a medio e lungo termine. In prospettiva, è previsto che in una seconda fase del progetto si provveda al rafforzamento di start-up e delle micro, piccole e medie imprese locali.

L’iniziativa è di fondamentale importanza proprio perché mira a riqualificare una zona che, a causa delle passate devastazioni necessita, forse più di altre, di un supporto sociale e ambientale. L’esempio di questa iniziativa ci aiuta comprendere quanto sia importante mirare ad un clima di stabilità, nelle zone riqualificate, che possa permettere una sana ripresa.

Purtroppo, però, gli episodi di questi giorni rischiano di spazzare via anni di impegno e di sforzi fatti in funzione di una vita e un ambiente più sano. Questa iniziativa nasce come un fiore nel cemento, che stenta a sopravvivere perché nel mezzo di un terreno arido e privo di umanità, ma con tenacia cresce e si oppone determinato a chiunque voglia sopraffarlo.

L’agricoltura industriale e il suo impatto sull’ambiente

L’aumento della popolazione, la richiesta sempre crescente di derrate alimentari, ha portato inevitabilmente ad una rapida riorganizzazione di alcune infrastrutture, come quella agricola, che si è dovuta adattare conseguentemente alla nuova compagine sociale. Ad una domanda sempre maggiore del mercato, il settore agricolo ha dovuto “reinventarsi” soprattutto per quanto riguarda l’adozione di sistemi di produzione più rapidi ed efficaci. Vale a dire sistemi che prevedano l’utilizzo di fertilizzanti sintetici all’azoto che mirano ad incrementare la crescita delle piante.
L’azoto è un componente essenziale per la vita sulla terra: le piante assorbono azoto dal terreno e gli animali a loro volta si nutrono delle piante. Quando muoiono e si decompongono, l’azoto ritorna al suolo e viene trasformato dai batteri. Questa ciclicità, che prende il nome di “Ciclo dell’azoto”, può tuttavia essere compromessa, se si ricorre ad espedienti nocivi, come appunto i già citati fertilizzanti sintetici, o a metodi di coltivazione che non rispettano la naturale ricomposizione del terreno, in seguito al tradizionale ciclo di rotazione periodica delle culture.
L’agricoltura industriale moderna ha sconvolto questo antico equilibrio ecologico, già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando negli USA si è cercato di incentivare al massimo la produzione di cibo, con l’obiettivo di mantenere prezzi bassi e incoraggiare le esportazioni.
Oggi molte attività agricole potrebbero ritrovarsi con un deficit economico enorme se non fosse per il sostegno dei contribuenti, che favoriscono l’attuazione di pratiche altamente nocive e particolarmente dispendiose. 
Per produrre una sola caloria di cibo addirittura il settore agricolo consuma circa 10 kcal di energia ricavata dai carburanti fossili.
Ciò che però fu quasi totalmente ignorato, negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, è il fatto che l’utilizzo dei fertilizzanti all’azoto stimola non soltanto la crescita delle piante, ma conseguentemente anche quella dei batteri che vivono nel suolo e che sono “affamati” di carbonio. Ecco perché la distribuzione rapida di fertilizzante porta ad una riproduzione ancor più spedita di questi batteri che assorbono senza freno il carbonio, lasciandone il terreno privo.

I fertilizzanti all’azoto finiscono poi nei corsi d’acqua che, riempiti di nutrienti, permettono la crescita di alghe nelle aree in cui sfociano. Quando le alghe muoiono, la loro decomposizione sottrae l’ossigeno all’acqua, provocando danni enormi alla fauna acquatica e dando vita a quelle che vengono definite “zone morte”.
Al Gore paragona l’attuale utilizzo dei fertilizzanti sintetici all’azoto al patto stipulato da Faust col diavolo. Ed effettivamente non ha tutti i torti! 
Addirittura alcune aree del globo presentano terreni talmente degradati che è necessaria non una diminuzione, ma un aumento della fertilizzazione.

Il settore agricolo nello specifico del continente Europeo

Entrando nel dettaglio della zona europea, secondo alcuni studi condotti dall’Agenzia europea dell’ambiente, l’attività agricola risulta meno interessante come attività economica e soltanto il 39% del suolo del continente risulta effettivamente adibito ad uso agricolo.
Il settore utilizza gran parte delle risorse naturali e le conseguenze di uno sfruttamento così massiccio sono inevitabili:

  • Il 94% delle emissioni di ammoniaca in Europa, sono derivate direttamente dall’agricoltura;
  • Mediante l’irrigazione, l’agricoltura esercita forti pressioni sulle risorse idriche rinnovabili, tanto che circa il 50% dell’acqua utilizzata in Europa è destinata al settore;
  • L’agricoltura è una delle principali fonti di nitrati nelle acque superficiali o sotterranee;

Accanto a questi fattori di rischio ambientali, vanno ad aggiungersi anche altri cambiamenti di tendenza soprattutto relativi al consumo, in crescita, della carne rossa. In media per produrre mezzo chilo di carne, servono oltre 3 chili di proteine vegetali e quasi 22,8 metri cubi d’acqua.

Il consumo pro capite della carne è aumentato di circa il 50% negli ultimi 50 anni, soprattutto nei paesi sviluppati. 
Il tutto, ovviamente, accompagnato da un elevatissimo consumo di energia, proveniente da combustibile fossile, necessaria per far muovere l’intera macchina di produzione alimentare e da una conseguente impennata delle emissioni di CO2.Gli impatti legati, dunque, alle emissioni provenienti dagli impianti di allevamento industriali, insieme a quelli strettamente connessi al settore agricolo, hanno peggiorato in maniera irrimediabile l’ecosistema globale.

La scelta dell’Europa

Tuttavia, nonostante gli impatti devastanti all’ambiente, causati prevalentemente dal settore agricolo, l’Unione Europea, ha adottato alcune misure di contenimento dei rischi. 
Una di queste prende il nome di Direttiva Nitrati, firmata nel 1991 dagli Stati membri dell’Unione mira a proteggere la qualità delle acque prevenendo l’inquinamento di quelle sotterranee e di quelle superficiali provocato dai nitrati utilizzati in agricoltura. 
Ogni quattro anni, la Commissione europea redige una relazione sull’attuazione della direttiva e delle buone pratiche agricole da attuare nel rispettivo territorio nazionale. 
La direttiva, inoltre, consente agli Stati di derogare al limite di 170 kg di azoto per ettaro all’anno soltanto in condizioni specifiche, come stagioni di crescita prolungate o elevate precipitazioni. 
La misura adottata, sebbene rappresenti un piccolo segnale di risposta al cambiamento climatico, ha mostrato fin da subito la volontà da parte degli Stati membri di migliorare la qualità del settore agricolo industriale. 
Nell’Unione Europea migliora la qualità delle acque e cresce l’efficacia dei programmi d’azione. Nonostante la riduzione del numero di capi d’allevamento e nell’uso di fertilizzanti fornisca un importante contributo in termini di riduzione di pressione ambientale, le attività agricole costituiscono ancora oggi un’importante fonte di azoto per le acque superficiali.
Indubbiamente la direttiva rappresenta soltanto un piccolo tassello nella lotta al cambiamento climatico che, si spera, entro il più breve tempo possibile, possa concludersi in maniera vittoriosa.

Fonti

Bibliografia

Al Gore, La scelta. Come possiamo risolvere la crisi climatica, Rizzoli, 2009

Comunità energetiche rinnovabili: il primo passo dell’Italia a Magliano d’Alpi

Sempre più spesso sentiamo parlare di transizione energetica: rendere sostenibili le nostre città e rinnovare le infrastrutture in modo che il loro impatto non sia più deleterio per il clima del pianeta. Le comunità energetiche rinnovabili rappresentano un esempio virtuoso e concreto di come questo procedimento sia effettivamente realizzabile. 

Cosa si intende per comunità energetiche?

Le comunità energetiche indipendenti sono ormai una realtà affermata in molte aree del territorio europeo (Germania e Danimarca su tutti). Esse rappresentano una scelta sostenibile che permette a molte città di favorire il processo di decarbonizzazione, limitare le emissioni di CO2, riuscire ad essere totalmente autosufficienti a livello energetico e, in alcuni casi, trarre profitto dall’energia in eccesso che viene prodotta da impianti ad energia green. Nata come iniziativa spontanea nei paesi del Nord Europa, la definizione di comunità energetica è entrata nella legislazione europea con il Clean Energy Package. Un’ulteriore spinta è arrivata con la direttiva Red II (2018/2001/Ue), che ha come obiettivo generale quello di portare il livello di consumo proveniente da fonti energetiche rinnovabili al 32% entro il 2030. 

Le comunità energetiche costituiscono a tutti gli effetti un soggetto giuridico e necessitano di un controllo meticoloso da parte dei membri partecipanti; il loro obiettivo principale è conseguire benefici ambientali, economici e sociali per la comunità stessa. Le premesse per cui siano definite tali sono l’installazione di impianti per le rinnovabili con una potenza totale inferiore a 200 kW e che l’energia ricavata sia possibilmente consumata dalla comunità stessa, oppure immagazzinata in sistemi appositi. L’impianto deve essere collegato alla rete elettrica a bassa tensione, attraverso la stessa cabina di trasformazione da cui la comunità energetica trae anche l’energia di rete.

Uno tra gli esempi più efficienti di comunità energetica in Europa si trova in Germania, precisamente nei comuni di Neuerkirch e Kulz, nel Circondario del Reno-Hunsrück. Per far fronte al debito pubblico e al calo della popolazione i due comuni si sono uniti e insieme ad alcuni cittadini hanno investito in impianti eolici, i quali hanno permesso un ricavo da investire in pannelli fotovoltaici e nella creazione di reti locali per il riscaldamento. Tra i due comuni il risparmio di CO2 è passato da 1200 a solo 80 tonnellate l’anno e ad oggi i soci sono 336 e gli impianti 18 (dati da La comunità energetica – Report 08/06/2020).

Il primo passo dell’Italia

Il 12 marzo 2021 è stata inaugurata la prima comunità energetica d’Italia: si trova nel comune di Magliano d’Alpi, in provincia di Cuneo, ed è stata denominata Comunità Energetica Rinnovabile Energy City Hall.

Si apprende dal sito del comune che “con la deliberazione della Giunta Comunale n. 38 del 28 aprile 2020 il comune ha aderito al Manifesto delle Comunità Energetiche per una centralità attiva del Cittadino nel nuovo mercato dell’energia, promosso dall’Energy Center del Politecnico di Torino, entrando in sinergia attiva con un polo di eccellenza del mondo della ricerca sui temi energetici e delle smart city”.

Con l’installazione di un impianto fotovoltaico da 20 Kw di picco, posto sul tetto del Palazzo comunale, l’amministrazione si presta a fornire energia pulita a piccole realtà cittadine come palestre, biblioteche, scuole, botteghe ed alcune abitazioni private. Il Comune quindi si propone come coordinatore della CER (Comunità Energetica Rinnovabile) e nel doppio ruolo di produttore e consumatore. Inoltre, viene offerta la possibilità a chiunque abbia a disposizione un impianto fotovoltaico costruito dopo il 1° marzo 2020, collegato alla medesima cabina di trasformazione secondaria utilizzata dal Comune, di proporsi come produttore energetico, mentre per coloro che non hanno a disposizione un impianto è concesso associarsi come semplici consumatori.

Si legge ancora sul sito del Comune che la legge di conversione del decreto “Milleproroghe” fornisce fin da subito “la possibilità a tutti i cittadini di esercitare collettivamente il diritto di produrre, immagazzinare, consumare, scambiare e vendere l’energia auto prodotta, con l’obiettivo di fornire benefici ambientali, economici e sociali alla propria comunità. In particolare, ci si attende che comunità energetiche rinnovabili e con autoconsumo collettivo possano contribuire a mitigare la povertà energetica, grazie alla riduzione della spesa energetica, tutelando così anche i consumatori più vulnerabili.” A ciò seguono tutta una serie di indicazioni che regolano il funzionamento della comunità così come definita dal decreto “Milleproroghe”, tra cui troviamo la limitazione per la potenza degli impianti che non deve superare i 200 kW e il vincolo per cui la condivisione dell’energia sia destinata all’autoconsumo istantaneo

Nell’articolo Energia pulita e sostenibile: qual è la realtà in Italia? abbiamo illustrato quello che è l’SDG numero 7 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. In questa direzione, la comunità energetica rinnovabile di Magliano D’Alpi fornisce un esempio tangibile di approvvigionamento energetico vantaggioso, mettendo l’Italia sui binari giusti verso un futuro in cui il termine transizione ecologica non sia solo il nome di un ministero ad hoc soffocato dalle contraddizioni della politica, ma diventi una realtà concreta da cui tutti possano trarre beneficio. Un cambio di passo è possibile. La rivoluzione green non può più attendere.

Fonti

I sogni non si comprano

Questi sono giorni tristi per ogni vero appassionato di calcio.

Che questo sport fosse guidato da forti rapporti economici è sempre stato chiaro agli occhi di tutti. Quando, però, leggo frasi che ironicamente incitano a svegliarsi e che è da quando fu sostituita la palla di stracci con quella in cuoio che lo spirito sportivo è morto, allora occorre fermarsi e portare avanti una riflessione. 
Il fatto che i ricchi tendano ad arricchirsi e ad aumentare il divario economico con le realtà sottostanti è un dato di fatto, concreto e appurato, ma non per questo può, o deve, essere permesso.
Il circolo elitario che ha formato la Superlega è vergognoso perchè non nasce mosso dai valori di uguaglianza, aggregazione, competitività e confronto che caratterizzano questo sport ma, esclusivamente, con l’intento di sanare i propri bilanci, martoriati da una politica gestionale di questo settore che loro stessi hanno contribuito a creare e che è stata definitivamente affossata dal Covid-19.

La Superlega

La stessa struttura della Lega è agli opposti dei valori inclusivi e meritocratici del calcio: 20 club partecipanti di cui 15 Club Fondatori e un meccanismo di qualificazione per altre 5 squadre, che verranno selezionate ogni anno in base ai risultati conseguiti nella stagione precedente; partite infrasettimanali con tutti i club partecipanti che continueranno a competere nei loro rispettivi campionati nazionali, preservando il tradizionale calendario di incontri a livello nazionale che rimarrà il cuore delle competizioni tra club; inizio ad agosto, con i club partecipanti suddivisi in due gironi da dieci squadre, che giocheranno sia in casa che in trasferta e con le prime tre classificate di ogni girone che si qualificheranno automaticamente ai quarti di finale; le quarte e le quinte classificate si affronteranno in una sfida “andata e ritorno” per i due restanti posti disponibili ai quarti di finale; il formato a eliminazione diretta, giocato sia in casa che in trasferta, verrà utilizzato per raggiungere la finale “a gara secca”, che sarà disputata alla fine di maggio in uno stadio neutrale.

L’ipocrisia con la quale i suoi fondatori, Florentino Perez, Andrea Agnelli e Joel Glazer, parlano della Superlega come un “percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, fornisca un esempio positivo e coinvolgente” (Andrea Agnelli), è assolutamente vergognosa.
Forse è bene ricordare i numeri delle cifre che “i salvatori del calcio europeo” andrebbero a mettersi in tasca. Riceveranno un contributo una tantum pari a 3,5 miliardi “a supporto dei piani d’investimento in infrastrutture e per bilanciare l’impatto della pandemia Covid-19”. Ogni società avrà tra 100 e 350 milioni subito, finanziati dalla banca d’affari americana JP Morgan: i premi annuali saranno tra 55 e 250 milioni per club e solo il 20% di questo tesoro dipenderà dai risultati.
Sarebbe interessante chiedere a Glazer ( “la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo, assicurando una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un accresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica nel suo complesso”), quale sarebbe il vantaggio per i club dei campionati che sono stati esclusi da questo torneo.
I Top Club, infatti, se avessero la possibilità di partecipare, come consuetudine, ai campionati nazionali, sarebbero notevolmente favoriti grazie alle entrate economiche della Superlega.
Per questo negli ultimi giorni non sono mancate dimostrazioni di disapprovazione nei confronti di questa nuova competizione, sia da parte dei club, che da parte dei giocatori e degli allenatori tesserati con i club fondatori.

FIFA e Uefa

La FIFA e l’Uefa si sono immediatamente dette contrarie alla doppia partecipazioni dei club, minacciando anche di escludere i firmatari della Super League dall’attuale Champions League in corso. Minacciando anche di escludere dalle Nazionali i giocatori dei club.
Tuttavia, queste due istituzioni del mondo del calcio, che inevitabilmente stanno passando come i difensori di questo sport, non lo sono affatto. 
Sono due organizzazioni che fanno esclusivamente i loro interessi, e combattere la Superlega rientra tra questi. 
L’Uefa è stata l’ideatrice del Fair Play Finanziario, un regolamento economico che impedisce di spendere più dei propri ricavi e che avrebbe dovuto ridurre il gap tra i “Paperoni del calcio” e gli altri club. Ovviamente è stato applicato solo in poche e rare occasioni e, soprattutto, nei confronti di realtà con un minor peso sportivo e mediatico, mentre per i Top Club, come PSG o Manchester City (solo per citarne due), è stato più volte chiuso un occhio, senza mai indagare fino in fondo (come nel caso evidenziato dal New York Times).
La FIFA invece condanna, con le parole del suo presidente Infantino, la nascita della Super League europea, quando poche settimane fa aveva promosso la nascita di una competizione similare in Africa. Forse perchè gli interessi economici sono totalmente diversi?
La stessa FIFA, che si fa portavoce dei diritti etici, morali e sportivi ha affidato i Mondiali del 2022 al Qatar, dove, secondo un’inchiesta del The Guardian, sarebbero morti più di 6500 lavoratori alle nuove infrastrutture sportive.
Lo stesso Qatar dove continua ad essere in vigore la pena di morte, dove i diritti per le persone Lgbtq+ sono inesistenti, dove le donne continuano a essere discriminate nella legge e nella prassi, e dove la libertà d’espressione continua ad essere un’utopia. Qualcuno potrebbe dire che stanno vivendo un nuovo Rinascimento. 
(Per leggere altre inchieste sulla FIFA vi consiglio quest’articolo)

I valori del calcio

Al di là della riflessione economico-politica è prioritario soffermarsi sull’aspetto sportivo di questa decisione.
La magia del calcio presuppone la lotta e il sacrificio per arrivare a giocarsi la fama e la gloria contro i migliori avversari, nei più grandi palcoscenici mondiali. Tutto per meritocrazia.
Giocare partite di cartello ogni settimana, così da poterne vendere i diritti televisivi, priva questo sport della magica adrenalina che si nascondeva dietro alla trepidante attesa delle partite fondamentali. Del resto, indubbiamente, la stessa motivazione che alimenta il fuoco della competitività dei giocatori scemerebbe. 
Mi hanno profondamente colpito le frasi di alcuni giocatori, assai rappresentative degli animi tormentati di tanti tifosi di tutto il mondo. 

“I bambini crescono sognando di vincere il Mondiale e la Champions League – non la Super League. La bellezza delle grandi partite è che arrivano una o due volte all’anno, non ogni settimana. Davvero difficile da capire per tutti i tifosi…”
– Mesut Ozil

“Mi sono innamorato del calcio popolare, del calcio dei tifosi, con il sogno di vedere la squadra del mio cuore sfidare i più grandi. Se questo progetto della Superlega proseguirà, questo sogno è destinato a finire. Il desiderio dei tifosi delle squadre che non sono ai vertici di vedere i loro team battere sul campo i più grandi, è spento”
– Ander Herrera

“I sogni non si comprano”
– Bruno Fernandes
(cronache di spogliatoio)

La fine della Superlega

Dopo 48 ore dalla nascita della Superlega tutto è stato sospeso. 
Il mondo del calcio è stato messo a dura prova, ma alla fine, dopo forti pressioni da parte dei tifosi e delle istituzioni in carica, le società fondatrici della competizione si sono bruscamente fermate.
In Inghilterra sono nate vere e proprie manifestazioni di rivolta da parte delle tifoserie dei club interessati, che hanno costretto le società tirate in causa a rivedere le proprie decisioni.
Tutte le squadre inglesi si sono ritirate ufficialmente dal progetto. 
In Italia, anche Inter e Milan si sono tirate fuori. 
Real Madrid, Barcellona e Juventus, nonostante tutto sia stato sospeso, non prendono le distanze dalle loro azioni, ribadendo l’importanza di una simile competizione e mettendo solo per il momento il progetto in stand-by.
Il tifoso, che da sempre è al centro della macchina del mondo del calcio, ha impugnato lo scettro del potere e ha fatto valere la sua importanza. Ma non c’è da cantar vittoria. Il cantiere Super League rimane aperto.

Città-spugna: la città del futuro

Una della conseguenze più disastrose del cambiamento climatico sono i nubifragi e l’innalzamento del livello del mare. Troppo spesso negli ultimi anni le città sono attraversate da venti e piogge devastanti, con danni da milioni di euro. Il maltempo allaga le città, anche quelle più organizzate. Basti ricordare il nubifragio che colpì Copenaghen nel 2011, allagando la città e portando danni per oltre un miliardo di dollari. Ma non c’è bisogno di andare all’estero: il nostro Paese ogni anno è attraversato da terribili eventi che puntualmente ci trovano impreparati. Come sarebbe l’Italia senza Venezia? Abbiamo mai pensato che una delle conseguenze più catastrofiche dei cambiamenti climatici sia proprio quella di perderla? 

Una soluzione ci sarebbe: la sponge city.

L’idea nasce in Cina

È nata dalla Cina l’idea di sponge city (città-spugna), una città che, proprio come dice il nome, sarebbe in grado di assorbire acqua per riutilizzarla: la Cina, infatti, ha investito 12 miliardi di dollari per trasformare 250 città in città-spugna. L’obiettivo era molto ambizioso, dato che il governo voleva per il 2020 che il 70% dell’acqua piovana fosse assorbita e riutilizzata. Purtroppo l’emergenza Covid-19 ha fermato tutto, e ad oggi non sappiamo con precisione se l’obiettivo sia stato effettivamente raggiunto. L’architetto cinese Kongjian Yu è il pioniere di questo nuovo ambito e condivide con il mondo un messaggio chiave: il modo in cui pensiamo alle risorse d’acqua (fiumi, laghi, acqua piovana, etc..) “è totalmente sbagliato”.

“Quello che abbiamo fatto è totalmente sbagliato. […] Pensiamo che possiamo usare una diga per proteggere le città dalle inondazioni. Dobbiamo capire che queste infrastrutture in realtà uccidono la natura.” 
Kongjian Yu

Struttura di una città-spugna

Avete presente quei film che ci fanno immaginare le città del futuro, dove ci sono palazzi enormi di vetro coperti di piante e macchine che volano? Ecco, l’idea è un po’ quella, ma più ridimensionata. Anziché continuare a raccogliere in bacini di cemento le risorse idriche, dovremmo accoglierle nella città, attraverso parchi, pavimenti permeabili, palazzi coperti di verde e swales. Uno swale, secondo il modello americano, è un canale con gli argini leggermente inclinati. Se costruito artificialmente, è essenziale per gestire il deflusso di acqua e garantire che l’acqua piovana si infiltri nel sottosuolo. Ma quali sono nel dettaglio i vantaggi di una città-spugna? Come abbiamo già detto, un grande vantaggio sarebbe quello di poter raccogliere l’acqua, in modo da poter essere riutilizzata filtrandola o conservandola per un periodo di siccità. Un secondo vantaggio è quello di ridurre i danni causati da un nubifragio: se la città è concepita come un grande bacino idrico, non avrà problemi ad affrontare un’improvvisa scarica d’acqua. Infine, una sponge city è piena di verde e quindi di alberi e piante che assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, diminuendo così lo smog e rendendo l’aria più respirabile.

Esempi dal mondo

Ad aprire la fila è Wuhan, città che conosciamo bene, ma forse per la ragione sbagliata. Con l’attuazione di 228 progetti per la trasformazione di oltre 38,5 chilometri quadrati, Wuhan è stata la prima città-spugna cinese, guadagnando questo titolo nel 2015. Sempre in Cina troviamo il progetto più all’avanguardia concepito fino ad oggi: la Liuzhou Forest City. A nord della città di Liuzhou (situata nella regione dello Guangxi) è in fase di attuazione un piano, commissionato allo studio Stefano Boeri Architetti, per costruire la prima città foresta del mondo. Ogni edificio sarà coperto da piante e alberi, in modo tale che la città possa assorbire 10mila tonnellate di CO2 all’anno; ma non solo. La città sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili: “a partire dall’uso della geotermia per il condizionamento degli spazi interni degli edifici e dall’ installazione diffusa sui tetti di pannelli solari a elevata efficienza per la captazione delle energie eoliche rinnovabili”.

La già citata Copenaghen ha imparato dai suoi errori molto presto, iniziando dal 2011 in poi a costruire un piano ventennale per prevenire le alluvioni, integrato con il piano per la riduzione dei gas serra: il governo ha investito oltre 1,3 miliardi di euro. Oltre a ricoprire, in alcune zone della città, l’asfalto con manti erbosi, il governo ha pensato a una soluzione per creare dei bacini per raccogliere l’acqua. Un’area della città pari a 22mila metri quadrati sarà trasformata in bacino con la capacità massima di 18mila metri cubi d’acqua. Il termine dei lavori è previsto per il 2022. Altre città europee, come Berlino e Londra, si sono indirizzate verso politiche mirate per aumentare il verde in città. Londra in particolare, con il progetto 100 Pocket Parks, vuole spargere 100 parchi in giro per la città.

E l’Italia? In Italia neanche si parla di città-spugna. Il nostro paese non sembra in grado, o non ha le forze necessarie, per pensare a un piano così rivoluzionario. Esistono dei progetti per il rischio alluvioni, ma si pensa sempre in piccolo o a posteriori: dopo l’alluvione ci si impegna per trovare i soldi per coprire i danni.

Secondo un rapporto del Consiglio nazionale dei Geologi e del Cresme pubblicato nel 2010, sono 6 milioni gli italiani che abitano nell’area di territorio italiano considerato ad elevato rischio idrogeologico; secondo il report redatto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008, sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, di cui molte legate alla presenza di corsi d’acqua che li attraversano.

Sicuramente sia in Italia che in qualsiasi altra parte del mondo non possiamo più aspettare la prossima alluvione o il prossimo nubifragio semplicemente preparandosi al peggio. È il momento di pensare in grande e su tempi molto lunghi, mettendo da parte gli interessi economici per fare la cosa giusta. 

Fonti
Per approfondire

Tra distruzione e salvezza

Le due facce della soia

Circa cinquemila anni fa veniva coltivata per la prima volta in Cina il “Ta Teou”, letteralmente “grande fagiolo”, una tra le cinque piante sacre per l’Impero cinese.
In seguito alla sua esportazione nell’800, in America ed Europa, la soia avrebbe conosciuto il più grande impiego mai esistito per un semplice legume, in tutto il mondo. Una semplice legume che da sempre si è saputo distinguere, grazie alla sua interessante duttilità, tanto da vederne la trasformazione in svariati prodotti: da latte a yogurt, da farina a sostituti della carne, fino alla sua trasformazione in cera.

Ma cosa si nasconde dietro la sua produzione?

È possibile che sia ritenuto responsabile di gran parte dell’inquinamento globale?

Lo sfruttamento nella produzione della Soia

Dalla sua scoperta fino ad oggi, la così grande richiesta di soia e la sua larga coltivazione hanno portato a catastrofiche conseguenze.

Come sempre, l’uomo non ha mezze misure: o tutto o niente.
È proprio seguendo questa politica di pensiero, e ovviamente di mercato, che l’uomo non ha potuto non sfruttarne la coltivazione, ottenendo con una minima spesa, una massima resa.
Dal 2000 ad oggi la produzione di soia si può dire raddoppiata, raggiungendo i 210 milioni di tonnellate prodotte. Ciò ha comportato la conversione di vari terreni in luoghi adatti alla sua coltivazione.

Se nel 1995, 18 milioni erano gli ettari destinati a questa pratica nel Sudamerica, nel 2005 ne sono risultati necessari 40 milioni: tutto in soli dieci anni.

Un esempio è la foresta Atlantica situata tra Brasile, Argentina e Paraguay, che nel giro di 40 anni si è ridotta al 7% rispetto allo stato iniziale, oppure nel Cerrado, dove la Savana Brasiliana,  ad oggi è stata attestata solo al 20% rispetto ai 200 milioni di ettari che la caratterizzavano in principio.

Nell’ articolo “Salute e benessere” abbiamo visto come, per soddisfare i bisogni e le esigenze di pochi, molti sono coloro obbligati a piegarsi e farsi schiavi del Sistema.

Nei principali Paesi produttori come Brasile, Argentina e USA, la produzione di questo legume è causa di squilibri sociali, economici ed ecologici.

Chi finanzia la produzione si ritrova tra le mani una miniera d’oro, ma a quale prezzo?

Mentre qualcuno si arricchisce, qualcun altro perde tutto. Quest’ultimi sono denominati i “ Senza Terra”.

Con la creazione di nuovi campi vengono, di fatto, violati i diritti essenziali di famiglie, di comunità indigene e di piccole attività; senza contare che, molto spesso, a queste persone non viene richiesto di mettersi a servizio della catena di produzione.

Grazie alla tecnologia e all’alto grado di meccanizzazione, a svolgere la maggior parte dei processi sono le macchine, in tal modo per 170/200 ettari di terreno, risulta necessario un solo lavoratore. Rimangono, quindi, disponibili i lavori stagionali, i cui sinonimi sono sfruttamento e retribuzione irrisoria, se non, addirittura, casi di lavoro forzato.

Tra OGM e Qualità

Il nostro Paese si è sempre distinto per una particolare attenzione alla tutela della qualità dei prodotti.
Proprio per questo motivo, l’Italia può essere considerata a tutti gli effetti un Paese OGM-free, il che significa che non possono essere modificati, in alcun modo, i geni delle materie prime per poterne aumentare le proprietà o la produzione. Dovremmo essere fieri della nostra qualità, tanto che, forse un giorno, arriveremo anche ad avere soia con certificazione di qualità.

Dotare la soia di un marchio di qualità significa avere a disposizione un disciplinare nel quale sono contenuti tutti i passaggi per la sua produzione: una lente d’ingrandimento per fare chiarezza sul prodotto che stiamo consumando.

Eppure è proprio qui che si pone il problema.

Non produrre OGM significa anche non riuscire a sopperire alla domanda, e molto spesso ne consegue l’utilizzo di materie prime proveniente da altri Paesi, per i quali questa qualità non può essere generalmente attestata.

La domanda di soia è in costante aumento e quella prodotta in Italia è troppo poca per soddisfare questa esigenza.

The Butterfly Effect

Da grande consumatrice di prodotti derivanti dalla soia, spesso capita di ritrovarmi al centro di dibattiti in cui mi si mostrano gli effetti della sua produzione.
Ovviamente, questi dati non vengono mai approfonditi e, in questo modo,  si rischia di non riuscire a sensibilizzare laddove necessario. 

Facendo riferimento ad una produzione globale, l’85% della soia prodotta è destinata all’alimentazione animale, mentre solo il 6% al nostro consumo.
È, quindi, importante considerare anche che il particolare incremento di consumo di carne, in questi ultimi anni ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo mercato e, di conseguenza, nello sviluppo dello sfruttamento e dell’inquinamento.
All’interno di questo discorso potremmo inserirci altre particolari considerazioni sulle coltivazioni di diversi cereali, come ad esempio il mais: anche questo è destinato per l’85% al consumo animale, per il 10% alla produzione di energia ed infine, solo il 5% per la nostra alimentazione.

Povertà e malnutrizione sono da sempre presenti nella nostra storia, ma se prima non c’erano le risorse materiali necessarie, oggi, che queste risorse sono concrete e in abbondanza, decidiamo consapevolmente di precluderne il consumo ad un’importante fetta della popolazione globale.

Ancora una volta dimostriamo di inneggiare alla fratellanza, ma indossando la maschera del nemico.

Ancora una volta decidiamo di distruggere, piuttosto che salvare.

ASviS, lo sviluppo sostenibile in Italia

Cos’è ASviS

Il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, nasce ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile con l’obiettivo di far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni, la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitarli, allo scopo di realizzare i 17 SDG’s. Questa straordinaria opera di sensibilizzazione deve essere accompagnata da uno sforzo comune ben organizzato, è necessario quindi che l’insieme della società civile, le parti sociali e le autorità pubbliche trovino forme efficaci di collaborazione, superando i particolarismi.

La situazione in Italia

Ogni anno ASviS pubblica un rapporto che, oltre a fornire aggiornamenti sull’impegno della comunità internazionale per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, si focalizza sul contesto nazionale. Confrontando il rapporto del 2019 con il rapporto 2020 purtroppo non si notano evidenti miglioramenti riguardo l’impegno dell’Italia per lo sviluppo di una cultura della sostenibilità, anzi la situazione è in evidente peggioramento. 

Ma cerchiamo di capire cosa non è andato.

La figura di Enrico Giovannini

Ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro del Governo Letta, Enrico Giovannini è il co-fondatore e portavoce di ASviS dal 2016. Nel suo incarico con l’alleanza si è sempre occupato di sostenibilità ed è lui ad aver descritto la delicata situazione italiana nei vari rapporti ASviS annuali.

Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l'evento Diplomazia per l'Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019.  ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l’evento Diplomazia per l’Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Rapporto 2020

Giovannini si è espresso duramente nel report 2020: “Abbiamo perso 5 anni su 15 per attuare l’Agenda 2030. L’accordo del 2015 non è stato preso abbastanza seriamente dalla classe dirigente, dalla politica e dall’opinione pubblica e così l’Italia mancherà molti dei target fissati al 2020. La crisi in corso rischia di allontanarci dal sentiero verso l’Agenda 2030, ma la scelta dell’Unione europea a favore dello sviluppo sostenibile consente di cambiare direzione.

È evidente che la crisi rende più difficile il cammino verso la sostenibilità. L’Italia non ha rispettato gran parte degli impegni al 2020 dell’Agenda 2030 e la crisi incide negativamente su 9 obiettivi su 17. Nel 2020 peggiorano povertà, alimentazione, salute, istruzione, parità di genere, occupazione, innovazione, disuguaglianze, partnership, mentre migliorano i dati relativi all’economia circolare, la qualità dell’aria e i reati. L’ASviS avanza numerose proposte non solo su come orientare il “Piano di ripresa e resilienza” e i fondi nazionali, ma anche su come costruire una nuova governance delle politiche pubbliche, per aumentare la loro coerenza in nome del principio di giustizia intergenerazionale”.

L’Italia verso un futuro realmente sostenibile

Giovannini il 13 febbraio 2021 è stato nominato dal nuovo governo tecnico Draghi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Il Neo Ministro ha chiarito la sua linea di pensiero riguardo la situazione attuale e futura del nostro paese, in una lettera rivolta ai dipendenti del Mit.

“La crisi economica, sociale ed ecologica sono facce diverse di un problema comune legato all’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, che quindi va mutato secondo le linee indicate anche dall’Unione europea. Tale processo richiede un cambiamento culturale e politico profondo e tutti abbiamo la responsabilità di renderlo possibile e visibile. È un momento storico per il Paese che, grazie al nuovo corso dell’Unione europea, ha l’occasione irripetibile di riprogettare il proprio futuro guardando avanti con una visione più ampia. E a questo Ministero è chiesto di essere al centro della trasformazione.

Considerando l’approccio sbagliato e i conseguenti errori commessi dall’Italia in passato, il sopracitato intervento fa ben sperare in un’ottica di vero sviluppo sostenibile del nostro paese. 

Per maggiori informazioni visita il sito di ASviS.

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia minacciato dal Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi

Gli esseri umani sono ormai abituati a produrre rifiuti di ogni genere. 

Tra i più pericolosi per la salute e l’ambiente ci sono quelli radioattivi. Purtroppo ancora molte attività umane ne producono in grosse quantità; l’Italia, come altri Paesi, ha urgentemente bisogno di una soluzione definitiva al problema.

La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee

La SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) è la società incaricata di trovare un luogo adatto in cui poter costruire il Deposito Nazionale, ovvero un’infrastruttura per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività (quei rifiuti la cui radioattività decade dopo 300 anni). Insieme al Deposito Nazionale verrà costruito anche un centro di ricerca: il Parco Tecnologico. In totale la superficie occupata sarà di circa 150 ettari.
Per adempiere a questo compito, la SOGIN ha pubblicato il 5 Gennaio scorso la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI), individuando 67 luoghi idonei sparsi per sette regioni.
Con la pubblicazione della CNAPI si apre una nuova fase, quella della consultazione pubblica: ogni cittadino ha 60 giorni per poter presentare le proprie proposte, osservazioni o obiezioni. Durante questa fase si potranno escludere delle aree o modificare quelle presenti nella CNAPI.

Secondo quali criteri sono stati individuati i luoghi potenzialmente idonei?

Le aree idonee sono state individuate basandosi sui criteri stilati dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN). Nella guida tecnica n. 29 l’ISIN indica tutti i requisiti che le aree potenzialmente idonee devono avere; tali requisiti sono stati posti a loro volta dalle Linee Guida IAEA (International Atomic Energy Agency). In particolare l’analisi si è basata su 15 Criteri di Esclusione (CE) stilati dall’ISIN, con cui sono state escluse tutte quelle aree in cui un deposito radioattivo sarebbe impraticabile. Ad esempio sono state escluse le aree vulcaniche attive e quiescenti o le aree contrassegnate da sismicità elevata (tutti i criteri sono presenti della guida di SOGIN intitolata “Basi teoriche e modalità di applicazione dei criteri per la realizzazione della CNAPI” (la guida è stata caricata sul drive). Inoltre, basandosi sui 13 Criteri di Approfondimento (CA) stilati sempre dall’ISIN, sono state valutate dettagliatamente le aree non escluse dai 15 criteri sopra citati. 

In viola le aree idonee individuate dalla società SOGIN. Immagine pubblicata sul sito della società
 Fonte: Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (depositonazionale.it)

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia

Immagine presa da Google Maps

Tra le aree individuate come potenzialmente idonee è presente il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Il Parco è stato istituito nel 2004 ed è situato in Puglia e vanta un’estensione tale da comprendere al suo interno tredici comuni. Il territorio offre un’ampia gamma di paesaggi: da cavità carsiche a boschi di conifere, passando per gli edifici creati dall’uomo, come masserie e chiesette. Il Parco si allaccia anche a importanti siti storici: in questi luoghi infatti si narra la storia dei dinosauri che percorsero queste terre o di antichi uomini che vivevano nelle grotte presenti sul territorio. Oltre a essere uno dei parchi nazionali più importanti, è candidato come Geoparco UNESCO, per la singolarità e l’importanza del valore geologico che possiede. 

Come hanno reagito i diretti interessati?

Il giorno della pubblicazione della CNAPI il presidente del Parco, Francesco Tarantini, ha dichiarato: “Il nostro è un Parco nazionale compreso in una ZSC, una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000 volta a tutelare gli habitat e le specie protette. Il suo patrimonio naturalistico, geologico, culturale ed enogastronomico è incompatibile con il deposito di materiale radioattivo […].”

Anche il Presidente della Puglia, Michele Emiliano, ribadisce in un post su Facebook che il modello di sviluppo che segue la regione, dettato dalla tutela dell’ambiente, non può convivere con un deposito di rifiuti radioattivi.

A cosa serve un Deposito Nazionale?

È indispensabile costruire un Deposito Nazionale? Purtroppo le nostre società si basano ancora su fonti di energia non rinnovabili, i cui rifiuti risultano essere spesso pericolosi per la salute e l’ambiente.
I rifiuti radioattivi provengono dallo smantellamento degli impianti nucleari, oppure dal settore sanitario. La direttiva 2011/70 dell’Unione Europea prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nel Paese in cui sono stati prodotti. Altri Paesi europei si sono già dotati (o lo stanno facendo) di depositi per smaltire i rifiuti radioattivi. Inoltre, oltre ad ospitare i rifiuti già presenti nel nostro paese, sarà anche in grado di ospitare rifiuti radioattivi che verranno prodotti in futuro.
Il Deposito è sicuro, assicura SOGIN, e non rilascerà nessun tipo di radioattività grazie a un sistema multi-barriera che garantirà il totale isolamento dei rifiuti durante il loro smaltimento. Anche l’ambiente che lo circonda sarà continuamente monitorato.

Per quanto possa essere sicuro, un Parco Nazionale come quello dell’Alta Murgia, che è compreso in una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, candidato all’UNESCO come Geoparco, famoso per la sua attenzione allo sviluppo di un ambiente sostenibile e per la sua biodiversità, non è forse il luogo più adatto. Il Parco è anche un importante sito turistico, dato che è possibile visitarlo seguendo diversi itinerari. La collocazione di un deposito di scorie radioattive solleverebbe non poche polemiche tra i frequentatori del Parco.
Il 9 Gennaio scorso si si sono riuniti online i tredici sindaci dei Comuni del Parco. Convocati dal presidente Francesco Tarantini, per esprimere il loro dissenso alla costruzione del Deposito Nazionale sul proprio territorio con motivazioni tecniche e scientifiche, sostenuti anche dall’Università di Bari.
Dovremo aspettare la scadenza dei 60 giorni di consultazione pubblica per vedere come andrà a finire, sperando che il Parco Nazionale dell’Alta Murgia possa continuare a prosperare senza essere ospite di alcun rifiuto radioattivo.

Per approfondire: