Green Hopes Gaza

In questi giorni stiamo vivendo la tragedia dell’acceso conflitto presente ormai storico tra Palestina e Israele.
In contrasto con questa terribile situazione da alcuni anni è nata nella zona della Striscia di Gaza, dall’ONG A.C.S. Italia, l’iniziativa Green Hopes Gaza volta alla riqualificazione di un’ampia area, diventata una discarica dopo gli ultimi conflitti del 2014. 

A man pulls his luggage while passing the rubble of a destroyed building which was hit by Israeli airstrikes, in Gaza City, Wednesday, May 12, 2021. (AP Photo/Adel Hana)

Green Hopes Gaza è un progetto di riqualifica sociale ed ambientale delle aree nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti. A.C.S. con la comunità locale dei quartieri di Al Nada, Al Isba e Al Awda ha ridisegnato lo spazio pubblico attraverso un processo partecipativo che ha condotto alla realizzazione di orti urbani, una serra didattica, un centro multifunzionale, campi dedicati a delle attività sportive e spazi per bambini e giovani, infrastrutture e servizi di supporto psicologico.

Secondo l’analisi del Ministero dei lavori pubblici e dell’edilizia abitativa (MPWH) le condizioni socioeconomiche dei residenti di Al Nada, Al Awada e Al Isba, rientrano nelle categorie di “Reddito basso” (reddito familiare medio di 430 €). al mese) e “Under Poverty Line” (reddito di soli 120 € al mese). 

Secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile a Gaza è il più alto del mondo.
Dal punto di vista urbano, ambientale e sociale, le opinioni dei distretti menzionati sono desolanti. L’Università Al Azhar ha sviluppato un “test di ansia di insicurezza”, che mostra che quasi il 100% delle donne nell’area di intervento soffre di disturbi d’ansia causati dalla paura di una nuova offensiva, il 43% da una media di PTSD e il 33% da un livello serio.

L’area di bonifica si affaccia sul complesso edilizio popolare di Al Nada attualmente in fase di ricostruzione da parte dell’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo), fondi di aiuto. Quest’area, attualmente inutilizzata, secondo il layout di MPWH è destinata al verde pubblico.

La rivitalizzazione dell’area verde e delle comunità residenti, con la messa in rete di diverse realtà e associazioni nell’area, consentirà il lancio di nuovi processi ricreativi sociali ed economici che dovrebbero consolidarsi a medio e lungo termine. In prospettiva, è previsto che in una seconda fase del progetto si provveda al rafforzamento di start-up e delle micro, piccole e medie imprese locali.

L’iniziativa è di fondamentale importanza proprio perché mira a riqualificare una zona che, a causa delle passate devastazioni necessita, forse più di altre, di un supporto sociale e ambientale. L’esempio di questa iniziativa ci aiuta comprendere quanto sia importante mirare ad un clima di stabilità, nelle zone riqualificate, che possa permettere una sana ripresa.

Purtroppo, però, gli episodi di questi giorni rischiano di spazzare via anni di impegno e di sforzi fatti in funzione di una vita e un ambiente più sano. Questa iniziativa nasce come un fiore nel cemento, che stenta a sopravvivere perché nel mezzo di un terreno arido e privo di umanità, ma con tenacia cresce e si oppone determinato a chiunque voglia sopraffarlo.

L’agricoltura industriale e il suo impatto sull’ambiente

L’aumento della popolazione, la richiesta sempre crescente di derrate alimentari, ha portato inevitabilmente ad una rapida riorganizzazione di alcune infrastrutture, come quella agricola, che si è dovuta adattare conseguentemente alla nuova compagine sociale. Ad una domanda sempre maggiore del mercato, il settore agricolo ha dovuto “reinventarsi” soprattutto per quanto riguarda l’adozione di sistemi di produzione più rapidi ed efficaci. Vale a dire sistemi che prevedano l’utilizzo di fertilizzanti sintetici all’azoto che mirano ad incrementare la crescita delle piante.
L’azoto è un componente essenziale per la vita sulla terra: le piante assorbono azoto dal terreno e gli animali a loro volta si nutrono delle piante. Quando muoiono e si decompongono, l’azoto ritorna al suolo e viene trasformato dai batteri. Questa ciclicità, che prende il nome di “Ciclo dell’azoto”, può tuttavia essere compromessa, se si ricorre ad espedienti nocivi, come appunto i già citati fertilizzanti sintetici, o a metodi di coltivazione che non rispettano la naturale ricomposizione del terreno, in seguito al tradizionale ciclo di rotazione periodica delle culture.
L’agricoltura industriale moderna ha sconvolto questo antico equilibrio ecologico, già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando negli USA si è cercato di incentivare al massimo la produzione di cibo, con l’obiettivo di mantenere prezzi bassi e incoraggiare le esportazioni.
Oggi molte attività agricole potrebbero ritrovarsi con un deficit economico enorme se non fosse per il sostegno dei contribuenti, che favoriscono l’attuazione di pratiche altamente nocive e particolarmente dispendiose. 
Per produrre una sola caloria di cibo addirittura il settore agricolo consuma circa 10 kcal di energia ricavata dai carburanti fossili.
Ciò che però fu quasi totalmente ignorato, negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, è il fatto che l’utilizzo dei fertilizzanti all’azoto stimola non soltanto la crescita delle piante, ma conseguentemente anche quella dei batteri che vivono nel suolo e che sono “affamati” di carbonio. Ecco perché la distribuzione rapida di fertilizzante porta ad una riproduzione ancor più spedita di questi batteri che assorbono senza freno il carbonio, lasciandone il terreno privo.

I fertilizzanti all’azoto finiscono poi nei corsi d’acqua che, riempiti di nutrienti, permettono la crescita di alghe nelle aree in cui sfociano. Quando le alghe muoiono, la loro decomposizione sottrae l’ossigeno all’acqua, provocando danni enormi alla fauna acquatica e dando vita a quelle che vengono definite “zone morte”.
Al Gore paragona l’attuale utilizzo dei fertilizzanti sintetici all’azoto al patto stipulato da Faust col diavolo. Ed effettivamente non ha tutti i torti! 
Addirittura alcune aree del globo presentano terreni talmente degradati che è necessaria non una diminuzione, ma un aumento della fertilizzazione.

Il settore agricolo nello specifico del continente Europeo

Entrando nel dettaglio della zona europea, secondo alcuni studi condotti dall’Agenzia europea dell’ambiente, l’attività agricola risulta meno interessante come attività economica e soltanto il 39% del suolo del continente risulta effettivamente adibito ad uso agricolo.
Il settore utilizza gran parte delle risorse naturali e le conseguenze di uno sfruttamento così massiccio sono inevitabili:

  • Il 94% delle emissioni di ammoniaca in Europa, sono derivate direttamente dall’agricoltura;
  • Mediante l’irrigazione, l’agricoltura esercita forti pressioni sulle risorse idriche rinnovabili, tanto che circa il 50% dell’acqua utilizzata in Europa è destinata al settore;
  • L’agricoltura è una delle principali fonti di nitrati nelle acque superficiali o sotterranee;

Accanto a questi fattori di rischio ambientali, vanno ad aggiungersi anche altri cambiamenti di tendenza soprattutto relativi al consumo, in crescita, della carne rossa. In media per produrre mezzo chilo di carne, servono oltre 3 chili di proteine vegetali e quasi 22,8 metri cubi d’acqua.

Il consumo pro capite della carne è aumentato di circa il 50% negli ultimi 50 anni, soprattutto nei paesi sviluppati. 
Il tutto, ovviamente, accompagnato da un elevatissimo consumo di energia, proveniente da combustibile fossile, necessaria per far muovere l’intera macchina di produzione alimentare e da una conseguente impennata delle emissioni di CO2.Gli impatti legati, dunque, alle emissioni provenienti dagli impianti di allevamento industriali, insieme a quelli strettamente connessi al settore agricolo, hanno peggiorato in maniera irrimediabile l’ecosistema globale.

La scelta dell’Europa

Tuttavia, nonostante gli impatti devastanti all’ambiente, causati prevalentemente dal settore agricolo, l’Unione Europea, ha adottato alcune misure di contenimento dei rischi. 
Una di queste prende il nome di Direttiva Nitrati, firmata nel 1991 dagli Stati membri dell’Unione mira a proteggere la qualità delle acque prevenendo l’inquinamento di quelle sotterranee e di quelle superficiali provocato dai nitrati utilizzati in agricoltura. 
Ogni quattro anni, la Commissione europea redige una relazione sull’attuazione della direttiva e delle buone pratiche agricole da attuare nel rispettivo territorio nazionale. 
La direttiva, inoltre, consente agli Stati di derogare al limite di 170 kg di azoto per ettaro all’anno soltanto in condizioni specifiche, come stagioni di crescita prolungate o elevate precipitazioni. 
La misura adottata, sebbene rappresenti un piccolo segnale di risposta al cambiamento climatico, ha mostrato fin da subito la volontà da parte degli Stati membri di migliorare la qualità del settore agricolo industriale. 
Nell’Unione Europea migliora la qualità delle acque e cresce l’efficacia dei programmi d’azione. Nonostante la riduzione del numero di capi d’allevamento e nell’uso di fertilizzanti fornisca un importante contributo in termini di riduzione di pressione ambientale, le attività agricole costituiscono ancora oggi un’importante fonte di azoto per le acque superficiali.
Indubbiamente la direttiva rappresenta soltanto un piccolo tassello nella lotta al cambiamento climatico che, si spera, entro il più breve tempo possibile, possa concludersi in maniera vittoriosa.

Fonti

Bibliografia

Al Gore, La scelta. Come possiamo risolvere la crisi climatica, Rizzoli, 2009

Comunità energetiche rinnovabili: il primo passo dell’Italia a Magliano d’Alpi

Sempre più spesso sentiamo parlare di transizione energetica: rendere sostenibili le nostre città e rinnovare le infrastrutture in modo che il loro impatto non sia più deleterio per il clima del pianeta. Le comunità energetiche rinnovabili rappresentano un esempio virtuoso e concreto di come questo procedimento sia effettivamente realizzabile. 

Cosa si intende per comunità energetiche?

Le comunità energetiche indipendenti sono ormai una realtà affermata in molte aree del territorio europeo (Germania e Danimarca su tutti). Esse rappresentano una scelta sostenibile che permette a molte città di favorire il processo di decarbonizzazione, limitare le emissioni di CO2, riuscire ad essere totalmente autosufficienti a livello energetico e, in alcuni casi, trarre profitto dall’energia in eccesso che viene prodotta da impianti ad energia green. Nata come iniziativa spontanea nei paesi del Nord Europa, la definizione di comunità energetica è entrata nella legislazione europea con il Clean Energy Package. Un’ulteriore spinta è arrivata con la direttiva Red II (2018/2001/Ue), che ha come obiettivo generale quello di portare il livello di consumo proveniente da fonti energetiche rinnovabili al 32% entro il 2030. 

Le comunità energetiche costituiscono a tutti gli effetti un soggetto giuridico e necessitano di un controllo meticoloso da parte dei membri partecipanti; il loro obiettivo principale è conseguire benefici ambientali, economici e sociali per la comunità stessa. Le premesse per cui siano definite tali sono l’installazione di impianti per le rinnovabili con una potenza totale inferiore a 200 kW e che l’energia ricavata sia possibilmente consumata dalla comunità stessa, oppure immagazzinata in sistemi appositi. L’impianto deve essere collegato alla rete elettrica a bassa tensione, attraverso la stessa cabina di trasformazione da cui la comunità energetica trae anche l’energia di rete.

Uno tra gli esempi più efficienti di comunità energetica in Europa si trova in Germania, precisamente nei comuni di Neuerkirch e Kulz, nel Circondario del Reno-Hunsrück. Per far fronte al debito pubblico e al calo della popolazione i due comuni si sono uniti e insieme ad alcuni cittadini hanno investito in impianti eolici, i quali hanno permesso un ricavo da investire in pannelli fotovoltaici e nella creazione di reti locali per il riscaldamento. Tra i due comuni il risparmio di CO2 è passato da 1200 a solo 80 tonnellate l’anno e ad oggi i soci sono 336 e gli impianti 18 (dati da La comunità energetica – Report 08/06/2020).

Il primo passo dell’Italia

Il 12 marzo 2021 è stata inaugurata la prima comunità energetica d’Italia: si trova nel comune di Magliano d’Alpi, in provincia di Cuneo, ed è stata denominata Comunità Energetica Rinnovabile Energy City Hall.

Si apprende dal sito del comune che “con la deliberazione della Giunta Comunale n. 38 del 28 aprile 2020 il comune ha aderito al Manifesto delle Comunità Energetiche per una centralità attiva del Cittadino nel nuovo mercato dell’energia, promosso dall’Energy Center del Politecnico di Torino, entrando in sinergia attiva con un polo di eccellenza del mondo della ricerca sui temi energetici e delle smart city”.

Con l’installazione di un impianto fotovoltaico da 20 Kw di picco, posto sul tetto del Palazzo comunale, l’amministrazione si presta a fornire energia pulita a piccole realtà cittadine come palestre, biblioteche, scuole, botteghe ed alcune abitazioni private. Il Comune quindi si propone come coordinatore della CER (Comunità Energetica Rinnovabile) e nel doppio ruolo di produttore e consumatore. Inoltre, viene offerta la possibilità a chiunque abbia a disposizione un impianto fotovoltaico costruito dopo il 1° marzo 2020, collegato alla medesima cabina di trasformazione secondaria utilizzata dal Comune, di proporsi come produttore energetico, mentre per coloro che non hanno a disposizione un impianto è concesso associarsi come semplici consumatori.

Si legge ancora sul sito del Comune che la legge di conversione del decreto “Milleproroghe” fornisce fin da subito “la possibilità a tutti i cittadini di esercitare collettivamente il diritto di produrre, immagazzinare, consumare, scambiare e vendere l’energia auto prodotta, con l’obiettivo di fornire benefici ambientali, economici e sociali alla propria comunità. In particolare, ci si attende che comunità energetiche rinnovabili e con autoconsumo collettivo possano contribuire a mitigare la povertà energetica, grazie alla riduzione della spesa energetica, tutelando così anche i consumatori più vulnerabili.” A ciò seguono tutta una serie di indicazioni che regolano il funzionamento della comunità così come definita dal decreto “Milleproroghe”, tra cui troviamo la limitazione per la potenza degli impianti che non deve superare i 200 kW e il vincolo per cui la condivisione dell’energia sia destinata all’autoconsumo istantaneo

Nell’articolo Energia pulita e sostenibile: qual è la realtà in Italia? abbiamo illustrato quello che è l’SDG numero 7 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. In questa direzione, la comunità energetica rinnovabile di Magliano D’Alpi fornisce un esempio tangibile di approvvigionamento energetico vantaggioso, mettendo l’Italia sui binari giusti verso un futuro in cui il termine transizione ecologica non sia solo il nome di un ministero ad hoc soffocato dalle contraddizioni della politica, ma diventi una realtà concreta da cui tutti possano trarre beneficio. Un cambio di passo è possibile. La rivoluzione green non può più attendere.

Fonti

I sogni non si comprano

Questi sono giorni tristi per ogni vero appassionato di calcio.

Che questo sport fosse guidato da forti rapporti economici è sempre stato chiaro agli occhi di tutti. Quando, però, leggo frasi che ironicamente incitano a svegliarsi e che è da quando fu sostituita la palla di stracci con quella in cuoio che lo spirito sportivo è morto, allora occorre fermarsi e portare avanti una riflessione. 
Il fatto che i ricchi tendano ad arricchirsi e ad aumentare il divario economico con le realtà sottostanti è un dato di fatto, concreto e appurato, ma non per questo può, o deve, essere permesso.
Il circolo elitario che ha formato la Superlega è vergognoso perchè non nasce mosso dai valori di uguaglianza, aggregazione, competitività e confronto che caratterizzano questo sport ma, esclusivamente, con l’intento di sanare i propri bilanci, martoriati da una politica gestionale di questo settore che loro stessi hanno contribuito a creare e che è stata definitivamente affossata dal Covid-19.

La Superlega

La stessa struttura della Lega è agli opposti dei valori inclusivi e meritocratici del calcio: 20 club partecipanti di cui 15 Club Fondatori e un meccanismo di qualificazione per altre 5 squadre, che verranno selezionate ogni anno in base ai risultati conseguiti nella stagione precedente; partite infrasettimanali con tutti i club partecipanti che continueranno a competere nei loro rispettivi campionati nazionali, preservando il tradizionale calendario di incontri a livello nazionale che rimarrà il cuore delle competizioni tra club; inizio ad agosto, con i club partecipanti suddivisi in due gironi da dieci squadre, che giocheranno sia in casa che in trasferta e con le prime tre classificate di ogni girone che si qualificheranno automaticamente ai quarti di finale; le quarte e le quinte classificate si affronteranno in una sfida “andata e ritorno” per i due restanti posti disponibili ai quarti di finale; il formato a eliminazione diretta, giocato sia in casa che in trasferta, verrà utilizzato per raggiungere la finale “a gara secca”, che sarà disputata alla fine di maggio in uno stadio neutrale.

L’ipocrisia con la quale i suoi fondatori, Florentino Perez, Andrea Agnelli e Joel Glazer, parlano della Superlega come un “percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, fornisca un esempio positivo e coinvolgente” (Andrea Agnelli), è assolutamente vergognosa.
Forse è bene ricordare i numeri delle cifre che “i salvatori del calcio europeo” andrebbero a mettersi in tasca. Riceveranno un contributo una tantum pari a 3,5 miliardi “a supporto dei piani d’investimento in infrastrutture e per bilanciare l’impatto della pandemia Covid-19”. Ogni società avrà tra 100 e 350 milioni subito, finanziati dalla banca d’affari americana JP Morgan: i premi annuali saranno tra 55 e 250 milioni per club e solo il 20% di questo tesoro dipenderà dai risultati.
Sarebbe interessante chiedere a Glazer ( “la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo, assicurando una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un accresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica nel suo complesso”), quale sarebbe il vantaggio per i club dei campionati che sono stati esclusi da questo torneo.
I Top Club, infatti, se avessero la possibilità di partecipare, come consuetudine, ai campionati nazionali, sarebbero notevolmente favoriti grazie alle entrate economiche della Superlega.
Per questo negli ultimi giorni non sono mancate dimostrazioni di disapprovazione nei confronti di questa nuova competizione, sia da parte dei club, che da parte dei giocatori e degli allenatori tesserati con i club fondatori.

FIFA e Uefa

La FIFA e l’Uefa si sono immediatamente dette contrarie alla doppia partecipazioni dei club, minacciando anche di escludere i firmatari della Super League dall’attuale Champions League in corso. Minacciando anche di escludere dalle Nazionali i giocatori dei club.
Tuttavia, queste due istituzioni del mondo del calcio, che inevitabilmente stanno passando come i difensori di questo sport, non lo sono affatto. 
Sono due organizzazioni che fanno esclusivamente i loro interessi, e combattere la Superlega rientra tra questi. 
L’Uefa è stata l’ideatrice del Fair Play Finanziario, un regolamento economico che impedisce di spendere più dei propri ricavi e che avrebbe dovuto ridurre il gap tra i “Paperoni del calcio” e gli altri club. Ovviamente è stato applicato solo in poche e rare occasioni e, soprattutto, nei confronti di realtà con un minor peso sportivo e mediatico, mentre per i Top Club, come PSG o Manchester City (solo per citarne due), è stato più volte chiuso un occhio, senza mai indagare fino in fondo (come nel caso evidenziato dal New York Times).
La FIFA invece condanna, con le parole del suo presidente Infantino, la nascita della Super League europea, quando poche settimane fa aveva promosso la nascita di una competizione similare in Africa. Forse perchè gli interessi economici sono totalmente diversi?
La stessa FIFA, che si fa portavoce dei diritti etici, morali e sportivi ha affidato i Mondiali del 2022 al Qatar, dove, secondo un’inchiesta del The Guardian, sarebbero morti più di 6500 lavoratori alle nuove infrastrutture sportive.
Lo stesso Qatar dove continua ad essere in vigore la pena di morte, dove i diritti per le persone Lgbtq+ sono inesistenti, dove le donne continuano a essere discriminate nella legge e nella prassi, e dove la libertà d’espressione continua ad essere un’utopia. Qualcuno potrebbe dire che stanno vivendo un nuovo Rinascimento. 
(Per leggere altre inchieste sulla FIFA vi consiglio quest’articolo)

I valori del calcio

Al di là della riflessione economico-politica è prioritario soffermarsi sull’aspetto sportivo di questa decisione.
La magia del calcio presuppone la lotta e il sacrificio per arrivare a giocarsi la fama e la gloria contro i migliori avversari, nei più grandi palcoscenici mondiali. Tutto per meritocrazia.
Giocare partite di cartello ogni settimana, così da poterne vendere i diritti televisivi, priva questo sport della magica adrenalina che si nascondeva dietro alla trepidante attesa delle partite fondamentali. Del resto, indubbiamente, la stessa motivazione che alimenta il fuoco della competitività dei giocatori scemerebbe. 
Mi hanno profondamente colpito le frasi di alcuni giocatori, assai rappresentative degli animi tormentati di tanti tifosi di tutto il mondo. 

“I bambini crescono sognando di vincere il Mondiale e la Champions League – non la Super League. La bellezza delle grandi partite è che arrivano una o due volte all’anno, non ogni settimana. Davvero difficile da capire per tutti i tifosi…”
– Mesut Ozil

“Mi sono innamorato del calcio popolare, del calcio dei tifosi, con il sogno di vedere la squadra del mio cuore sfidare i più grandi. Se questo progetto della Superlega proseguirà, questo sogno è destinato a finire. Il desiderio dei tifosi delle squadre che non sono ai vertici di vedere i loro team battere sul campo i più grandi, è spento”
– Ander Herrera

“I sogni non si comprano”
– Bruno Fernandes
(cronache di spogliatoio)

La fine della Superlega

Dopo 48 ore dalla nascita della Superlega tutto è stato sospeso. 
Il mondo del calcio è stato messo a dura prova, ma alla fine, dopo forti pressioni da parte dei tifosi e delle istituzioni in carica, le società fondatrici della competizione si sono bruscamente fermate.
In Inghilterra sono nate vere e proprie manifestazioni di rivolta da parte delle tifoserie dei club interessati, che hanno costretto le società tirate in causa a rivedere le proprie decisioni.
Tutte le squadre inglesi si sono ritirate ufficialmente dal progetto. 
In Italia, anche Inter e Milan si sono tirate fuori. 
Real Madrid, Barcellona e Juventus, nonostante tutto sia stato sospeso, non prendono le distanze dalle loro azioni, ribadendo l’importanza di una simile competizione e mettendo solo per il momento il progetto in stand-by.
Il tifoso, che da sempre è al centro della macchina del mondo del calcio, ha impugnato lo scettro del potere e ha fatto valere la sua importanza. Ma non c’è da cantar vittoria. Il cantiere Super League rimane aperto.

Città-spugna: la città del futuro

Una della conseguenze più disastrose del cambiamento climatico sono i nubifragi e l’innalzamento del livello del mare. Troppo spesso negli ultimi anni le città sono attraversate da venti e piogge devastanti, con danni da milioni di euro. Il maltempo allaga le città, anche quelle più organizzate. Basti ricordare il nubifragio che colpì Copenaghen nel 2011, allagando la città e portando danni per oltre un miliardo di dollari. Ma non c’è bisogno di andare all’estero: il nostro Paese ogni anno è attraversato da terribili eventi che puntualmente ci trovano impreparati. Come sarebbe l’Italia senza Venezia? Abbiamo mai pensato che una delle conseguenze più catastrofiche dei cambiamenti climatici sia proprio quella di perderla? 

Una soluzione ci sarebbe: la sponge city.

L’idea nasce in Cina

È nata dalla Cina l’idea di sponge city (città-spugna), una città che, proprio come dice il nome, sarebbe in grado di assorbire acqua per riutilizzarla: la Cina, infatti, ha investito 12 miliardi di dollari per trasformare 250 città in città-spugna. L’obiettivo era molto ambizioso, dato che il governo voleva per il 2020 che il 70% dell’acqua piovana fosse assorbita e riutilizzata. Purtroppo l’emergenza Covid-19 ha fermato tutto, e ad oggi non sappiamo con precisione se l’obiettivo sia stato effettivamente raggiunto. L’architetto cinese Kongjian Yu è il pioniere di questo nuovo ambito e condivide con il mondo un messaggio chiave: il modo in cui pensiamo alle risorse d’acqua (fiumi, laghi, acqua piovana, etc..) “è totalmente sbagliato”.

“Quello che abbiamo fatto è totalmente sbagliato. […] Pensiamo che possiamo usare una diga per proteggere le città dalle inondazioni. Dobbiamo capire che queste infrastrutture in realtà uccidono la natura.” 
Kongjian Yu

Struttura di una città-spugna

Avete presente quei film che ci fanno immaginare le città del futuro, dove ci sono palazzi enormi di vetro coperti di piante e macchine che volano? Ecco, l’idea è un po’ quella, ma più ridimensionata. Anziché continuare a raccogliere in bacini di cemento le risorse idriche, dovremmo accoglierle nella città, attraverso parchi, pavimenti permeabili, palazzi coperti di verde e swales. Uno swale, secondo il modello americano, è un canale con gli argini leggermente inclinati. Se costruito artificialmente, è essenziale per gestire il deflusso di acqua e garantire che l’acqua piovana si infiltri nel sottosuolo. Ma quali sono nel dettaglio i vantaggi di una città-spugna? Come abbiamo già detto, un grande vantaggio sarebbe quello di poter raccogliere l’acqua, in modo da poter essere riutilizzata filtrandola o conservandola per un periodo di siccità. Un secondo vantaggio è quello di ridurre i danni causati da un nubifragio: se la città è concepita come un grande bacino idrico, non avrà problemi ad affrontare un’improvvisa scarica d’acqua. Infine, una sponge city è piena di verde e quindi di alberi e piante che assorbono anidride carbonica e rilasciano ossigeno, diminuendo così lo smog e rendendo l’aria più respirabile.

Esempi dal mondo

Ad aprire la fila è Wuhan, città che conosciamo bene, ma forse per la ragione sbagliata. Con l’attuazione di 228 progetti per la trasformazione di oltre 38,5 chilometri quadrati, Wuhan è stata la prima città-spugna cinese, guadagnando questo titolo nel 2015. Sempre in Cina troviamo il progetto più all’avanguardia concepito fino ad oggi: la Liuzhou Forest City. A nord della città di Liuzhou (situata nella regione dello Guangxi) è in fase di attuazione un piano, commissionato allo studio Stefano Boeri Architetti, per costruire la prima città foresta del mondo. Ogni edificio sarà coperto da piante e alberi, in modo tale che la città possa assorbire 10mila tonnellate di CO2 all’anno; ma non solo. La città sarà completamente autosufficiente dal punto di vista energetico attraverso l’utilizzo di energie rinnovabili: “a partire dall’uso della geotermia per il condizionamento degli spazi interni degli edifici e dall’ installazione diffusa sui tetti di pannelli solari a elevata efficienza per la captazione delle energie eoliche rinnovabili”.

La già citata Copenaghen ha imparato dai suoi errori molto presto, iniziando dal 2011 in poi a costruire un piano ventennale per prevenire le alluvioni, integrato con il piano per la riduzione dei gas serra: il governo ha investito oltre 1,3 miliardi di euro. Oltre a ricoprire, in alcune zone della città, l’asfalto con manti erbosi, il governo ha pensato a una soluzione per creare dei bacini per raccogliere l’acqua. Un’area della città pari a 22mila metri quadrati sarà trasformata in bacino con la capacità massima di 18mila metri cubi d’acqua. Il termine dei lavori è previsto per il 2022. Altre città europee, come Berlino e Londra, si sono indirizzate verso politiche mirate per aumentare il verde in città. Londra in particolare, con il progetto 100 Pocket Parks, vuole spargere 100 parchi in giro per la città.

E l’Italia? In Italia neanche si parla di città-spugna. Il nostro paese non sembra in grado, o non ha le forze necessarie, per pensare a un piano così rivoluzionario. Esistono dei progetti per il rischio alluvioni, ma si pensa sempre in piccolo o a posteriori: dopo l’alluvione ci si impegna per trovare i soldi per coprire i danni.

Secondo un rapporto del Consiglio nazionale dei Geologi e del Cresme pubblicato nel 2010, sono 6 milioni gli italiani che abitano nell’area di territorio italiano considerato ad elevato rischio idrogeologico; secondo il report redatto dal Ministero dell’Ambiente nel 2008, sono ben 6.633 i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio idrogeologico, di cui molte legate alla presenza di corsi d’acqua che li attraversano.

Sicuramente sia in Italia che in qualsiasi altra parte del mondo non possiamo più aspettare la prossima alluvione o il prossimo nubifragio semplicemente preparandosi al peggio. È il momento di pensare in grande e su tempi molto lunghi, mettendo da parte gli interessi economici per fare la cosa giusta. 

Fonti
Per approfondire

Tra distruzione e salvezza

Le due facce della soia

Circa cinquemila anni fa veniva coltivata per la prima volta in Cina il “Ta Teou”, letteralmente “grande fagiolo”, una tra le cinque piante sacre per l’Impero cinese.
In seguito alla sua esportazione nell’800, in America ed Europa, la soia avrebbe conosciuto il più grande impiego mai esistito per un semplice legume, in tutto il mondo. Una semplice legume che da sempre si è saputo distinguere, grazie alla sua interessante duttilità, tanto da vederne la trasformazione in svariati prodotti: da latte a yogurt, da farina a sostituti della carne, fino alla sua trasformazione in cera.

Ma cosa si nasconde dietro la sua produzione?

È possibile che sia ritenuto responsabile di gran parte dell’inquinamento globale?

Lo sfruttamento nella produzione della Soia

Dalla sua scoperta fino ad oggi, la così grande richiesta di soia e la sua larga coltivazione hanno portato a catastrofiche conseguenze.

Come sempre, l’uomo non ha mezze misure: o tutto o niente.
È proprio seguendo questa politica di pensiero, e ovviamente di mercato, che l’uomo non ha potuto non sfruttarne la coltivazione, ottenendo con una minima spesa, una massima resa.
Dal 2000 ad oggi la produzione di soia si può dire raddoppiata, raggiungendo i 210 milioni di tonnellate prodotte. Ciò ha comportato la conversione di vari terreni in luoghi adatti alla sua coltivazione.

Se nel 1995, 18 milioni erano gli ettari destinati a questa pratica nel Sudamerica, nel 2005 ne sono risultati necessari 40 milioni: tutto in soli dieci anni.

Un esempio è la foresta Atlantica situata tra Brasile, Argentina e Paraguay, che nel giro di 40 anni si è ridotta al 7% rispetto allo stato iniziale, oppure nel Cerrado, dove la Savana Brasiliana,  ad oggi è stata attestata solo al 20% rispetto ai 200 milioni di ettari che la caratterizzavano in principio.

Nell’ articolo “Salute e benessere” abbiamo visto come, per soddisfare i bisogni e le esigenze di pochi, molti sono coloro obbligati a piegarsi e farsi schiavi del Sistema.

Nei principali Paesi produttori come Brasile, Argentina e USA, la produzione di questo legume è causa di squilibri sociali, economici ed ecologici.

Chi finanzia la produzione si ritrova tra le mani una miniera d’oro, ma a quale prezzo?

Mentre qualcuno si arricchisce, qualcun altro perde tutto. Quest’ultimi sono denominati i “ Senza Terra”.

Con la creazione di nuovi campi vengono, di fatto, violati i diritti essenziali di famiglie, di comunità indigene e di piccole attività; senza contare che, molto spesso, a queste persone non viene richiesto di mettersi a servizio della catena di produzione.

Grazie alla tecnologia e all’alto grado di meccanizzazione, a svolgere la maggior parte dei processi sono le macchine, in tal modo per 170/200 ettari di terreno, risulta necessario un solo lavoratore. Rimangono, quindi, disponibili i lavori stagionali, i cui sinonimi sono sfruttamento e retribuzione irrisoria, se non, addirittura, casi di lavoro forzato.

Tra OGM e Qualità

Il nostro Paese si è sempre distinto per una particolare attenzione alla tutela della qualità dei prodotti.
Proprio per questo motivo, l’Italia può essere considerata a tutti gli effetti un Paese OGM-free, il che significa che non possono essere modificati, in alcun modo, i geni delle materie prime per poterne aumentare le proprietà o la produzione. Dovremmo essere fieri della nostra qualità, tanto che, forse un giorno, arriveremo anche ad avere soia con certificazione di qualità.

Dotare la soia di un marchio di qualità significa avere a disposizione un disciplinare nel quale sono contenuti tutti i passaggi per la sua produzione: una lente d’ingrandimento per fare chiarezza sul prodotto che stiamo consumando.

Eppure è proprio qui che si pone il problema.

Non produrre OGM significa anche non riuscire a sopperire alla domanda, e molto spesso ne consegue l’utilizzo di materie prime proveniente da altri Paesi, per i quali questa qualità non può essere generalmente attestata.

La domanda di soia è in costante aumento e quella prodotta in Italia è troppo poca per soddisfare questa esigenza.

The Butterfly Effect

Da grande consumatrice di prodotti derivanti dalla soia, spesso capita di ritrovarmi al centro di dibattiti in cui mi si mostrano gli effetti della sua produzione.
Ovviamente, questi dati non vengono mai approfonditi e, in questo modo,  si rischia di non riuscire a sensibilizzare laddove necessario. 

Facendo riferimento ad una produzione globale, l’85% della soia prodotta è destinata all’alimentazione animale, mentre solo il 6% al nostro consumo.
È, quindi, importante considerare anche che il particolare incremento di consumo di carne, in questi ultimi anni ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo mercato e, di conseguenza, nello sviluppo dello sfruttamento e dell’inquinamento.
All’interno di questo discorso potremmo inserirci altre particolari considerazioni sulle coltivazioni di diversi cereali, come ad esempio il mais: anche questo è destinato per l’85% al consumo animale, per il 10% alla produzione di energia ed infine, solo il 5% per la nostra alimentazione.

Povertà e malnutrizione sono da sempre presenti nella nostra storia, ma se prima non c’erano le risorse materiali necessarie, oggi, che queste risorse sono concrete e in abbondanza, decidiamo consapevolmente di precluderne il consumo ad un’importante fetta della popolazione globale.

Ancora una volta dimostriamo di inneggiare alla fratellanza, ma indossando la maschera del nemico.

Ancora una volta decidiamo di distruggere, piuttosto che salvare.

ASviS, lo sviluppo sostenibile in Italia

Cos’è ASviS

Il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, nasce ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile con l’obiettivo di far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni, la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitarli, allo scopo di realizzare i 17 SDG’s. Questa straordinaria opera di sensibilizzazione deve essere accompagnata da uno sforzo comune ben organizzato, è necessario quindi che l’insieme della società civile, le parti sociali e le autorità pubbliche trovino forme efficaci di collaborazione, superando i particolarismi.

La situazione in Italia

Ogni anno ASviS pubblica un rapporto che, oltre a fornire aggiornamenti sull’impegno della comunità internazionale per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, si focalizza sul contesto nazionale. Confrontando il rapporto del 2019 con il rapporto 2020 purtroppo non si notano evidenti miglioramenti riguardo l’impegno dell’Italia per lo sviluppo di una cultura della sostenibilità, anzi la situazione è in evidente peggioramento. 

Ma cerchiamo di capire cosa non è andato.

La figura di Enrico Giovannini

Ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro del Governo Letta, Enrico Giovannini è il co-fondatore e portavoce di ASviS dal 2016. Nel suo incarico con l’alleanza si è sempre occupato di sostenibilità ed è lui ad aver descritto la delicata situazione italiana nei vari rapporti ASviS annuali.

Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l'evento Diplomazia per l'Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019.  ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l’evento Diplomazia per l’Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Rapporto 2020

Giovannini si è espresso duramente nel report 2020: “Abbiamo perso 5 anni su 15 per attuare l’Agenda 2030. L’accordo del 2015 non è stato preso abbastanza seriamente dalla classe dirigente, dalla politica e dall’opinione pubblica e così l’Italia mancherà molti dei target fissati al 2020. La crisi in corso rischia di allontanarci dal sentiero verso l’Agenda 2030, ma la scelta dell’Unione europea a favore dello sviluppo sostenibile consente di cambiare direzione.

È evidente che la crisi rende più difficile il cammino verso la sostenibilità. L’Italia non ha rispettato gran parte degli impegni al 2020 dell’Agenda 2030 e la crisi incide negativamente su 9 obiettivi su 17. Nel 2020 peggiorano povertà, alimentazione, salute, istruzione, parità di genere, occupazione, innovazione, disuguaglianze, partnership, mentre migliorano i dati relativi all’economia circolare, la qualità dell’aria e i reati. L’ASviS avanza numerose proposte non solo su come orientare il “Piano di ripresa e resilienza” e i fondi nazionali, ma anche su come costruire una nuova governance delle politiche pubbliche, per aumentare la loro coerenza in nome del principio di giustizia intergenerazionale”.

L’Italia verso un futuro realmente sostenibile

Giovannini il 13 febbraio 2021 è stato nominato dal nuovo governo tecnico Draghi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Il Neo Ministro ha chiarito la sua linea di pensiero riguardo la situazione attuale e futura del nostro paese, in una lettera rivolta ai dipendenti del Mit.

“La crisi economica, sociale ed ecologica sono facce diverse di un problema comune legato all’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, che quindi va mutato secondo le linee indicate anche dall’Unione europea. Tale processo richiede un cambiamento culturale e politico profondo e tutti abbiamo la responsabilità di renderlo possibile e visibile. È un momento storico per il Paese che, grazie al nuovo corso dell’Unione europea, ha l’occasione irripetibile di riprogettare il proprio futuro guardando avanti con una visione più ampia. E a questo Ministero è chiesto di essere al centro della trasformazione.

Considerando l’approccio sbagliato e i conseguenti errori commessi dall’Italia in passato, il sopracitato intervento fa ben sperare in un’ottica di vero sviluppo sostenibile del nostro paese. 

Per maggiori informazioni visita il sito di ASviS.

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia minacciato dal Deposito Nazionale di rifiuti radioattivi

Gli esseri umani sono ormai abituati a produrre rifiuti di ogni genere. 

Tra i più pericolosi per la salute e l’ambiente ci sono quelli radioattivi. Purtroppo ancora molte attività umane ne producono in grosse quantità; l’Italia, come altri Paesi, ha urgentemente bisogno di una soluzione definitiva al problema.

La Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee

La SOGIN (Società Gestione Impianti Nucleari) è la società incaricata di trovare un luogo adatto in cui poter costruire il Deposito Nazionale, ovvero un’infrastruttura per lo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi a molto bassa e bassa attività (quei rifiuti la cui radioattività decade dopo 300 anni). Insieme al Deposito Nazionale verrà costruito anche un centro di ricerca: il Parco Tecnologico. In totale la superficie occupata sarà di circa 150 ettari.
Per adempiere a questo compito, la SOGIN ha pubblicato il 5 Gennaio scorso la Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI), individuando 67 luoghi idonei sparsi per sette regioni.
Con la pubblicazione della CNAPI si apre una nuova fase, quella della consultazione pubblica: ogni cittadino ha 60 giorni per poter presentare le proprie proposte, osservazioni o obiezioni. Durante questa fase si potranno escludere delle aree o modificare quelle presenti nella CNAPI.

Secondo quali criteri sono stati individuati i luoghi potenzialmente idonei?

Le aree idonee sono state individuate basandosi sui criteri stilati dall’Ispettorato Nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (ISIN). Nella guida tecnica n. 29 l’ISIN indica tutti i requisiti che le aree potenzialmente idonee devono avere; tali requisiti sono stati posti a loro volta dalle Linee Guida IAEA (International Atomic Energy Agency). In particolare l’analisi si è basata su 15 Criteri di Esclusione (CE) stilati dall’ISIN, con cui sono state escluse tutte quelle aree in cui un deposito radioattivo sarebbe impraticabile. Ad esempio sono state escluse le aree vulcaniche attive e quiescenti o le aree contrassegnate da sismicità elevata (tutti i criteri sono presenti della guida di SOGIN intitolata “Basi teoriche e modalità di applicazione dei criteri per la realizzazione della CNAPI” (la guida è stata caricata sul drive). Inoltre, basandosi sui 13 Criteri di Approfondimento (CA) stilati sempre dall’ISIN, sono state valutate dettagliatamente le aree non escluse dai 15 criteri sopra citati. 

In viola le aree idonee individuate dalla società SOGIN. Immagine pubblicata sul sito della società
 Fonte: Proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (depositonazionale.it)

Il Parco Nazionale dell’Alta Murgia

Immagine presa da Google Maps

Tra le aree individuate come potenzialmente idonee è presente il Parco Nazionale dell’Alta Murgia. Il Parco è stato istituito nel 2004 ed è situato in Puglia e vanta un’estensione tale da comprendere al suo interno tredici comuni. Il territorio offre un’ampia gamma di paesaggi: da cavità carsiche a boschi di conifere, passando per gli edifici creati dall’uomo, come masserie e chiesette. Il Parco si allaccia anche a importanti siti storici: in questi luoghi infatti si narra la storia dei dinosauri che percorsero queste terre o di antichi uomini che vivevano nelle grotte presenti sul territorio. Oltre a essere uno dei parchi nazionali più importanti, è candidato come Geoparco UNESCO, per la singolarità e l’importanza del valore geologico che possiede. 

Come hanno reagito i diretti interessati?

Il giorno della pubblicazione della CNAPI il presidente del Parco, Francesco Tarantini, ha dichiarato: “Il nostro è un Parco nazionale compreso in una ZSC, una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000 volta a tutelare gli habitat e le specie protette. Il suo patrimonio naturalistico, geologico, culturale ed enogastronomico è incompatibile con il deposito di materiale radioattivo […].”

Anche il Presidente della Puglia, Michele Emiliano, ribadisce in un post su Facebook che il modello di sviluppo che segue la regione, dettato dalla tutela dell’ambiente, non può convivere con un deposito di rifiuti radioattivi.

A cosa serve un Deposito Nazionale?

È indispensabile costruire un Deposito Nazionale? Purtroppo le nostre società si basano ancora su fonti di energia non rinnovabili, i cui rifiuti risultano essere spesso pericolosi per la salute e l’ambiente.
I rifiuti radioattivi provengono dallo smantellamento degli impianti nucleari, oppure dal settore sanitario. La direttiva 2011/70 dell’Unione Europea prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nel Paese in cui sono stati prodotti. Altri Paesi europei si sono già dotati (o lo stanno facendo) di depositi per smaltire i rifiuti radioattivi. Inoltre, oltre ad ospitare i rifiuti già presenti nel nostro paese, sarà anche in grado di ospitare rifiuti radioattivi che verranno prodotti in futuro.
Il Deposito è sicuro, assicura SOGIN, e non rilascerà nessun tipo di radioattività grazie a un sistema multi-barriera che garantirà il totale isolamento dei rifiuti durante il loro smaltimento. Anche l’ambiente che lo circonda sarà continuamente monitorato.

Per quanto possa essere sicuro, un Parco Nazionale come quello dell’Alta Murgia, che è compreso in una Zona Speciale di Conservazione della Rete Natura 2000, candidato all’UNESCO come Geoparco, famoso per la sua attenzione allo sviluppo di un ambiente sostenibile e per la sua biodiversità, non è forse il luogo più adatto. Il Parco è anche un importante sito turistico, dato che è possibile visitarlo seguendo diversi itinerari. La collocazione di un deposito di scorie radioattive solleverebbe non poche polemiche tra i frequentatori del Parco.
Il 9 Gennaio scorso si si sono riuniti online i tredici sindaci dei Comuni del Parco. Convocati dal presidente Francesco Tarantini, per esprimere il loro dissenso alla costruzione del Deposito Nazionale sul proprio territorio con motivazioni tecniche e scientifiche, sostenuti anche dall’Università di Bari.
Dovremo aspettare la scadenza dei 60 giorni di consultazione pubblica per vedere come andrà a finire, sperando che il Parco Nazionale dell’Alta Murgia possa continuare a prosperare senza essere ospite di alcun rifiuto radioattivo.

Per approfondire:

Intervista a Ugo Biggeri

foto da Banca Etica

Dopo aver ottenuto una laurea in Fisica, Ugo Biggeri consegue il Dottorato in Ingegneria elettronica e ottiene il titolo di perfezionamento in “Gestione ambientale e sviluppo sostenibile” presso l’Università di Trento. Dal 1993 al 2001 è ricercatore e tutor della facoltà di ingegneria di Firenze.

Dal 2009 è docente presso l’Università di Firenze, in varie modalità, per il corso di laurea in sviluppo economico e cooperazione internazionale, e dal 2017 è titolare di un laboratorio sulla finanza etica e microcredito nel corso di laurea magistrale della facoltà economia della LUISS “Guido Carli”.

Tra i fondatori di Banca Etica ha ricoperto la carica di Consigliere di Amministrazione dal 1998 al 2007 e il ruolo di Presidente dal 2010 al 2019. Autore di libri sui temi di finanza etica, ha partecipato alla stesura di “La Fertilità del denaro”, “Il Valore dei Soldi”, “Manuale di finanza popolare” e “Dizionario microfinanza”.

Da Aprile 2011 è Presidente di Etica Sgr. Dal 2017 è consigliere della Global Alliance for Banking on Values e dal 2018 è Vice Presidente di Sharholders for Change, la rete di investitori istituzionali europei che promuove l’azionariato attivo.

È da poco uscito il suo ultimo libro, “I soldi danno la felicità: Corso semiserio di sopravvivenza finanziaria”.

Com’è iniziato il tuo interesse verso il tema della sostenibilità ambientale e sociale?

L’ interesse è cominciato per me molto presto, quando avevo 16 anni, in ambiente parrocchiale. Allora frequentavo la chiesa e sentivo forte il bisogno di tradurre in pratica ciò di cui si discuteva a scuola, perché al liceo c’era molto fervore, nonostante la scena degli anni 80 non fosse un periodo di grandissima attività politica. 

Lì, con un amico, sono entrato in una ONG, Mani Tese, che faceva volontariato sui temi delle disuguaglianze tra nord e sud del mondo, e aspetti sociali. Il tema della sostenibilità ambientale è diventato un tratto forte in seguito, perché ho studiato fisica. Quando alla fine, dopo qualche anno passato in università a fare il ricercatore, mi sono accorto che non era la mia strada, ho cominciato a fare fisica ambientale e quindi mi ha preso molto anche l’aspetto ambientale, in particolare sull’uso delle risorse e sui cambiamenti climatici.

Ad inizio anni 90 era un po’ una novità. Nonostante le difficoltà avevo trovato lavoro in una società di ingegneria ambientale però mi sono reso conto che era una strada difficile. In seguito, di sostenibilità, mi sono occupato perché ho fatto un corso di perfezionamento a Trento proprio sullo sviluppo sostenibile, intorno al 99, ma è diventato un tema fondamentale quando sono stato tra i fondatori di Banca Etica.

BE una realtà che cerca di avere obiettivi strategici, sociali e ambientali quando va a scegliere che tipo di finanziamenti o di crediti fare, e pertanto sei costretto a misurarti nella pratica di dire che cosa è o meno sostenibile.

Quali sono gli investimenti che in questo senso avete realizzato con Banca Etica?

Ad ora lavoro per Etica SGR, un fondo d’investimenti, ma su banca Etica posso dirti alcune cose.

Da sempre ha scelto di mettere tutti i finanziamenti alle persone fisiche sul sito web, cosa che non fa nessuno in Italia, per favorire la trasparenza dei suoi investimenti, e, in secondo luogo, ha scelto di escludere tantissimi settori di finanziamento e sostenere settori legati alla sostenibilità. 

In generale il 50% delle finanze sono attività no profit, quindi o cooperative sociali o associazioni, anche se c’è un buon 25% di imprese profit che però hanno delle particolari attenzioni ambientali e sociali, ad esempio agricoltura biologica piuttosto che le energie rinnovabili o innovazione. Per dirti, nel Mugello, c’è un centro di ricerca legata all’Università di Firenze sulle energie rinnovabili, di nome Re-Cord, una casa per l’Alzheimer, e varie aziende biologiche.

Poi ci sono alcuni progetti particolarmente belli legati ai terreni confiscati alla mafia, in cui si fa agricoltura biologica con cooperative sociali che coniugano tutti quanti questi aspetti.

Con Etica Sgr invece, nel campo degli investimenti, non siamo così vicini alle comunità locali perché i fondi comuni d’investimento devono investire in titoli che abbiano una quotazione giornaliera, e che siano vendibili tutti i giorni, (perché la gente deve poter rientrare tutti i giorni dei soldi che ci ha messo). Perciò si finisce per finanziare in titoli di Stato o in azioni di imprese quotate, quindi anche di grandi imprese. Ovviamente anche qui facciamo scelte ambientali forti, escludendo da 20 anni il petrolio.

Hai fatto delle scelte importanti anche nella tua vita privata in coerenza con quelle che sono le convinzioni che porti avanti, ce ne vuoi parlare?

Sì, diciamo che l’attenzione all’ambiente e al sociale è partita quando ero un adolescente, e ho avuto la fortuna di trovare una compagna che era interessata come me a queste tematiche, ovviamente l’ho trovata dove facevo volontariato (questo ha facilitato). (Ride ndr). 

Più tardi ci siamo resi conto che era un qualcosa che volevamo tenere anche in casa perché altrimenti sarebbe diventato un lavoro o un’attività extra famiglia, che poi finisce per andare in contrasto con la famiglia, quindi ci siamo portati il volontariato in casa, una scelta a volte faticosa, ma che nel nostro bilancio di quasi 30 anni di matrimonio, penso abbia avuto più ricchezza che periodi neri.

Abbiamo scelto di vivere con altre famiglie insieme e di fare attività come agricoltura biologica e di accoglienza, tutte attività che facciamo tra virgolette  nel cosiddetto tempo libero, e che sarebbero molto pesanti da fare in una famiglia da sola, ma che diventano meno totalizzanti  quando sono più famiglie che se ne occupano, basti pensare ad un esempio più banale,  se hai degli animali e se sei da solo devi essere sempre a casa, in più famiglie invece solo due giorni e mezzo a settimana, lo stesso per fare da mangiare si mangia tutti insieme. Ovviamente ti deve piacere fare queste cose altrimenti non puoi farcela, però è una scelta libera. 

Cosa pensi che le persone possano fare nel loro piccolo, e cosa pensi possa spingerle a seguire e far proprie queste tematiche? Quali sono le difficoltà che le persone incontrano in questo senso?

Quando, a volte, le persone vengono qui dove siamo ora (Colle di Vespignano, Vicchio, Mugello) vicino alla Casa di Giotto, gli faccio vedere le colline qua dietro di noi. Sono così da 1000 anni, forse di più. Se guardi nei quadri stessi del pittore le colline sono più o meno come sono ora. Chiaramente adesso c’è qualche palo della luce, qualche capannone con le mucche, ma sostanzialmente il terreno è quello da secoli, e anzi, prima erano ancora più lavorati di ora e c’erano più abitanti. Si trattava di un territorio totalmente antropizzato, ma contemporaneamente sostenibile.

Negli ultimi anni abbiamo perso tutto questo. C’è stata una diseducazione martellante, che ci ha fatto perdere tutti quegli elementi. Una parola meravigliosa del passato è parsimonia, che oggi sembra una bestemmia. Oggi regna il contrario, l’essere spreconi. Con questo però non intendo che si debba guardare al passato, perché c’è un sacco di potenzialità in più oggi per fare le scelte migliori, perciò personalmente non mi faccio prendere dallo sconforto. 

La gente vive tanto di imitazione, ha bisogno di vedere che le cose funzionano, e ci sono alcune cose che mi sembra comincino ad andare in questa direzione. Vedo mia mamma non ha mai voluto fare la raccolta differenziata, ed ora è una fanatica, ha 80 anni e per 70 anni della sua vita se ne è fregata. Adesso ha capito e una volta iniziato sono entrate le abitudini che si radicano. Lo vedo nel mio campo, che è quello del “dove si vanno a mettere i soldi”. Quando è nata Banca Etica, 25 anni fa, sembrava un’idea veramente fuori dal mondo e che a nessuno poteva interessare. 

Oggi sono i giovani il più grande fondo di investimento al mondo.

Il movimento “Fridays for Future”, che credo ci possa dare molte soddisfazioni, ma anche il fenomeno del “green washing”, dimostrano che il tema è sul tavolo e qualche anno fa non c’era, quindi sono in generale positivo, anche se si fa fatica a fare la raccolta differenziata e si continua a comprare la bottiglietta di plastica o non si va al fontanello. Ovviamente si vedono tutte queste cose, ma nel frattempo sono arrivati i sacchi biodegradabili.

Queste cose da sole non genereranno il cambiamento. Non credo che si debba colpevolizzare i cittadini che devono stare attenti a non buttare il tappino in terra perché fanno danno all’ambiente. Certamente loro non devono farlo, ma anche se tutti quanti stiamo attenti il mondo cambierà solo quando la politica metterà una carbon tax, o cambierà le regole con cui si va a produrre. Questa cosa però avverrà solo quando i cittadini lavoreranno in questo senso, perché la politica va solo nella direzione dei cittadini.  

Anche l’abolizione della schiavitù è partita con un movimento di opinione poi riuscita ad agganciare la politica, come le 40 ore di lavoro settimanali, o il diritto di voto alle donne. Sembravano cose impossibili, ma ci siamo arrivati grazie alla spinta dal basso, poi la politica ha regolamentato. Cosa è successo da quando si deve pagare di più gli operai, o da quando non ci sono più gli schiavi? È aumentata la produttività del lavoro. Il mercato si adegua, paradossalmente dei disincentivi fatti bene aiutano l’innovazione.

Per la questione climatica basti pensare anche alle elezioni USA. Biden la prima cosa che fa appena arriva è in questo senso. La scienza ha già deciso da trent’anni. Non aveva diritto politico ma probabilmente adesso sta arrivando, poi che sia efficace o meno non so dirlo, ma le questioni sociali alla fine si sono sempre compiute. 

Ovviamente dovranno essere ripensati tutti i sistemi dei trasporti, approvvigionamenti, e si sa, il mondo è un po’ altalenante, ma sono positivo.

Cosa ne pensi dell’Agenda 2030?

Vuoi che te parli in modo polemico o positivo? (Ride ndr)

In entrambi direi…

Tutto il mondo ha preso 17 obiettivi, tra cui la povertà, l’acqua pulita per tutti, la sanità ecc, e tutti questi punti si legano molto con i diritti umani.

Oggi quasi ogni azienda cerca di capire qual è l’obiettivo degli SDG che può riuscire a soddisfare, ed è una cosa molto importante, perché finora pareva che da un punto di vista economico l’unico obiettivo fosse la sostenibilità economica stessa. Tuttavia un conto è avere come obiettivo il profitto per i propri azionisti, un conto avere come obiettivo la prosperità della comunità in cui lavori, perché il mercato è più efficiente se tutti stanno bene. Ora queste due cose si possono gestire alla stessa maniera: gli SDG si infilano in questa prospettiva perché ti dicono anche se sei un’impresa ti devi occupare della prosperità per tutti, ridisegnando le tre P, “People Planet Prosperity”, invece che Profit. 

La visione polemica viene da Wolfgang Sachs. Lui parla dello sviluppo, e della divisione dei paesi tra sviluppati e non sviluppati, andando a fare anche un ragionamento storico, in cui si evidenzia come da un discorso di Truman, che subito dopo la guerra per opporsi all’idea egualitaria del blocco sovietico, lancia l’idea del sogno americano. Lo stile di vita americano è quello a cui tutto il mondo può ambire, la libertà individuale consente comunque la prosperità di tutti, e lancia così l’era dello sviluppo.

La parola sviluppo si è portata sempre dietro questa cosa, tant’è vero che c’è molta critica sul fatto che a volte si è imposto lo sviluppo, non considerando quelli che erano gli sviluppi possibili a livello locale nei paesi africani ecc…

Sachs scrive un testo in cui dice che gli SDG avrebbero dovuto chiamarsi Survivals non Sustainable, perché di questa idea iniziale dello sviluppo come un motore così che tutto il mondo potesse raggiungere uno stato di benessere, e quindi anche l’economia sarebbe stata traino per il benessere di tutti, siamo ora in una situazione in cui dobbiamo tamponare l’economia per sopravvivere.

Quindi questi diventano necessariamente obiettivi non di sviluppo ma di sopravvivenza. Cerotti che dobbiamo mettere all’economia per non mandare tutto a scatafascio. 

Io credo che abbia molte ragioni su questo. Poi bisogna necessariamente vedere anche la parte positiva, però la critica alla parola sviluppo credo debba essere considerata. 

Joe Biden, verso il rinnovo degli Stati Uniti d’America

Il cambio di rotta

Il periodo da molti considerato come il “malgoverno di Trump” è finito. 

Nonostante l’amministrazione dell’ex-presidente abbia portato avanti alcuni tagli sulle tasse, ha completamente lasciato andare il problema della pandemia, incrinato i rapporti internazionali e bloccato lo sviluppo sostenibile per ridurre l’inquinamento.

Con il nuovo presidente Joseph Robinette Biden Jr. molte cose cambieranno, sotto tutti i fronti.

Sin dalla   campagna elettorale infatti ha sempre portato avanti idee diverse rispetto a quelle di Trump, cercando di proporre politiche di sviluppo molto più similari a quelle di Barack Obama, azioni più moderate che mirano ad uno sviluppo più sostenibile. 

Una somiglianza questa che deriva dalla passata nomina di Joe Biden come Vice Presidente durante, appunto, la presidenza Obama. Quest’esperienza fa ben sperare che l’attuale presidente, avendo già vissuto nella Casa Bianca potrà lavorare con più consapevolezza rispetto a ciò che è stato fatto nei precedenti quattro anni.

I principali fronti su cui sono previsti cambiamenti radicali da parte dell’attuale amministrazione riguardano la gestione della pandemia, il ripristino delle politiche di Obama, le relazioni internazionali e il rapporto con l’ambiente.

Una pandemia da abbattere

Il virus sta dilagando negli Stati Uniti, mentre le misure per contenere l’emergenza sanitaria sono state quasi del tutto inesistenti. Addirittura negli ultimi mesi della presidenza di Trump era stata portata avanti una campagna per scoraggiare l’utilizzo delle mascherine. 

Dato un elevatissimo numero di contagi e di decessi (a dicembre gli USA erano al primo posto in classifica mondiale per contagi da Covid-19), il primo passo da fare per Joe Biden sarà quello di gestire la pandemia, adottando misure drastiche per contenere il diffondersi della malattia. 

Il piano proposto dall’attuale amministrazione riguarda:

  • obbligo nazionale di indossare la mascherina;
  • tracciare il più possibile l’espansione del virus, aumentando vertiginosamente il numero dei tamponi effettuati;
  • rendere più accessibili le cure specifiche per il Covid-19, impedendo alle compagnie assicurative di aggiungere costi extra per questo tipo di terapie;
  • concedere finanziamenti a fondo perduto alle famiglie più colpite dalla pandemia.

Il ripristino delle politiche nazionali

Come accennato all’inizio, una priorità fondamentale dell’amministrazione Biden sarà quella di portare avanti alcune delle importanti azioni su cui la presidenza Obama aveva lavorato, molte delle quali sono state bloccate o smantellate negli ultimi quattro anni.

Prima fra tutte potrebbe essere l’Affordable Care Act, la riforma sanitaria su cui lo stesso Joe Biden aveva lavorato quando era Vice Presidente.

Anche l’educazione sarà un elemento di svolta. 

Il piano della nuova Presidenza prevede di rendere gratuito l’accesso a college e università pubbliche per i membri di nuclei familiari con un reddito inferiore ai 125 mila dollari. E’ stata più volte espressa anche la volontà di abolire il bando a chi arriva da alcuni Paesi a maggioranza musulmana. 

Le relazioni internazionali 

Anche su questo fronte l’amministrazione di Biden ha più volte fatto riferimento ad un cambio di rotta, in campagna elettorale, infatti, Trump è stato ripetutamente accusato di aver isolato gli Stati Uniti nelle relazioni internazionali.

Per questo la nuova presidenza vedrà fra i primi obiettivi quello di ripristinare gli accordi di Parigi sul clima, trattati da cui Trump si era ritirato, e verranno inoltre ripresi gli ormai abbandonati negoziati sul nucleare in Iran. 

Un altro punto fondamentale, com’è stato evidenziato più volte, sarà quello di ritornare alla concessione di finanziamenti alla World Health Organization, soprattutto in tempi come questi.

Il rapporto con l’ambiente

Se fino ad oggi gli investimenti sui combustibili fossili sono stati incentivati per raggiungere il così detto predominio energetico, dal prossimo anno Joe Biden ha in mente di raggiungere lo stesso obiettivo tramite energie rinnovabili, rientrando nell’accordo di Parigi ed azzerando le emissioni di gas serra entro il 2050.

Cosa cambierà con Joe Biden?

  1. Investimenti sull’energia eolica offshore. Gli impianti eolici principali si trovano in Florida e in Virginia, a cui l’amministrazione Biden ha intenzione di dare supporto, contrariamente a quanto era stato fatto con Trump, che ne aveva ritardato i processi autorizzativi;
  2. Limitazioni per petrolio e gas. L’intenzione principale è quella di interrompere la vendita di nuovi contratti per lo sviluppo di risorse petrolifere e di gasdotti sulle terre e sulle acque pubbliche. Un’azione che, secondo gli esperti, avrà una ricaduta principalmente sull’estrazione offshore piuttosto che su quella onshore;
  3. Maggiori difficoltà per progetti infrastrutturali. Il trasporto e la produzione di petrolio e gas saranno sottoposti a processi di autorizzazione più complicati ed attenti agli impatti ambientali;
  4. Più veicoli elettrici. Verranno incentivate le produzioni di veicoli elettrici, creando investimenti per la mobilità sostenibile;

Gli effetti sul settore del carbone

Biden vuole decarbonizzare il settore energetico entro il 2035, il rischio tuttavia è quello di effettuare una transizione verso l’energia pulita troppo rapida, che potrebbe causare la perdita di numerosi posti di lavoro all’interno dell’attuale settore energetico. Il processo è delicato e sarebbe necessario trasferire almeno lo stesso tasso di occupazione all’interno della produzione di energie rinnovabili, per garantire una transizione pacifica e minimizzare gli effetti collaterali.

È previsto infatti che la domanda di carbone da parte del settore elettrico continui a crescere nell’immediato futuro, per poi calare drasticamente fino al 2050.

Concludendo, i cambiamenti della nuova amministrazione saranno concreti e modificheranno la scena internazionale, si spera, in meglio, probabilmente ritornando su una linea quasi identica a quella proposta da Barack Obama.