Obiettivo: tasso mondiale di alfabetizzazione pari al 100%

L’importanza vitale dell’istruzione

Un’opportunità mai avuta prima

Istruire, a differenza di insegnare, non è un semplice passaggio di conoscenze da un soggetto a un altro. L’istruzione prevede che lo studente partecipi al processo cognitivo. Fin dai primi giorni su questo pianeta gli esseri umani si sono istruiti a vicenda nello svolgere un numero considerevole di mansioni volte alla sopravvivenza della specie. I nostri antenati, ad esempio, istruivano i loro figli nel semplice atto di accendere il fuoco. Ai giorni nostri la parola “istruzione” ha acquisito un concetto molto più ampio: fa ancora riferimento al fatto di far apprendere delle conoscenze che ci sono utili, ma non hanno niente a che fare con lo sfregamento di due bastoncini di legno. Nel XXI secolo non abbiamo più bisogno di tecniche basilari di sopravvivenza, ci sono le macchine che fanno queste cose per noi. Abbiamo invece bisogno di qualcosa di più sofisticato e sicuramente più complicato: capire come funziona il mondo.

L’istruzione, con la nascita delle scuole, è stata istituzionalizzata; è quindi diventata un ambito di cui lo Stato si occupa. È un termine che si accosta quasi naturalmente alla scuola. Fin da piccoli siamo catapultati in queste strutture dove abbiamo i primi rapporti sociali e i primi incontri con la scrittura. Leggere e scrivere è tanto importante quanto lo era il fuoco per i primi esseri umani. L’importanza di questi due aspetti è data dalla fatto che rendono possibile la comunicazione in qualsiasi parte del mondo. È un’opportunità che l’umanità non aveva mai avuto. Purtroppo però la scrittura non è un dono naturale, deve essere insegnata. L’alfabetizzazione è fondamentale  nella formazione di una classe dirigente qualificata, perché garantisce lo sviluppo economico e sociale di un paese. L’obiettivo sarebbe quello di avere una popolazione mondiale pienamente alfabetizzata. 

A che punto siamo?

Nel quarto obiettivo dell’Agenda 2030 si legge: “Entro il 2030, assicurarsi che tutti i giovani e una parte sostanziale di adulti, uomini e donne, raggiungano l’alfabetizzazione e l’abilità di calcolo” . Secondo il rapporto Unesco del 2017 nel mondo solo il 10% dei giovani non sanno né leggere né scrivere. Mentre per quanto riguarda gli adulti sono ancora 750 milioni gli analfabeti. L’analfabetismo, secondo il rapporto, colpisce di più le donne e i paesi poveri. Negli ultimi in particolare, secondo il rapporto, i ricchi hanno nove volte in più la possibilità di finire la scuola secondaria di secondo grado rispetto ai poveri. Ovviamente ci sono stati dei miglioramenti, e questi sono innegabilmente apportati dalla scuola.

L’istruzione in Italia

In Italia all’inizio del ‘900 una grande percentuale della popolazione era analfabeta. Consultando le Serie Storiche fornite dall’Istat, nel 1921 il 16,2% delle coppie sposate non firmarono l’atto di matrimonio perché non sapevano scrivere. Nel 1965, ultimo anno del censimento, la percentuale è scesa a 0,3%. Le varie leggi introdotte nel nostro paese per sancire l’obbligatorietà della scuola vanno di pari passo con il crollo del tasso di analfabetismo. L’obbligo a due anni di scuola nel 1859 diventano tre con la legge Coppino del 1877. Arriviamo a cinque anni con la legge Orlando del 1904. Gentile nel 1923 alza l’obbligo ai 14 anni. Nella Costituzione viene introdotto l’obbligo scolastico gratuito di otto anni con l’articolo 34. La riforma della scuola media unica del 1963 dà il colpo di grazia, seguito poi dall’obbligo fino ai 16 anni ancora oggi in vigore. 

Tuttavia queste leggi non hanno avuto il risultato sperato. Secondo i dati Istat del 2019, solo il 62,2% degli italiani tra i 25 e i 64 anni hanno almeno un titolo di studio secondario superiore. La media europea è pari al 78,7%. Siamo tra gli ultimi in Europa, dopo di noi ci sono solo Malta, Portogallo e Spagna. Non sono necessarie le percentuali per renderci conto del problema. Basta guardare a come il sistema scolastico ha reagito all’emergenza causata dal Covid-19: un sistema che già stava imbarcando acqua si è trovato del tutto sommerso. Ma non è colpa del Covid, anzi, è stato a causa dell’emergenza sanitaria che sono venuti a galla problemi che troppo spesso vengono ignorati. Dopo la crisi del 2008 il nostro paese ha progressivamente tagliato i fondi per l’istruzione (e la sanità). A ogni cambio di governo studenti e studentesse scendono in piazza per protestare contro il ministro dell’istruzione vigente. Sui social è normale ormai parlare di quanto la scuola italiana sia “tossica”: ore di lezioni per farci imparare interi argomenti a memoria; il valore della conoscenza è dato da compiti scritti o orali, che spesso si sovrappongono; i compiti a casa sono soffocanti; interminabili programmi di qualsiasi materia che non vengono finiti neanche per miracolo. Questo porta irrimediabilmente a non fare 5 o 6 ore di scuola, ma a stare tutto il giorno sui libri. L’aspetto artistico e creativo di alunni e alunne viene messo da parte, “non serve a niente”. Ed è così che le giovani menti del futuro si stancano di fare la scuola e la lasciano appena finiti gli anni di obbligo. Quella stessa scuola che dovrebbe insegnarci a capire il mondo. 

C’è chi vorrebbe cambiare i programmi scolastici, chi invece vorrebbe ricostruire il sistema scolastico da zero, chi invece sostiene che l’Italia dovrebbe andare fiera delle sue scuole. L’unica cosa sicura è che se l’istruzione non sarà al centro dei programmi politici dei governi per migliorarla, e non per tagliarle i fondi, presto saremo i più ignoranti d’Europa.

L’istruzione è un valore sociale e politico

Per quanto il nostro sistema scolastico possa essere criticato, la Costituzione stessa sancisce il dovere e il diritto di saper leggere e scrivere. Purtroppo, come abbiamo visto, non tutti hanno questa fortuna. L’istruzione è stata inserita tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 perché è di vitale importanza.

 Ci siamo soffermati sull’alfabetizzazione, ma dobbiamo anche andare oltre il semplice leggere e scrivere, se parliamo dell’obiettivo “Istruzione di qualità”: “Entro il 2030, aumentare sostanzialmente il numero di giovani e adulti che abbiano le competenze necessarie, incluse le competenze tecniche e professionali, per l’occupazione, per lavori dignitosi e per la capacità imprenditoriale”. Una buona istruzione, infatti, apre le porte a un lavoro dignitoso e permette (almeno in teoria) di poter salire, se lo si desidera, la scivolosa scala sociale.  L’istruzione è infine fondamentale per lo sviluppo di cittadini in grado di partecipare attivamente alla vita politica, migliorando così il proprio paese.

Per quanto quindi possa essere difficile, ci auguriamo che entro il 2030 quel cospicuo 10% di giovani possa imparare a leggere e scrivere, avendo anche la possibilità di continuare con gli studi se lo desiderano. Per gli adulti si è raggiunto un buon risultato, ma si può fare di meglio. Il migliore degli scenari sarà un tasso di alfabetizzazione mondiale pari al 100%. 


Per approfondire

Salute e Benessere

 In epoca Covid l’obiettivo dell’agenda 2030 “Assicurare la salute e il benessere per tutti” risulta impellente più che mai.

Ma cosa ostacola il suo raggiungimento e perché il controllo dell’inquinamento non è alla base del diritto alla salute che il governo dovrebbe salvaguardare?

Due fronti preoccupano lo sviluppo sostenibile da qui a 10 anni: quello della mortalità (soprattutto infantile) e del peggioramento dell’ambiente in cui l’uomo cresce, da cui uscirebbero impoverite e ammalate entrambe le parti.

Esiste un legame di causa effetto tra inquinamento e mortalità in cui vediamo agire aria e acqua come fattori fondamentali.

Aria: respiriamo oggi le malattie di domani

I bambini (di conseguenza anche le madri) sono più a rischio rispetto agli adulti perché l’85% degli alveoli dei polmoni si sviluppa e si moltiplica fino a ⅚ anni dopo la nascita con un rapporto di crescita che vede 50 milioni di alveoli alla nascita e circa 500 milioni a 8 anni. I polmoni dei bambini sono quindi più vulnerabili ed esposti più a lungo agli

effetti dell’inquinamento, cosa che determina patologie e debolezze fin dai primi anni di vita, senza dimenticare che i nostri genitori e nonni vivevano in condizioni di inquinamento atmosferico migliori.

Questo tipo di inquinamento colpisce bambini e madri di fasce più svantaggiate, sono circa 7 milioni le morti premature per l’inquinamento dell’aria secondo l’indagine dell’Oms del 2018.

Secondo il rapporto pubblicato dall’Oms Europa sulla salute infantile e l’ambiente, l’inquinamento atmosferico ha un’incidenza nelle malattie respiratorie che tra i minori varia in base alle diverse aree geografiche, con alcune zone dove il tasso di mortalità è anche cento volte maggiore rispetto ad altre. Le infezioni respiratorie sono maggiori nei paesi dell’Europa orientale, dove tuttavia le patologie di origine allergica non risultano altrettanto in tendenza.

Le malattie respiratorie sono dovute a infezioni, dieta, fumo, condizioni socio economiche e accesso a cure mediche svantaggiate.

Un aspetto sottovalutato è l’inquinamento indoor: il 90% dei residenti in aree urbane, tra cui i bambini, è esposto ad un livello di inquinamento atmosferico ben superiore al livello di guardia fissato dall’Oms. L’inquinamento indoor è superiore rispetto a quello outdoor per via dell’accumulo di inquinamento dell’abitazione unito a quello dell’aria

esterna. Ad esempio i bambini europei sono sottoposti al fumo passivo degli adulti nelle mura di casa, in alcuni Paesi raggiungendo l’esposizione al 90%, infatti negli obiettivi troviamo un maggiore controllo del tabacco in tutti i paesi.

Nel caso di crisi asmatiche, crescere in case umide peggiora la patologia e accade per il 15% dei giovani adulti.

Secondo la Lancet Commission on pollution and health (October 19, 2017. The Lancet,

Vol. 391, No. 10119) il 25% dei decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni sarebbe causato dall’esposizione ad un ambiente malsano.

Nell’europa dell’est preoccupa più l’inalazione di prodotti gassosi liberati nell’aria derivanti dalla combustione di carburanti solidi.

Nei paesi a basso e medio reddito l’inquinamento indoor è dovuto alla combustione di legna o carburante vario per il riscaldamento della casa, la cottura e l’illuminazione

sono altri due fattori che contribuiscono al peggioramento delle malattie respiratorie.

Nei paesi ad alto reddito il rischio maggiore è rappresentato dall’inquinamento atmosferico e dall’esposizione chimica a tossici e sostanze di scarto per carente pianificazione o errori.

Tutto ciò è stato confermato anche nell’edizione 2019 del congresso ERS (European Respiratory Society) tenutosi a Madrid, in cui due studi hanno puntualizzato la riduzione della funzione polmonare in età pediatrica dovuta all’inquinamento

ambientale. Gli studi additano agli agenti pollutanti NO2, PM10 e SO2 (derivanti da traffico veicolare, attività industriali, combustione di sostanze fossili ecc) un innalzamento del rischio della mortalità del 20-50% nei bambini di aree ambientali più inquinate rispetto ai residenti in aree più green.

L’esposizione al PM10 risulta preoccupante per le conseguenze sui primi tre trimestri di gravidanza.

Secondo lo State of Global Air 2020, sono stati 6,7 milioni i decessi per patologie dovute all’inquinamento atmosferico, mezzo milione di bambini morti dopo solo 30 giorni di vita. Altre problematiche dovute all’inquinamento sono parto prematuro o un basso peso alla nascita, fino alla notizia di pochi giorni fa nata dallo studio “Plasticenta: First evidence of microplastics in human placenta” di Antonio Ragusa, Alessandro Svelato, Criselda Santacroce et al, del 2020, secondo cui sarebbero state trovate per la prima volta microplastiche nella placenta umana.

Nell’immagine i valori di mortalità neonatale attribuibile all’inquinamento atmosferico

nel 2019 per zona, con India e Africa sub-sahariana come zone più a rischio, dovuto all’utilizzo di combustibili solidi per cucinare e fumi nocivi.

Acqua: in mano a pochi, bene di pochi

L’altra risorsa bistrattata, l’acqua, è uno dei fattori chiave per la morte al giorno di 2000 bambini sotto i 5 anni nei paesi poveri. I problemi strettamente legati ad essa sono la sua insalubrità, oltre a pulizia e igiene.

Le infezioni intestinali come diarrea provocano il 16% della mortalità infantile e spesso contribuiscono anche ad uno sviluppo mentale del bambino molto rallentato o danneggiato: sono infatti 900 milioni le persone che non hanno accesso a fonti d’acqua pulita e 2,6 miliardi quelli che vivono in condizioni igieniche precarie.

Secondo il rapporto dell’Oms del 2018 è il 60% delle popolazioni rurali dell’Europa orientale a non avere accesso alla rete di distribuzione idrica pubblica, il 50% ancora, vive in abitazioni non allacciate alle reti fognarie. La situazione ha portato alla morte, nel 2001, di 13.500 bambini under 14. Da non sottovalutare l’aspetto delle epidemie dovute ad acqua contaminata per guasti o prelievi eccessivi, indice di scarsa attenzione dei Paesi nei confronti della sanità.

E’ particolare il caso della coltivazione dell’avocado (il cui consumo annuale in Italia è aumentato del 261% in 4 anni) per cui la giornalista Alice Facchini in un reportage dal Cile per il giornale Internazionale, racconta “Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti”. Nella zona l’acqua che spetta ai cittadini è portata dai camion dello Stato: 50 litri di bassa qualità pro capite al giorno, nel caso mancasse per gli ammalati non la si sottrarrebbe a quella usata per la

coltivazione dell’avocado, frutto assetato (circa 70 litri d’acqua per un singolo

avocado). 

I paesi che lo producono in maggiori quantità sono Messico, Cile, Kenya ma sono anche paesi colpiti da povertà, traffico di droga, sfruttamento del lavoro agricolo e problemi nella gestione dell’acqua potabile, spesso privatizzata e impiegata all’80% in ambito agricolo, spesso rubata con pozzi e canali illegali, causando siccità nei villaggi, specie in Messico dove i cartelli della droga si sono impossessati del nuovo oro verde.

Un altro problema sollevato da un’indagine Rai nel programma “Indovina chi viene a cena” deriva dallo stato messicano del Michoacan dove i prodotti chimici e i pesticidi utilizzati nella coltivazione dell’avocado stanno risultando altamente tossici e pur essendo vietati, sono largamente utilizzati in prodotti poi importati.

A fronte di ciò risulta evidente che le condizioni della gestione della salute siano impari, e l’ipotesi di rafforzare la prevenzione o ridurre i rischi sia fondamentale per un benessere globale, anche al fine di rompere il circolo vizioso della povertà e permettere a ogni fascia l’educazione al benessere.

Fame nel mondo

Verso un’agricoltura sostenibile

SDG NUMERO DUE: ZERO FAME

L’obiettivo di sviluppo sostenibile numero due “Zero Fame” si pone obiettivi ben specifici: porre fine alla fame nel mondo, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile. Queste tematiche sono tutte collegate fra di loro, mirando al miglioramento del benessere di una parte sostanziale della popolazione mondiale che, purtroppo, soffre di malnutrizione. Stando all’ultimo rapporto sulla sicurezza alimentare globale “The State of Food Security and Nutrition in the World” nel 2019 quasi 690 milioni di abitanti del pianeta hanno sofferto la fame: un numero superiore di 10 milioni di unità rispetto all’anno precedente e di quasi 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa. La situazione è in peggioramento in Sud America, nella maggior parte delle regioni dell’Africa e in Asia

LE CAUSE

Il panorama è davvero ampio, delicato e di fondamentale rilevanza, ma quali sono nello specifico le reali cause della fame nel mondo? E cosa si deve fare in questo senso per migliorare la situazione?

La trappola della povertà. Le persone che vivono in una situazione di povertà estrema non hanno la possibilità di nutrirsi.

La malnutrizione non dà alla persona le forze necessarie per lavorare e di conseguenza  non riesce così a procurarsi sostentamento. 

Mancanza d’investimenti nel settore dell’agricoltura. 
Strade in buone condizioni, strutture e magazzini, sistemi di irrigazione, macchinari: a causa della povertà, i Paesi in via di sviluppo non hanno la possibilità di investire nell’agricoltura; il costo del trasporto è eccessivo, non c’è disponibilità di acqua potabile ed ’è evidente la carenza di scorte alimentari.

Alluvioni, lunghissimi periodi di siccità, tempeste tropicali. 
Tutte queste calamità si stanno verificando con frequenza e violenza sempre maggiori, con disastrose conseguenze sui Paesi colpiti, spesso molto poveri. 

In queste condizioni il problema della fame non può fare altro che aggravarsi.

Guerre e conflitti. I rifugiati scappano da sanguinose guerre e conflitti civili, che li hanno privati di tutto: di una casa, degli affetti, di qualsiasi speranza di avere un futuro. In guerra, il cibo diventa un’arma. Spesso i soldati distruggono le scorte di cibo dei loro nemici. I campi vengono cosparsi di mine e le fonti d’acqua inquinate.

Instabilità dei mercati. Soprattutto negli ultimi decenni, il prezzo del cibo è stato molto instabile. Questo fa in modo che i Paesi più poveri non riescano ad avere accesso al cibo durante tutto l’anno ma solo quando il costo è più basso. Quando il prezzo si alza troppo, le persone mangiano cibi più economici e meno nutrienti. In molti casi, non riescono proprio a procurarseli.

Spreco di cibo. Un terzo di tutto il cibo prodotto a livello mondiale (circa 1,3 miliardi di tonnellate) non viene consumato. Questo spreco è una mancata opportunità per combattere il problema della nutrizione, in un mondo dove una persona su otto soffre di fame cronica.

Il panorama è complesso ma anche se può sembrare difficile, per ogni problematica elencata esiste una strada possibile da intraprendere per cercare di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo numero 2. 

ALCUNE SOLUZIONI

  • Fornire acqua, mezzi e semi ai contadini;
  • Incrementare gli investimenti nell’agricoltura;
  • Fare in modo che i Paesi colpiti da alluvioni e siccità possano fronteggiare tali emergenze;
  • Assistere i rifugiati e investire nel Terzo Settore;
  • Fornire cibo ai Paesi più poveri a un prezzo equo;
  • Ridurre drasticamente gli sprechi alimentari;

VERSO UN’AGRICOLTURA SOSTENIBILE

In generale, in una prospettiva di lungo periodo, la reale soluzione a queste problematiche è quella di favorire una crescita dei paesi in difficoltà che sia il più possibile orientata verso la sostenibilità. In questo senso un esempio calzante, in funzione della morfologia del territorio e del clima di questi paesi, è quello dell’Agricoltura Sostenibile, che non a caso rientra tra i punti elencati dall’ SDG numero 2. 

Il concetto di Agricoltura Sostenibile è molto ampio e complesso.

Dal punto di vista ambientale si intende un’agricoltura rispettosa delle risorse naturali,  quali acqua, fertilità del suolo, biodiversità, e che non utilizzi sostanze chimiche inquinanti.

IRRIGAZIONE A GOCCIA A ENERGIA SOLARE

Un’interessante applicazione è l’irrigazione a goccia alimentata ad energia solareQuesta tecnica indirizza l’acqua solo dove e quando serve. Secondo fonti FAO, in diversi Paesi, i risultati ottenuti già qualche anno fa dimostrano che i coltivatori passati dall’irrigazione con impianti a pioggia a sistemi a goccia hanno ridotto il loro consumo d’acqua dal 30 al 60%. Somministrando lentamente acqua alla pianta, depositandosi sulla superficie del terreno contigua alla zona della radice, si riduce l’evapotraspirazione e il drenaggio in profondità, ottenendo così un buon risparmio idrico.

Per esempio, l’Africa subsahariana e l’America Latina hanno un dispiegamento relativamente basso di irrigazione sui terreni coltivati, e dunque in queste zone con questi sistemi si potrebbero ottenere notevoli guadagni. Inoltre, pannelli solari producono energia anche in periodi in cui non è necessaria alcuna irrigazione, aprendo importanti opportunità per gestire risaie, mulini, depuratori d’acqua e celle frigorifere, contribuendo allo sviluppo del paese.

Tuttavia, un sondaggio tra esperti tecnici di 25 paesi, suggerisce che mentre tre quarti delle nazioni hanno programmi e politiche governative per promuovere l’irrigazione su piccola scala, meno della metà ha regolamenti specifici per limitare l’estrazione delle acque freatiche per tali scopi. 

Come suggerisce la FAO è fondamentale garantire che l’acqua non venga prelevata senza un adeguato piano di gestione.In conclusione, indipendentemente dalla soluzione  proposta,  è necessario un impegno congiunto della maggior parte dei paesi sviluppati, i quali devono collaborare ed investire risorse per dare un aiuto reale ai paesi in difficoltà, contribuendo così a combattere la fame. 

Obiettivo 1: Sconfiggere la Povertà

Nel Settembre 2015 l’Onu sottoscrive l’Agenda 2030, un programma stilato dai 193 Paesi membri, che ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. 
L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni.

Il primo SDG (Sustainable Development Goals) è “Sconfiggere la povertà”.

Tuttavia dobbiamo chiederci, cos’è la povertà? 

Potremmo elencare i dati, dirvi che l’11% della popolazione mondiale vive con meno di 2$ al giorno. 
Potremmo spiegare che le zone con il tasso di povertà più alto sono quella Subsahariana (18,8%) e quella dell’Asia Meridionale (42,7%) e che sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta in Italia.
Potremmo dirvi che sempre in Italia, sono 1 milione e 137 mila i minori nella stessa  condizione, mentre è pari al 26,9% l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti.

Ad oggi la direzione scelta per risolvere questo enorme problema è sicuramente da rivedere.

La soluzione più comune è stata cercare di fornire aiuti economici, tuttavia la maggior parte di coloro che si trovano sotto la soglia di povertà non necessitano, in primo luogo, di risollevarsi tramite sostegni economici fini a se stessi, ma questi devono essere  accompagnati da un miglioramento della situazione socio-culturale, che ad oggi risulta disastrosa.

La povertà è uno stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché una inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale.

Tuttavia povertà vuol dire molte cose

La povertà è molte cose.

La povertà è una situazione che sembra talmente distante, che quando ci troviamo di fronte ad uno dei fattori che la caratterizzano non ce ne rendiamo conto.  

Disuguaglianze sociali, fame, malnutrizione, istruzione assente o non adeguata. 

Sono tutti indicatori di una situazione di povertà e la presenza di più fattori non fa altro che aumentare la gravità dell’indice assoluto.

Ogni volta che ci facciamo privare di uno di questi diritti ci avviciniamo a quella condizione. 

Ogni volta che priviamo qualcuno dei suoi diritti lo rendiamo povero.

“Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi”. 

– John Fitzgerald Kennedy

Questa frase è estremamente rappresentante della società in cui viviamo. 

Leggendo simili parole spesso ci si sofferma sul ricordare chi fosse l’uomo che le ha  pronunciate, rimanendo assopiti in timida contemplazione di un ideale perduto nel tempo.

 La nostra società ha come tacito obiettivo il mantenimento dello status quo di una piccola parte della popolazione.

L’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. Ribaltando la prospettiva, la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità – circa 3,8 miliardi di persone – non sfiorava nemmeno l’1%. 
Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane. 

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. 
Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani.

Purtroppo tutti, consciamente o meno, sono consapevoli di questa problematica.

Se invece che osservare in modo distaccato ognuno di noi agisse nel proprio piccolo,  forse qualcosa sarebbe già cambiata.

Tutti possiamo fare la differenza nel nostro quotidiano

Aprirci al diverso, non negare aiuto a chi ne ha bisogno, seguire una politica di vita solidale e in linea con le esigenze del pianeta.

Dobbiamo tenere conto del profondo legame che ci lega in quanto esseri umani, in quanto persone.

Ricordarci che

“sconfiggere la povertà non è un atto di carità, ma un atto di giustizia”.

Nelson Mandela