Preservare il mare per preservare il nostro futuro

L’acqua rappresenta il presupposto della vita e come tale deve essere difesa e salvaguardata. Gli oceani ricoprono la maggior parte della superficie terrestre (circa il 71%), rappresentano il più grande ecosistema del pianeta e la loro complessità ha garantito lo sviluppo e la crescita della vita sulla Terra. La temperatura, le correnti e le forme di vita acquatiche influenzano i sistemi globali in maniera determinante. Dal meteo fino al clima, dall’ossigeno presente nell’aria che respiriamo fino all’acqua che beviamo, tutti questi elementi sono regolati e influenzati dal mare. 

A livello globale, il valore di mercato stimato delle risorse e delle industrie marine e costiere è di tremila miliardi di dollari annui, ovvero circa il 5% del PIL globale.  Più di tre miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per la loro sopravvivenza. Quasi il 7% delle proteine assunte dalla popolazione mondiale proviene dal pesce.

Nel corso della storia, gli oceani e i mari sono stati e continuano ad essere canali vitali per il commercio ed il trasporto. Una gestione responsabile di questa fondamentale risorsa globale è alla base di un futuro sostenibile. Il riferimento dell’obiettivo numero 14 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è quindi incisivo in questa direzione, in quanto si richiede la conservazione ed un uso più responsabile e durevole degli oceani, dei mari e di tutte le risorse contenute al loro interno.

Un mare di plastica

Un rapporto realizzato da Greenpeace stima che ci siano oltre 5,25 trilioni di pezzi di plastica galleggianti sugli oceani del mondo, che pesano oltre 250.000 tonnellate. Tutto questo inquinamento ha avuto un grave impatto sull’ambiente, con prove che suggeriscono persino che organismi marini fino a 10 km sotto la superficie hanno ingerito frammenti di plastica. L’infografica che segue è stata realizzata da Statista e mostra la distribuzione dell’inquinamento da plastica negli oceani del mondo. 

https://www.statista.com/chart/8616/the-worlds-oceans-are-infested-with-plastic/

Il Pacifico settentrionale ha il più alto livello di contaminazione con quasi 2 trilioni di pezzi di plastica, mentre l’Oceano Indiano è secondo con 1,3 trilioni. Sempre secondo Greenpeace, le prime 6 aziende al mondo vendono bottiglie di plastica del peso di oltre 2 milioni di tonnellate ogni anno. Nonostante il riciclaggio di questi materiali sia molto efficiente, ancora troppe unità di plastica finiscono nelle discariche e negli oceani.

La pesca insostenibile

Un’altra grave minaccia per il mare è rappresentata dalle pratiche di pesca intensiva, le quali stanno cancellando velocemente molte specie marine. Quando si pesca più velocemente della capacità dei pesci di riprodursi, è inevitabile un impatto totalmente deleterio sugli ecosistemi dei mari e degli oceani. Negli ultimi 60 anni la pesca a livello mondiale si è intensificata a tal punto che circa un terzo degli stock ittici risulta eccessivamente sfruttato: nel Mar Mediterraneo, ad esempio, si parla addirittura del 93%. 

Secondo il nuovo rapporto FAO Lo Stato Mondiale della Pesca e dell’Acquacoltura, la produzione di acquacoltura oramai rappresenta il 52% del pesce destinato al consumo umano. Questo significa che metà del pesce che arriva sulle tavole dei consumatori proviene dagli allevamenti ittici, dove il modello di produzione predominante è quello industriale e intensivo. 

Seaspiracy è un documentario distribuito da Netflix che ha recentemente riscosso molto successo. Il suo ideatore, Ali Tabrizi, ha svolto molte ricerche sul campo per portare alla luce tutte le ombre della pesca intensiva; un viaggio che parte dal sud dell’Inghilterra e arriva alle coste della Liberia, passando per il Giappone, la Thailandia, Hong Kong, con un epilogo cruento nelle isole Fær Øer, e mettendo sotto accusa l’industria della pesca nel suo complesso. Secondo il regista, queste pratiche porteranno all’estinzione della maggior parte delle specie marine entro il 2048. 

Il ruolo dell’Europa

Il 17 giugno 2008 il Parlamento Europeo ed il Consiglio dell’Unione Europea hanno emanato la Direttiva 2008/56/CE, detta anche Marine Strategy Framework Directive, che aveva come obiettivi inziali la tutela della biodiversità marina ed il raggiungimento della soglia di inquinamento zero in mare. La Direttiva si basa su un approccio integrato e si proponeva di diventare il pilastro ambientale della futura politica marittima dell’Unione Europea. Dato il carattere innovativo, pur essendo stato di recente superato il limite temporale di attuazione (inizialmente previsto per il 2020), essa è il fondamento delle attuali e future politiche per la salvaguardia degli ambienti marini.

Come già avevamo affrontato il tema in un altro articolo, il Green Deal europeo rappresenta un piano per rendere sostenibile l’economia dell’UE. L’Europa vanta una salda posizione di partenza quando si tratta di sviluppo sostenibile ed è anche fortemente impegnata, insieme ai suoi paesi membri, ad assumere il ruolo di apripista nell’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e, nello specifico, dell’obiettivo numero 14 per la conservazione dei mari e degli oceani.

E l’Italia? 

Il nostro paese si è reso protagonista di forti ritardi rispetto al recepimento della legislazione europea. Secondo il Rapporto ASviS 2020, infatti, gli stock ittici italiani sono ampiamente sovra sfruttati rispetto alla media Ue. La recente relazione sullo stato di attuazione della Marine Strategy Framework Directive, presentata dalla Commissione Europea il 25 giugno 2020, evidenzia, infatti, i ritardi nella presentazione delle relazioni previste dalla Direttiva e la carenza di molti dei dati conoscitivi. L’Italia risulta ancora tra gli Stati membri con sensibili inadempienze, nonostante la fondamentale importanza ambientale e socioeconomica che il mare riveste per il nostro Paese.

Sempre secondo il Rapporto ASviS 2020, a livello globale si segnala un aumento dell’acidità degli oceani del 10-30% rispetto al periodo 2015-2019, con gravi conseguenze sulla fauna, sulle barriere coralline e sulla flora marina. Ci sono anche dei segnali positivi fortunatamente, dal momento che si è registrato un aumento delle aree marine protette, raddoppiate rispetto al 2010.

Un cambio di passo è più che mai necessario ed ASviS ha presentato alcune proposte concrete per accelerare il processo di attuazione della legislazione europea e dell’obiettivo numero 14 dell’Agenda 2030, tra cui: 

  • Colmare i ritardi sulla Marine Strategy Framework Directive per conseguire un buono stato ecologico
  • Promuovere la piccola pesca, coinvolgendo pescatori, associazioni di categoria, istituzioni ed enti di ricerca;
  • Un approccio bottle to bottle in un’ottica di economia circolare, per la riduzione di nuova plastica per liquidi;
  • Dare riconoscimento giuridico al Piano di azione regionale della Commissione generale della pesca in Mediterraneo (organizzazione regionale che fa parte della Fao e unisce 22 Paesi tra cui l’Italia).

I’d like to be under the sea, in an octopus’s garden in the shade cantavano i Beatles negli anni 70, ed il testo, scritto da Ringo Starr, fu ispirato da una vacanza del batterista in Sardegna di qualche anno prima. Da sempre esiste un rapporto di amore e rispetto tra l’uomo ed il mare; per tenere fede a quella relazione dobbiamo agire al più presto e fare in modo che il mare ritorni ad essere vitale e sano, in modo da consentire benessere per tutti ed un domani votato alla sostenibilità. L’acqua rappresenta la vita e come tale deve essere salvaguardata. Se preserveremo gli ecosistemi marini preserveremo anche il nostro futuro.

Cambiamento climatico e politiche in Europa

L’Obiettivo di Sviluppo sostenibile numero 13 non poteva essere scritto con più chiarezza: adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze. Un unico grande obiettivo spiegato in una semplice frase. Vediamo in quest’articolo quali sono i rischi del cambiamento climatico e come l’Unione Europea sta agendo per far fronte alla minaccia.

La minaccia del cambiamento climatico

Il clima globale è variato notevolmente nel corso della storia della Terra. Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, il mondo ha sperimentato un tasso di riscaldamento senza precedenti da migliaia di anni, per quanto possiamo dire dalle prove disponibili. L’aumento della temperatura media globale è stato accompagnato da continui aumenti delle temperature e dell’accumulo di calore oceanico, del livello del mare e del vapore acqueo atmosferico. C’è stata anche una riduzione delle dimensioni delle calotte glaciali e della maggior parte dei ghiacciai. Il recente rallentamento del tasso di riscaldamento superficiale è dovuto principalmente alla variabilità climatica che ha redistribuito il calore nell’oceano, provocando il riscaldamento in profondità e il raffreddamento delle acque superficiali.

Le attività umane stanno aumentando le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera. È estremamente probabile che questo aumento abbia causato la maggior parte del riscaldamento globale osservato di recente, con la CO2 che è il maggior contributore.

Se le emissioni di gas serra continuano a crescere rapidamente, si prevede che, entro il 2100, la temperatura media globale dell’aria sulla superficie terrestre si scalderà di circa 4 ° C rispetto alle temperature della metà del XIX secolo. Ci sono molte probabili ramificazioni di questo riscaldamento. Tuttavia, se le emissioni vengono ridotte sufficientemente rapidamente, c’è la possibilità che il riscaldamento medio globale non superi i 2 ° C e gli altri impatti saranno limitati.

Dalla metà del XX secolo, il cambiamento climatico ha determinato un aumento della frequenza e dell’intensità dei giorni molto caldi e una diminuzione nei giorni molto freddi. Queste tendenze continueranno con un ulteriore riscaldamento globale. Gli eventi di forti piogge si sono intensificati sulla maggior parte delle aree terrestri e probabilmente continueranno a farlo, ma si prevede che i cambiamenti varieranno a seconda della regione.

Il livello del mare è aumentato durante il XX secolo. I due principali fattori che contribuiscono sono l’espansione dell’acqua di mare durante il riscaldamento e la perdita di ghiaccio dai ghiacciai. È molto probabile che il livello del mare aumenti più rapidamente durante il ventunesimo secolo rispetto al ventesimo secolo e continuerà a salire per molti secoli.

Il cambiamento climatico ha impatti sugli ecosistemi, sui sistemi costieri, sui regimi antincendio, sulla sicurezza alimentare e idrica, sulla salute, sulle infrastrutture e sulla sicurezza umana. Gli impatti sugli ecosistemi e sulle società si stanno già verificando in tutto il mondo.

Se le emissioni di gas serra continuano ad essere elevate, è probabile che la componente del cambiamento climatico indotta dall’uomo supererà la capacità di adattamento di alcuni paesi.

Esiste un accordo quasi unanime tra gli scienziati del clima sul fatto che il riscaldamento globale causato dall’uomo sia reale. Tuttavia, il futuro cambiamento climatico e i suoi effetti sono difficili da prevedere con precisione, soprattutto a livello regionale e locale. Molti fattori impediscono previsioni più accurate ed è probabile che qualche incertezza permanga per molto tempo.

Ecco che l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 13 attira l’attenzione sull’azione delle nazioni: devono fare scelte su come rispondere alle conseguenze del futuro cambiamento climatico. Le strategie disponibili includono la riduzione delle emissioni, la cattura di CO2, l’adattamento e la “geo-ingegneria”. Queste strategie, che possono essere combinate, comportano diversi livelli di rischio ambientale e diverse conseguenze per la società. Il ruolo della scienza del clima è quello di informare le decisioni fornendo la migliore conoscenza possibile sui risultati climatici e sulle conseguenze di strategie di azione alternative.

L’Unione europea contro l’inquinamento industriale

L’SDG 13 è stato preso piuttosto seriamente dall’Unione Europea, soprattutto in termini di azioni contro l’inquinamento atmosferico, è definito come l’aggiunta di varie sostanze chimiche pericolose, particolato, sostanze tossiche e organismi biologici all’atmosfera terrestre. Ci sono diversi fattori che causano l’inquinamento atmosferico, ma ciò che proviene da industrie e fabbriche è spesso considerato un fattore importante nell’inquinamento atmosferico. Secondo uno studio condotto dalla Environmental Protection Agency, o EPA, si è scoperto che l’inquinamento industriale rappresenta circa il 50% dell’inquinamento negli Stati Uniti d’America. Esistono numerose gravi implicazioni ecologiche e rischi per la salute associati all’inquinamento atmosferico industriale.

Anche in Europa le concentrazioni di inquinanti atmosferici sono ancora troppo elevate e persistono problemi di qualità dell’aria da parte delle industrie.

L’UE agisce a molti livelli per ridurre l’esposizione all’inquinamento atmosferico e per migliorare la qualità dell’aria, negli ultimi anni l’azione più importante dell’Unione Europea in campo ambientale è il “New Green Deal”, un piano di finanziamento che mira a migliorare il settore dell’economia circolare, riducendo notevolmente l’inquinamento da industrie.

Svolge un ruolo fondamentale l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) la quale è il centro dati sull’inquinamento atmosferico dell’Unione europea e sostiene l’attuazione della legislazione dell’UE relativa alle emissioni al monitoraggio della qualità dell’aria; in particolare, il lavoro dell’AEA si concentra su:

  • mettere a disposizione del pubblico una serie di dati sull’inquinamento atmosferico;
  • documentare e valutare le tendenze dell’inquinamento atmosferico e le relative politiche e misure in Europa;
  • studiare i compromessi e le sinergie tra l’inquinamento atmosferico e la politica in diverse aree, inclusi i cambiamenti climatici, l’energia, i trasporti e l’industria.

La società dei consumisti e degli spreconi

A fine ‘800 Marx delineava i contorni del gigante che la società andava costituendo: una macchina che macina, produce, consuma ed è interessata all’acquisto di beni superflui e bisogni fittizi, spacciati per reali e necessari da pubblicità o fenomeni sociali.                                Questo ha portato al consumismo di cui, oggi, paghiamo le conseguenze: il “feticismo della merce”, teorizzato dal filosofo, si è manifestato come fenomeno di massa, subito dopo la seconda rivoluzione industriale.

Ritmi di consumo non più sostenibili

In una società del genere la produzione “produce” il consumo e non viceversa. “Produce” l’oggetto, la modalità e la spinta verso il consumo, ma non aspetta il meccanismo della domanda e dell’offerta, a cui bisogna tornare per produrre in modo più sostenibile, come sprona l’obiettivo 12 dell’Agenda 2030: produrre di più,con meno risorse, meglio spese. 

Si rivela, allora, necessario che tutti, in qualsiasi angolo di mondo, siano educati alla sostenibilità e ad uno stile di vita in linea con il proprio tempo e la natura in cui si trovano. 

La mancanza di educazione al consumo sostenibile ha portato a enormi sprechi.                   Basti pensare che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) diventa spazzatura ora dei commercianti, ora dei consumatori, perché scaduto o mal conservato.                                                                                                                                                          
Il cibo ha, quindi, un importante impatto ambientale, ma non è il solo bene che gestiamo male. Nella lista, infatti, troviamo anche energia e acqua, a cui abbiamo già fatto riferimento negli articoli sdg 6 e 7.                                                                                                                
Le risorse naturali necessarie alla vita sulla Terra sono a malapena sufficienti in questo momento, ma se la popolazione mondiale raggiungesse i 10 miliardi entro il 2050 saremmo costretti a cercare risorse su altri pianeti: ne servirebbero tre. 

Un ambiente in cui si produce, acquista, indossa e consuma male

In ambienti come la moda, in particolare la moda veloce e ad alto consumo, conosciuta come fast fashion, lo spreco di risorse e lo smaltimento errato di prodotti viaggia di pari passo.

In questo tipo di moda le aziende producono e vendono velocemente, i capi sono economici e ispirati all’alta moda. L’espressione fu coniata dal New York Times nel 1989 proprio all’apertura del negozio nella Grande Mela di uno dei colossi del settore: Zara.

Tuttavia, i danni che questa industria provoca sono enormi: secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, la fast fashion causa il 20% dello spreco globale dell’acqua ed emette, oltre ai gas serra, anche il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Per Ecowatch, ogni secondo, 1.4 milioni di litri d’acqua sono usati per poter realizzare 200+ paia di jeans, al prezzo di metà della quantità d’acqua di una piscina olimpionica. 

In un sistema, dove passano 15 giorni dall’ideare un capo al ritrovarlo in vendita sugli stand in negozio, la merce invenduta è tanta e non tutte le aziende hanno elaborato metodi di riciclo: nel 2018 H&M ha avuto una quantità di invenduto pari a 4 miliardi di dollari. Ogni secondo, infatti, un camion della spazzatura colmo di tessuti finisce in discarica stando ad un recente studio della Ellen McArthur Foundation.                                                
Il Summit della moda di Copenaghen ha riferito che le tonnellate di rifiuti solidi di cui la moda è responsabile sono 92 milioni ogni anno.

Spreco alimentare e consumo eccessivo

Lo spreco alimentare non è solo l’insieme dei prodotti scartati nella catena che li produce durante le sue prime fasi: il cibo è spesso sprecato a fine catena di produzione, quando si trova nei nostri frigo e nelle nostre dispense. Oltre all’impatto sull’ambiente dell’energia consumata per la produzione e la conservazione (30% del consumo totale di energia) troviamo dunque anche quello dei rifiuti.

Per uno sviluppo sostenibile è, quindi, necessario dover intervenire anche nell’educazione alimentare: i dati nel Food Waste Index Report 2021 e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) riferiscono che a buttare cibo sono le famiglie che scartano l’11% degli alimenti, mentre servizi e punti vendita ne sprecano tra il 2 e il 5%.                                            Sono, allora, le abitudini alimentari ad avere molte lacune: ogni anno vengono gettati 27 kg di cibo a testa, 74 kg a livello familiare.

Tuttavia, in Italia, secondo un’indagine di Coldiretti, la sensibilità in questione è considerevole: nel 2020, più di 1 italiano su 2 ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari, adottando diverse strategie, forse per effetto pandemia, dato che, come ci comunica il Waste Watcher International Observatory, nel 2019 gli italiani avevano sprecato l’11,78% in più.

È in questo contesto che risultano fondamentali iniziative come TooGoodToGo, piattaforma che mette a contatto clienti e ristoratori di ogni tipo che a fine giornata non hanno venduto quanto hanno prodotto e quindi lo svendono: un semplice gesto per contrastare la frana di quei 15 miliardi totali di euro che vale il cibo sprecato finora in Italia. 

Anche l’Onu considera fondamentale che i consumatori siano guidati e aiutati per ridurre gli sprechi in casa (che avvengono per errata conservazione, eccessivo acquisto, dimenticanza)  anche a fronte delle 690 milioni di persone colpite dalla fame nel 2019, e destinate ad aumentare a causa dell’emergenza sanitaria Covid di cui abbiamo trattato nell’articolo “Zero Hunger”.                               

Doing more with less            

Il principio guida del dodicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 intende spronare i produttori ad assumere ottiche sostenibili (prospettiva per cui in Italia possiamo ben sperare stando agli ultimi snodi del governo recente) e i consumatori a limitarsi ed essere più consapevoli dei costi di entrambe le parti.    

Miriamo al contrasto della povertà, nostra come del Pianeta, al miglioramento dello standard di vita (ridurre la fame e migliorare la salute) e allo sviluppo economico in un modello di economia circolare che chiude il ciclo di consumo e riciclo e ottimizza tempi e risorse, perché altri 3 pianeti dove andare ad estrarre quanto serve su questo non sono dietro l’angolo.  

Città sostenibili: nel Paese delle Meraviglie

L’Evoluzione

Tornando indietro nel tempo ed osservando la nostra storia, l’uomo da nomade è diventato sedentario per assecondare i propri bisogni, occupando sempre più luoghi e definendo confini, permettendo alla crescente popolazione un posto sicuro dove trascorrere la propria vita.
Ad un certo punto del processo, si è arrivati all’incremento di spazi destinati alle abitazioni, in un ambiente sempre più ristretto: le persone aumentavano, mentre la Terra sembrava rimpicciolirsi. 
Ed è proprio qui che l’esigenza è divenuta costruire non più soltanto in orizzontale, bensì in verticale, permettendo a più persone di vivere in uno stesso spazio di terreno, semplicemente le une sopra le altre.

Secondo i dati pubblicati dal Centro Regionale di informazione delle Nazioni Unite, ad oggi sono 3,5 miliardi le persone che vivono in città, stimando che nel 2030 il 60% della popolazione mondiale abiterà in aree urbane, sfruttando soprattutto le zone dei paesi in via di sviluppo.

Ma cosa significa abitare in un luogo che sia resiliente e sostenibile, oltre che sicuro?

L’undicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 propone di rendere le città e gli insediamenti umani, inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

Abbiamo alle comunicazioni Istat, nel 2018 si è registrato un particolare aumento nei casi di famiglie costrette a vivere in abitazioni sovraffollate (27,8%), situazioni che generano, come principale conseguenza, l’incremento di costruzioni ed occupazioni abusive.
Il traguardo diviene, quindi, quello di poter garantire l’accesso ad abitazioni e servizi di base adeguati e sicuri, necessari per lo sviluppo di città sostenibili.
In Italia, si scontrano con questa dura realtà il 15,5% delle famiglie, uno tra i dati più alti nei Paesi dell’Unione Europea, al pari della Grecia, con al seguito Slovacchia, Polonia, Croazia, Bulgaria ed infine Romania, la percentuale più preoccupante: 46,3% (Istat “Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”).

Trasporti accessibili

Parlare di città sostenibili significa non solo fare riferimento alle percentuali di inquinamento presenti, assicurando una giusta salvaguardia per la salute delle persone, ma anche garantire al singolo la possibilità di spostarsi facilmente per poter raggiungere luoghi di studio e lavoro: la mobilità sul territorio come argomento cruciale per la sostenibilità urbana.
Scegliere mezzi di trasporto pubblici al posto dei propri può avere un importante impatto positivo sul tasso d’inquinamento, ma che voi siate pendolari o meno, sicuramente sarete a conoscenza dello stress che comporta questa tipologia di spostamento.
È necessario investire in questo presente, migliorando i nostri sistemi pubblici non solo in progettazione e velocità, ma soprattutto rendendoli accessibili.Grazie alle indagini Istat, emerge che tali mezzi non vengono utilizzati più per difficoltà dicollegamento che per scelta personale, una difficoltà che in Campania interessa la metà delle famiglie presenti nella regione (55,9%), con impatto ancora più significativo nei piccoli comuni del nostro Paese: un’incidenza del 49,2% rispetto al 28% rappresentativo delle aree metropolitane.

Inquinamento dell’aria

L’Agenzia europea per l’ambiente ci parla di circa 80 mila morti premature, nel 2016, come conseguenza ad una prolungata esposizione a polvere sottili.
Grandi concentrazioni di persone nelle città, significa anche essere soggetti ad un aumento dell’inquinamento dell’aria, derivante non solo da mezzi di trasporto, ma anche da tutto ciò che costituisce una area urbana e le permette di rimanere in vita.
L’aria che respiriamo viene costantemente monitorata da centraline che, raccogliendo le informazioni, ci aggiornano sul superamento dei limiti stabiliti dalla legge.
L’Europa, all’inizio del nuovo secolo, era riuscita a porre un freno all’incremento di questi valori, arrivando a livelli minimi, mai raggiunti, e riuscendo a mantenerli col passare degli anni.
Nel 2017 alcuni Paesi non sono più riusciti a controllare e assicurare questo aspetto, regredendo e, in alcuni casi, peggiorando rispetto allo stadio di partenza.
Tra questi Paesi vi rientra l’Italia.

Gestione dei rifiuti

La gestione dei rifiuti non risulta mai totalmente trasparente e per questo assume una posizione prioritaria nell’amministrazione delle città.
Grazie alle innovazioni tecnologiche e ad una maggior consapevolezza del singolo, le campagne a promozione della raccolta differenziata, e del recupero per il riciclo, portano dal 2006 dati di miglioramento in termini di quote di rifiuti conferiti in discarica.
Nel 2018 tali rifiuti ammontano a 6.5 milioni di tonnellate: solo un quinto rispetto al totale dei prodotti.
Inoltre, è importante evidenziare che le diverse regioni presentano situazioni ben diverse tra loro, dovendo anche tener conto dei flussi di scarti in entrata ed uscita da queste.Molise, Liguria e Marche manifestano un particolare incremento poiché, soprattutto il Molise, è responsabile per lo smaltimento del 47% di rifiuti provenienti da altre regioni, mentre alcune diminuzioni si riscontrano in Basilicata, Sardegna Piemonte (Istat “Informazioni statistiche per l’Agenda 2030 in Italia”).


Tra aspetti migliorati e migliorabili, l’undicesimo obiettivo ha ancora molti piani da studiare e progetti da approvare per potersi sentire più vicino alle nuove comunità nascenti: per loro, speriamo in vicini di casa meno rumorosi.

Uguaglianza: una battaglia ancora in corso

L’inclusione sociale, economica e politica

Secondo un’indagine dell’Istat nel 2019 in Italia c’erano quasi 2 milioni di famiglie in condizione di povertà assoluta, pari a circa 4,6 milioni di individui. La povertà è il primo degli obiettivi dell’Agenda 2030, e ne abbiamo parlato ampiamente in un articolo. Questo triste dato dipende da molti fattori, primo tra tutti il fatto di non avere accesso a un lavoro, di non avere un supporto sociale o statale, e di non avere le capacità o le possibilità di trovarli. 

L’inclusione sociale, economica e politica dovrebbe essere a disposizione di tutte e di tutti. Questo perché partecipare alla vita del proprio paese è fondamentale per poter attuare quei processi sociali in grado di migliorare il livello di vita degli individui stessi. L’inclusione sociale permette di avere a disposizione una rete di individui, familiari e non, su cui poter fare affidamento. L’inclusione economica permette di avere un lavoro in grado di soddisfare i propri bisogno primari e quelli della propria famiglia. L’inclusione politica, infine, permette di partecipare alla vita pubblica, prendendo decisioni importanti sullo sviluppo e sul cambiamento del paese.

Per poter garantire inclusione c’è ovviamente bisogno di assicurare a chiunque pari opportunità. Purtroppo anche questo punto non è stato ancora risolto, e siamo ancora lontani da una soluzione definitiva. Argomento sempre molto caldo è quella della differenza di genere, essendo la lotta ancora in corso (ne abbiamo parlato qui ). Il Global Gender Gap 2020 ci mette di fronte a una cruda realtà: anche se la parità di genere è stata completamente raggiunta per quanto riguarda l’istruzione in 40 dei 153 paesi studiati, ci vorranno ancora 95 anni per poter arrivare a una parità completa per quanto riguarda la rappresentazione politica.

The Global Gender Gap index ranking 2020

Questo è solo un esempio, ma basta prendere uno qualsiasi tra gli altri parametri sociali (età, etnia, religione, disabilità, origine, status economico) per avere gli stessi risultati alquanto disastrosi. L’associazione statunitense no-profit National Partnership for Women and Families ha unito il parametro del sesso di nascita con l’etnia, svolgendo un’indagine molto importante negli Stati Uniti. Lo scorso marzo hanno pubblicato i risultati: le donne di colore vengono pagate 63 cents per ogni dollaro guadagnato da un uomo bianco, le donne ispaniche 55 cents e le donne bianche 79 cents.

Migrazione ordinata e sicura

Facilitare la migrazione sicura e ordinata non poteva mancare come obiettivo altrettanto condivisibile e ugualmente difficile da realizzare. La geopolitica internazionale è arrivata a dei livelli di complessità forse mai visti prima. Gli interessi politici delle singole nazioni si sovrappongono agli interessi economici delle altre nazioni, in un circolo vizioso senza fine. In tutto questo calvario le povere persone che cercano di fuggire da guerre e fame non trovano mai il loro posto nel mondo. l’Italia è tra i primi Paesi a non impiegare tutte le forze a sua disposizione per poter rendere più sicura la migrazione. Ma riconosciamo anche il difficile compito nel dover salvare, salvaguardare e inserire nel contesto sociale circa 180 mila sbarchi nel 2016 e, più recentemente, meno di 20 mila nel 2019. Per il 2020 sono stati calcolati circa 13 mila sbarchi. Situazioni simili si stanno verificando in molte altre parti del mondo: in Siria a migliaia cercano di scappare dalla guerra ormai decennale, passando dalla Turchia, che utilizza i migranti come una minaccia contro l’Unione Europea. La situazione è sicuramente complicata e non facile da gestire.

Non è una novità il fatto che nuove forme di razzismo si stiano diffondendo a macchia d’olio, fomentato da partiti e leader di destra. È di pochi giorni fa la notizia di una sparatoria ad Atlanta che ha lasciato otto vittime, tutte donne asiatiche. Le campagne sui social e le manifestazioni che sono seguite, guidate dallo slogan “Stop Asian Hate”, non sono più un evento eccezionale ma la normalità, soprattutto in America. Basta ricordare le numerose manifestazione a sostegno di Black Lives Matter che si sono tenute l’estate scorsa: migliaia di americani hanno violato le regole anti-covid per protestare contro la brutalità della polizia. La verità è che, ancora oggi, se sei bianco e commetti una strage, vieni arrestato e condotto in prigione. Se invece hai la carnagione scura vieni ucciso anche se sei disarmato. 

Il fatto che l’obiettivo 10  probabilmente non verrà realizzato a pieno entro il 2030, non vuol dire che i Paesi non si stiano impegnando per realizzarlo, anche se ad oggi appare ancora utopistico. È sempre un bene che la comunità internazionale si ponga degli obiettivi: più ambiziosi sono e più c’è la possibilità che le persone provino a realizzarli.

Pensiamo veramente di essere solo delle scimmie con la capacità di saper sognare in grande? 

Per approfondire:

L’accelerazione della società digitale

Nel 2020 le nostre vite sono cambiate radicalmente. Chi più chi meno, tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre abitudini e il nostro stile di vita, per adattarci alla situazione dovuta alla pandemia globale che ci ha travolto. L’emergenza legata alla diffusione del nuovo virus Sars Covid-19 ha determinato una sequenza di cambiamenti rapidi, invasivi e spesso difficili da accettare, i quali hanno portato ad un clima di incredibile incertezza e instabilità nel mondo.

Nei mesi passati, il concetto di resilienza è stato centrale per contrastare questa straordinaria situazione e lo sarà ancora per molto. L’SDG numero 9 attribuisce molta importanza proprio alla resilienza, nel modo in cui va inteso lo sviluppo delle infrastrutture e promuovendo in particolare l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione.

È innegabile che la pandemia ha stravolto le nostre vite. Le tecnologie digitali hanno reso possibile analizzare questo momento storico, traendo alcune conclusioni positive. In risposta alle numerose misure restrittive applicate per contrastare il virus, è avvenuta in molti paesi un’accelerazione incredibile dello sviluppo delle tecnologie, agevolando la comunicazione a distanza. In generale è cambiato l’approccio alla tecnologia per molti di noi. Si è verificato un maggiore sviluppo, quindi , dell’infrastruttura tecnologica, ma il fatto più considerevole è che è cambiata la percezione sociale di ognuno di noi nei confronti dell’innovazione e delle tecnologie digitali. Le limitazioni che le disposizioni di Governo ci hanno imposto, hanno riguardato in misura consistente gli spostamenti, di conseguenza l’interazione dal vivo con l’altro. A livello sociale, questo ci ha portati a rivedere in toto le possibilità di entrare in contatto diretto con le altre persone e perció abbiamo sviluppato tutti, in misura differente, maggior consapevolezza circa l’utilizzo delle nuove tecnologie. I “nativi digitali”, in questo contesto, hanno avuto meno difficoltà ad adattarsi rispetto alle generazioni passate, ma, comunque, abbiamo assistito ad un fenomeno di accettazione del paradigma tecnologico, ampiamente condiviso.

Una digitalizzazione accelerata

La convergenza delle società verso la digitalizzazione esisteva già prima della diffusione del virus, ma la pandemia ha ridotto notevolmente i tempi. Internet e le nuove tecnologie digitali, sono stati il maggior strumento di resilienza adottato per cercare di contrastare le difficoltà, nel corso dell’ultimo anno. Ovviamente anche nel mondo del lavoro abbiamo assistito ad una transizione incredibilmente repentina. Per non restare indietro e rischiare il fallimento, tutte le aziende, dalle multinazionali alle piccole imprese,  si sono dovute rapidamente adattare al cambiamento, soprattutto quelle che faticavano nella transizione al digitale. In questo contesto ci sono stati Paesi che hanno avuto più difficoltà di altri, perché erano ancora ad un livello di digitalizzazione basso. Ma, forse, è proprio questa la giusta chiave di lettura da cui trarre beneficio. A livello istituzionale, le tecnologie digitali, durante la pandemia hanno permesso di colmare il divario tra i paesi più sviluppati e quelli che erano rimasti ancora indietro, contribuendo alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Il panorama italiano

Il caso dell’Italia è un esempio di paese che si sta muovendo molto sulla digitalizzazione della PA, ma che ancora fatica a trasmettere alla società il cambiamento. Il nostro Paese si posiziona 18° posto per la capacità della PA di sfruttare le potenzialità offerte dall’ICT con un valore (71%) in linea con la media europea (72% nell’UE a 27) e in crescita rispetto agli anni passati. Tuttavia, l’Italia si colloca all’ultimo posto in Europa per utilizzo dell’eGovernment: solo il 25% dei cittadini utilizza servizi digitali per interagire con la pubblica amministrazione, contro una media europea del 60%.

Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS durante lo scorso Festival dello Sviluppo Sostenibile si è espresso specificando la sua posizione nei confronti del nostro Paese, riguardo il raggiungimento dell’SDG numero 9. 

Nel suo intervento, Giovannini si è espresso riguardo il processo di digitalizzazione della PA: “Oltre a discutere di sviluppo infrastrutturale, tecnologico, territoriale, c’è infatti la necessità di considerare “un’innovazione sociale”, concetto in Italia non ancora consolidato. “Non c’è innovazione vera senza innovazione sociale” ricorda Giovannini, “non solo perché la tecnologia ha modificato radicalmente le interazioni, ma perché questo sta cambiando profondamente la società”.

Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?

Covid-19 e lavoro

Se c’è una cosa su cui la pandemia di Covid-19 ci fa riflettere è sicuramente il lavoro: c’è chi l’ha perso; chi l’ha mantenuto con difficoltà; chi ancora oggi ha la possibilità di lavorare e di far lavorare in smart working. Ma non tutti, come è evidente, hanno la possibilità di farlo, perché o è  il lavoro stesso a non permetterlo, come tutti i lavori manuali, o perché è il lavoratore che non ha a disposizione un computer o una connessione internet. Migliaia di persone sono state mandate a casa con la promessa della cassa integrazione. Alcuni ristoranti e bar hanno chiuso definitivamente. L’emergenza sanitaria ha messo sotto i riflettori una macchina che, forse, non funziona più molto bene.

Crescita economica e sviluppo non sono la stessa cosa

L’obiettivo numero 8 dell’Agenda 2030 è esplicitamente quello di garantire una crescita economica duratura. Ma cosa si intende per crescita economica? È un concetto economico che misura la produzione crescente di beni e servizi di una collettività. Si suppone che debba essere sempre in crescita per far fronte al continuo aumento dei bisogni della collettività stessa. Lo sviluppo è invece un miglioramento della qualità della vita, accompagnato da una migliore distribuzione del reddito. Inizialmente anche la nozione di sviluppo era caratterizzata da aspetti puramente economici, ma con il tempo si è allargata, arrivando a comprendere anche aspetti sociali ed economici, come ad esempio i diritti politici e quelli civili. 

Anche se sentiamo spesso la parola sviluppo solo in relazione ai paesi “in via di sviluppo”, anche per gli altri bisognerebbe iniziare a ragionare in termini di sviluppo e non di crescita. Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno svolto una ricerca in tutti i principali Paesi sviluppati, pubblicata nel libro La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici (Milano, Feltrinelli, 2009). Wilkinson e Pickett hanno dimostrato che società più eque registrano prestazioni migliori in termini di speranza di vita, mobilità sociale e alfabetizzazione. Società diseguali, invece, registrano prestazioni peggiori in termini di malessere sociale, incidenza di malattie mentali, obesità.

Lo sviluppo è, quindi, un concetto più ampio della crescita economica. Se vogliamo davvero cambiare le cose per il meglio, non dobbiamo basare le scelte politiche su fattori unicamente economici. 

La dittatura del PIL

Il Prodotto Interno Lordo è l’indice su cui da decenni i Paesi, e le loro politiche, si basano per misurare il grado di benessere di un paese. Più il PIL è alto e più in quel Paese si vive bene. Ma è veramente così? 

Il PIL misura il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno. Dunque, non ci dice niente quindi sullo sviluppo, sulla prosperità o sulla sostenibilità. L’economista considerato l’inventore del PIL, Simon Kuzners, nel 1934 dichiarò al Senato statunitense che “il benessere di una nazione può difficilmente essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale”. Robert Kennedy, politico statunitense e fratello di John Fitzgerald Kennedy, nel 1968, dichiarò all’Università del Kansas che il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Kennedy sottolineava il fatto che nel calderone dei beni e dei servizi finiscono anche i costi delle ambulanze o le pubblicità delle sigarette. Il valore cresce anche con la produzione di missili, testate nucleari o armamenti che la polizia usa per sedare le rivolte. 

Martha Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, ragiona per assurdo: anche se volessimo misurare la qualità della vita solo in termini monetari, il Prodotto Interno Lordo non è comunque la scelta più consona. Sarebbe più efficace, ad esempio, misurare il reddito familiare medio. Inoltre, insiste Nussbaum, il PIL non tiene conto degli aspetti distribuitivi della ricchezza. In questo modo una nazione con un PIL molto alto potrebbe essere caratterizzata da enormi diseguaglianze. 

Dovremmo, quindi, iniziare a misurare non la produzione, ma il benessere, inteso come un insieme di risorse naturali, salute, istruzione, lavoro, equità, sicurezza economica e capitale umano, sociale e fisico.

Lavoro minorile

Per produrre di più con costi sempre più bassi ci si spinge a conseguenze impensabili: arrivare anche a sfruttare i bambini. Per lavoro minorile si intende un lavoro a cui sono sottoposti minorenni in condizioni di semi prigionia, che li priva di ogni forma di libertà e diritto allo studio, con gravi danni sullo sviluppo psico-fisico. Le ragioni le conosciamo benissimo: i minorenni hanno un costo di manodopera molto ridotto e non hanno bisogno di stipulare nessun tipo di contratto. Non è una novità l’elevato uso di minorenni in ambienti come quello della moda, per fabbricare prodotti da esportare in tutto il mondo. Secondo Save The Children sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento (dati del 2019). Ancora una volta è l’Africa a riportare i dati peggiori: qui lavorano 72 milioni di minori. Come spiegavamo qualche articolo fa, i Paesi più poveri hanno una popolazione meno istruita. I bambini, spesso, non vanno a scuola per dover lavorare e, non avendo studiato, non hanno altro possibilità che continuare a fare lavori poco dignitosi. È un circolo vizioso difficile da rompere.  Seppur negli ultimi venti anni ci sono stati dei progressi, dice Save The Children, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dell’Agenda 2030: entro il 2025 dovremmo, infatti, porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme, ma se continuiamo così, tra quattro anni ci saranno ancora 121 milioni di minorenni sfruttati.

Per approfondire:

Energia pulita ed accessibile: qual è la realtà in Italia?

L’energia sostenibile

Uno degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, è l’SDG numero 7, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. L’energia è al centro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, così come è posta in evidenza negli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Garantire l’accesso ad un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti aprirà un nuovo mondo di opportunità per miliardi di persone, attraverso opportunità economiche e posti di lavoro, per donne, bambini e giovani più emancipati, per una migliore istruzione, per la salute di tutti e per comunità più eque, inclusive e più improntate ad una maggiore protezione e resilienza al cambiamento climatico.

Ma cosa intendiamo nello specifico quando parliamo di “energia sostenibile”? Parliamo di energia rinnovabile, conveniente e inclusiva.

  • Rinnovabile per ottenere un approvvigionamento energetico che sia sostenibile, una caratteristica fondamentale è quella della rinnovabilità. La provenienza della fonte energetica non deve essere la causa di danni ambientali che superano la resilienza dell’ambiente circostante è necessario perché si rinnovi costantemente da una fonte di energia naturale. Un esempio lampante sono i pannelli solari;
  • Conveniente La sostenibilità ambientale non basta da sola, è importante, infatti, che l’installazione e la manutenzione dei sistemi energetici rinnovabili abbiano un costo contenuto. Se i prezzi del rinnovabile superassero di molto quelli dei metodi classici di approvvigionamento fossile, non sarebbero sostenibili per i cittadini che ne usufruiscono, tantomeno per le aziende che li producono;
  • Inclusiva Anche la sostenibilità sociale è un punto chiave per l’energia se, ad esempio, un parco eolico o solare riducesse lo spazio ai luoghi di socialità, o complicasse gli spostamenti in un piccolo centro abitato, la riduzione dell’impatto ambientale comporterebbe un danno sociale, aumentando il peso del disagio e diventando un difetto piuttosto che un vantaggio

È, quindi, importante che l’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 7 venga portato avanti soddisfacendo questi requisiti: ognuno di essi è necessario, ma non sufficiente per garantire uno sviluppo sostenibile in termini energetici. 

Purtroppo, al giorno d’oggi,  facciamo ancora moltissimo affidamento sulle fonti di energia fossile, come le centrali nucleari, sia a livello globale che a livello nazionale. Così si creano incredibili danni ambientali per via del necessario smaltimento delle scorie prodotte. Come abbiamo approfondito qualche articolo fa, gli scarti nucleari vengono interrati creando gravi disagi ambientali e sociali.

Fortunatamente, però, in tutta Europa i governi si stanno mobilitando per effettuare una transizione verso fonti di energia rinnovabili, anche grazie all’implementazione del New Green Deal europeo.

L’espansione in Italia

Più in particolare, in Italia, le fonti di energia rinnovabile stanno vedendo una rapida espansione, le fonti di energie rinnovabili, come parchi eolici o solari, aumentano sempre di più.

Anche  il mercato sta cambiando rotta verso scelte più ecosostenibili.

Sia le piccole-medie imprese che le grandi compagnie in Italia stanno puntando verso la distribuzione di energie provenienti da fonti naturali, riducendo di molto la produzione energetica da combustibili fossili.

Ad oggi le fonti di energia alternativa nel nostro Paese, grazie a importanti investimenti e allo sviluppo di nuovi impianti, hanno permesso di soddisfare più del 36% della domanda di energia elettrica.

Investimenti e risultati importanti

Gli investimenti a favore di energie rinnovabili hanno fatto apparire un obiettivo piuttosto chiaro: decarbonizzare l’economia, raggiungere gli obiettivi del Piano governativo per l’energia e il clima (Pniec), e perseguire il Green Deal Europeo. 

Un piano economico che, secondo Confindustria Energia, mobiliterà 110 miliardi di euro di investimenti da qui al 2030.

Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia, evidenzia che «nella difficile situazione economica causata dall’attuale emergenza sanitaria, gli investimenti in infrastrutture energetiche rappresentano per l’Italia un’opportunità di ripresa economica post coronavirus».

A trainare il piano economico sono, infatti, le fonti di energia rinnovabili, un settore in crescita esponenziale già da diversi anni. L’Irena, Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile, ha stimato lo scorso mese che quasi il 75% della nuova capacità di produzione elettrica, installata nel 2019, è rinnovabile. 

Ad oggi le fonti di energia rinnovabili forniscono in totale più di un terzo dell’elettricità mondiale e la costruzione di centrali elettriche a combustibili fossili è in calo in Europa e negli Usa. 

Il piano economico per la ripresa del Paese durante la Fase 2 (2020) ha puntato in particolare su impianti solari ed eolici, fonti di energia che nel 2019 hanno occupato rispettivamente il 55% ed il 34% di tutte le rinnovabili e di cui è previsto un incremento del 30% nei prossimi mesi. Gli investimenti sulle fonti di energia fossili,  invece, verranno ridotti del 25%, grazie a provvedimenti già attuati nei mesi precedenti.

La chiave di questa scelta “green” consiste nell’inesauribilità e nell’indipendenza energetica. Se in alcuni casi la produzione di idrocarburi si rivela più economica, rimane comunque un dato incerto nel lungo periodo ed il costo di importazione non potrà che aumentare nei prossimi anni. Le fonti rinnovabili, invece , assicurano un approvvigionamento inesauribile di energia e permettono la riduzione dei costi di rifornimento nel lungo periodo.

Gli impianti di produzione energetica saranno, infatti , realizzati all’interno dei confini nazionali, eliminando i costi d’importazione.

L’indagine di Confindustria Energia prevede che, grazie allo sviluppo del settore energetico rinnovabile, vedremo presto un incremento occupazionale di 135 mila posti di lavoro annui, necessari per la costruzione e la digitalizzazione degli impianti energetici.

Il totale degli investimenti raggiungerà i 350 miliardi solamente durante il primo periodo di costruzione, con ricadute positive sul Pil dello 0,8% nei prossimi dieci anni. 

Una linea politica in campo economico più “verde” potrebbe rivelarsi la migliore alleata dell’economia nazionale. Già nel 2018 l’Economia Circolare in Italia contava 88 miliardi di fatturato, raggiungendo l’1,5% del valore aggiunto nazionale, con un numero di lavoratori impegnati nel settore pari a 575 mila.

L’Italia è, ormai, affermata come tassello fondamentale per il piano di investimenti “green” nell’area del Mediterraneo, dove viene indicata, proprio dall’ Osservatorio Mediterraneo dell’Energia,  come il miglior traino per favorire un’accelerazione verso una transizione energetica sostenibile.

Un diritto essenziale

Il sesto obiettivo dell’Agenda 2030 è garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

L’acqua è un bene di prima necessità, un diritto umano, nonché fattore determinante per un adeguato sviluppo sociale, economico e ambientale.

A livello sociale l’acqua è una risorsa essenziale per garantire lo sviluppo di una società, tanto che per le antiche Civiltà garantire l’accesso a questo servizio è stato sempre un atto di primaria importanza. 

La Dichiarazione Universale dei diritti Umani recita: “L’acqua è un diritto essenziale per la vita umana”, eppure nonostante ciò non è accessibile per tutti.

Ad oggi, secondo lo studio “Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities”, circa 2,2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono di un accesso all‘acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per semplici e indispensabili comportamenti igienici.

Alla risoluzione di quest’obiettivo deve essere data priorità, in quanto lo stress idrico a cui i paesi moltissimi Paesi sono sottoposti. Il 25% della popolazione mondiale vive in aree ad altissimo stress: è la fotografia scattata dall’ultimo aggiornamento del Aqueduct Water Risk Atlas, la mappa che mette in rapporto la disponibilità idrica in 189 nazioni rispetto alle comunità che le abitano stilata dal World Resources Institute (WRI).

Secondo WRI, la zona più colpita è l’India, dove la sesta città per numero di abitanti, Chennai, nel 2018 è rimasta senza acqua. L’India, con 1,3 miliardi di abitanti, è classificata 13esima nella classifica dello stress idrico ed è anche a rischio estremamente elevato. 

“Lo stress idrico è la più grande crisi di cui nessuno parla”, ha dichiarato Andrew Steer, amministratore delegato della WRI.

Tra i 17 Paesi che vivono il rischio maggiore di stress idrico c’è San Marino. E l’Italia al 44esimo posto, con un grado di gravità elevato.

Chennai, in India, è rimasta pressoché senz’acqua © Arun Sankar/Afp/Getty Images

Un problema di tutti

Questo tema può essere affrontato da diverse prospettive, ma mi soffermerò sul tema che la Dichiarazione Universale dei diritti Umani introduce. Quando si tratta questo tema il primo pensiero va agli Stati del Terzo Mondo, dove a causa della povertà e della collocazione geografica, l’acqua è un bene esclusivo.
Ma come viene regolamentato nei cosiddetti Paesi Sviluppati l’accesso a questa risorsa fondamentale?

La gestione Europea

L’UE affronta questo tema con la Direttiva Quadro 2000/60/CE. I suoi principi di base sono:

  • L’acqua non è un bene commerciabile come gli altri e va protetto e difeso conseguentemente.
  • L’acqua è un bene pubblico trasversale ai vari segmenti di attività e dovrebbe essere gestito in un ciclo integrato.
  • Gli Stati membri devono impegnarsi nella realizzazione di programmi di partecipazione pubblica attiva con consultazioni e coinvolgimento della comunità (ONG, cittadini ecc.).
  • Deve essere introdotto il modello di gestione e controllo dei costi “full cost recovery” per garantire l’accessibilità del bene a prezzi ragionevoli in garanzia delle fasce sociali più deboli.

In Italia le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico.
In base al decreto-legge n. 112 del del 2008 (art. 23-bis, co. 5), però, la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati.
In Germania, secondo i dati di EurEau, quasi il 40% della fornitura idrica è sotto una gestione pubblica delegata: l’ente pubblico nomina una società controllata direttamente dall’ente pubblico per la gestione della rete idrica, che è di proprietà dello Stato. Il restante 60% invece, è sotto gestione privata delegata.
Nel Regno Unito, la gestione dell’acqua cambia tra le singole nazioni.
In Inghilterra e Galles, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione privata diretta: la gestione e, a differenza dell’Italia, anche la proprietà delle reti idriche sono affidate a società private.
Le tariffe, però, hanno dei limiti che sono imposti dalla Water Services Regulation Authority (Ofwat), che è un ente governativo, indipendente, con il compito di controllare e regolamentare l’operato dei privati.
In Scozia e Nord Irlanda, invece, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione pubblica delegata.
Anche in Francia e Spagna le reti idriche sono esclusivamente di proprietà dello Stato e vige un mix tra tre sistemi di gestione: pubblica diretta, pubblica delegata e privata delegata.

La gestione U.S.A

Come per la maggior parte del mondo anche per gli Stati Uniti l’assetto è prevalentemente pubblico o a maggioranza pubblica. È proprio l’ente pubblico che individua una società/azienda (spesso controllata direttamente) che si dovrà occupare della gestione. Rimane, però, pubblica la proprietà delle Infrastrutture. La gestione privata in questo caso è di minoranza. 

Gli Stati Uniti evidenziano un problema che è simbolo di un sistema sbagliato di approccio alla gestione idrica.
Milioni di cittadini sono vessati dai costi delle bollette in aumento, in 12 città degli Stati Uniti il prezzo combinato dell’acqua e delle acque reflue è cresciuto in media dell’80% tra il 2010 e il 2018, con oltre 2 persone su 5 che vivono in quartieri con bollette insostenibili.
Questi dati si giustificano con l’invecchiamento delle infrastrutture, le pulizie ambientali, i cambiamenti demografici e l’emergenza climatica alimentano aumenti esponenziali dei prezzi in quasi ogni angolo degli Stati Uniti.

Una ricerca del The Guardian ha rilevato che tra il 2010 e il 2018 le bollette dell’acqua sono aumentate di almeno il 27%. L’incremento più elevato è stato del 154% ad Austin, in Texas, dove la bolletta media annuale è passata da $ 566 nel 2010 a $ 1.435 nel 2018, nonostante gli sforzi di mitigazione della siccità con conseguente riduzione del consumo di acqua.

I finanziamenti federali per i sistemi idrici sono diminuiti del 77%, i progetti di manutenzione e pulizia sono stati rinviati dai servizi pubblici, il che ha contribuito all’attuale crisi delle infrastrutture e all’insorgere al problema dell’acqua tossica. Questo aiuta a spiegare perché più di 6 miliardi di dollari di acqua vengono persi ogni anno, secondo gli analisti del settore Bluefield Research.

Riciclo dell’Acqua

Oggi nei paesi occidentali la maggior parte delle acque reflue viene lavorata affinché non sia pericolosa, e successivamente può essere scaricata nel mare o nei fiumi. Ma basterebbe migliorare il processo di lavorazione per poterla riutilizzare anche come acqua potabile.Magari basterebbe semplicemente inviarla a un secondo ed eventualmente a un terzo impianto di depurazione (dopo quello classico), affinché venga trattata con agenti biologici, fisici o chimici in grado di depurarla del tutto. Da lì potrebbe essere reimmessa nel sistema degli acquedotti, oppure scaricata nei mari, nei laghi e nei fiumi, ma con un grado di purezza che la renderebbe indistinguibile da quella di sorgente, con evidenti vantaggi per l’ambiente, per la salute umana e soprattutto per i corsi di acqua dolce.

Tuttavia, quando si parla di acqua riciclata è importante lavorare molto sulla comunicazione, in quanto, in passato, alcuni progetti sono stati ostacolati fortemente dalla popolazione, manovrata con false informazioni e diffamazione da parte della stampa, come accaduto ad esempio in America e in Australia, dove nel 2006, nonostante una profonda siccità, era stato bloccato un progetto di riciclo delle acque che avrebbe consentito l’approvvigionamento di almeno il 30% del fabbisogno idrico della zona. La popolazione era insorta a tal punto che il progetto venne considerato da adottare solo in casi di estrema emergenza. La corretta informazione e la sensibilizzazione della popolazione, per fare in modo che progetti sempre più innovativi abbiano davvero successo, diventa, quindi, essenziale.

SDG 5 – Uguaglianza di genere

Quanti di noi ogni giorno giustificano atteggiamenti tossici perché possiedono il velo di familiarità e di sedimentato che porta con sé il concetto di norma? Quanto siamo indietro con il processo di sviluppo umano e sociale?

I dati ci danno una chiara risposta: molto e sarà così per almeno altri 108 anni dal punto di vista della disuguaglianza di genere. 

Dalla prima rilevazione avvenuta nel 2006 da parte del Global Gender Gap, il gap di genere (divario tra condizione di vita m e f) si è ridotto solo del 3,6% ma il peggioramento della condizione femminile per circa il 38% dei Paesi indagati è stato considerevole.

Disparità di genere: l’esperienza di chi non ne era conscia

Da bambina non ero al corrente di essere venuta al mondo con una innata discrepanza di genere. La disparità in cui vivevo mi veniva manifestata soprattutto nel luogo che dovrebbe essere il porto sicuro dei più piccoli: la scuola. 

Alle elementari il pomeriggio veniva gestito con attività ricreative: calcio, classe, giardino, tre gruppi in cui finivi casualmente. Sempre casualmente, io finivo nel gruppo calcio, io ballerina classica. 

Nel campetto da calcio vivevo i miei primi momenti di ostruzione di genere: “ragazzi fate le squadre”,“ragazze guardateli giocare”.
In quei pomeriggi assistevo anche alla prima femminista della mia vita: Valentina.
Amava il calcio e stare sullo stesso piano dei miei compagni, non accettava di stare in panchina, non voleva rispettare l’idea che il suo genere, socialmente impostato, si portava dietro. Così, a me non restava che guardare la sua personale e piccola rivoluzione, mentre mi nascondevo dietro un pino e giocando mi creavo delle storie. Ecco il motivo per cui Valentina gioca ancora a calcio mentre io ne sto scrivendo.

Valentina è stata la prima, nella mia vita, a dire “Non mi va di essere un gradino sotto, non mi piace la condizione in cui mi hanno messa.”

Gli ambienti in cui la disuguaglianza è accentuata sono sociale, economico e lavorativo

Rich and poor people with different salary, income or career growth unfair opportunity. Concept of financial inequality or gap in earning. Flat vector cartoon illustration isolated

È forse la stessa cosa che pensano le 12 milioni di bambine nel mondo che ogni anno si sposano prima di aver compiuto 18 anni: secondo Save the Children infatti il punto di snodo tra la giovane età e il matrimonio precoce sarebbe l’istruzione, bambine non istruite sono portate a fare questa scelta per la paura di rimanere gravide prima del matrimonio, per pressione familiare, per trovare stabilità economica. 

La condizione socialmente imposta di inferiorità si manifesta anche nell’immediato più vicino a noi.

Notiamo come una donna in Italia guadagni tra i 2500/9000 euro in meno rispetto ad un parigrado uomo (Pay Gender Gap), come una donna al supermercato, secondo stime del Times, Independent e Guardian, paghi circa il 40% in più rispetto ad un uomo: spicca il rincaro nei prodotti studiati appositamente per il sesso femminile. Pagherebbero in media dal 37 al 50% in più. Alcuni esempi? Una confezione da 8 rasoi femminili 2 sterline, 10 rasoi usa e getta marca Bic 1 sterlina; una penna Bic “per lei” una sterlina in più rispetto alla base; i jeans Levi’s 501 segnano addirittura un rincaro del 46% nella versione femminile. 

L’Italia è infatti penultima nella partecipazione femminile al mercato del lavoro: il nostro paese non sostiene le lavoratrici madri, circa il 73% delle dimissioni volontarie nel 2017 sono appunto di neomamme, solo una donna su due in età lavorativa è attiva, solo il 28% delle posizioni dirigenziali sono ricoperte da donne.  

In aggiunta a tutto questo c’è scontento nella scelta di percorso di studi: le donne sono demotivate a scegliere carriere nelle discipline matematiche perché la scelta sarebbe da alcuni etichettata come “poco femminile”, da ciò la segregazione ad alcuni ambiti di studio vincolati.

Possiamo consolarci se pensiamo che non siamo a soli ad essere rimasti indietro: possiamo però sconsolarci se scoprissimo che Paesi molto vicini (Francia, Belgio, Lussemburgo) applicano, secondo una relazione della Banca Mondiale, le stesse norme per uomini e donne.

Ecco allora spiegato perché le donne possiedono circa l’1% del patrimonio mondiale, occupano meno del 5% dei ruoli di capo di stato e ministri ma si fanno carico del 60% complessivo delle ore lavorative, pur guadagnando solo il 10% del reddito totale. (Jackson Moller Sorensen – Relazioni Internazionali, approf. Di Pererson/Runyan). 

Di fronte a tutto questo è impensabile che il cambiamento partirà proprio dagli ambiti tecnici e lavorativi: è necessaria una riforma mentale e sociale, il motto formulato dall’attivista nigeriana igbo Chimamanda Ngozi Adichie “we should all be feminists” nel suo saggio ha ora urgenza di diventare norma. 

La nuova ondata del femminismo: verso un’uguaglianza totalizzante e contro la norma

Eppure oggi è difficoltoso parlare di femminismo, specie agli adulti o in chi è sedimentata quest’ottica di disparità: è come voler parlare di fisica quantistica a chi non studia un problema matematico dal liceo, non ci capiremmo, ecco allora che guardiamo allo stesso mondo con due paia diversissimi di occhiali, siamo due tipi di ciechi differenti. 

Appare fondamentale il contributo che sta arrivando in questi ultimi tempi, in piena quarta ondata femminista dopo il movimento ME TOO, dal punto di vista comunicativo: tra gli studiosi spicca la scrittrice Michela Murgia che ha parlato della violenza contro le donne (dato sempre più preoccupante, circa il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza) ma secondo un ampio spettro: essa non comincerebbe dai gesti estremi di percosse o uccisione, prima del contatto fisico essa “è una cultura che attraversa tutti i contesti della vita di una donna.                                                                                                           

“È nel controllo su ogni aspetto del tuo vivere quotidiano, è nell’importi scelte in base al tuo sesso / Ti lavora accanto tutte le volte che cancellano la tua professionalità e ti chiamano ragazza mentre ai tuoi colleghi spetta il titolo di studio o chiamano te per nome e loro per cognome, negandoti l’identità sociale.”  (M. Murgia, 2020)           

Sulla stessa linea di pensiero troviamo la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno col suo saggio “Femminili Singolari. Il femminismo è nelle parole” in cui disgrega l’impronta maschilista dietro alle convinzioni linguistiche italiane in particolare nel mondo delle professioni. 

Il linguaggio che conosciamo è atavico e machista, da qui il bisogno di riappropriarsi delle giuste rideterminazioni e un uso più consapevole e inclusivo delle parole, con un problema principale che nasce dalla maggiore credibilità e valore che si danno ai corrispondenti termini al maschile.

Nel secolo scorso la questione era stata affrontata da alcuni intellettuali francesi che nell’ambito dell’ecriture inclusive consideravano disdicevole che “rectrice” ricordasse il retto intestinale “rectal” o ancora ecrivaine rimasse con “vaine” vano. Si ponevano quindi in un atteggiamento amichevole nei confronti delle donne: decidevano di eliminare dal vocabolario la giusta versione al femminile per proteggerci, ignorando che già all’epoca del convivio Dante parlava di “rettrice”. 

Come dunque testimoniano anche alcune popolazioni primitive in cui il potere è assegnato alla figura femminile il relativismo culturale è presente e non sono le differenze biologiche a determinare i condizionamenti culturali, viviamo per modelli e ruoli prestabiliti che le donne moderne non accettano più di incarnare.