Energia pulita ed accessibile: qual è la realtà in Italia?

L’energia sostenibile

Uno degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, è l’SDG numero 7, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. L’energia è al centro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, così come è posta in evidenza negli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Garantire l’accesso ad un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti aprirà un nuovo mondo di opportunità per miliardi di persone, attraverso opportunità economiche e posti di lavoro, per donne, bambini e giovani più emancipati, per una migliore istruzione, per la salute di tutti e per comunità più eque, inclusive e più improntate ad una maggiore protezione e resilienza al cambiamento climatico.

Ma cosa intendiamo nello specifico quando parliamo di “energia sostenibile”? Parliamo di energia rinnovabile, conveniente e inclusiva.

  • Rinnovabile per ottenere un approvvigionamento energetico che sia sostenibile, una caratteristica fondamentale è quella della rinnovabilità. La provenienza della fonte energetica non deve essere la causa di danni ambientali che superano la resilienza dell’ambiente circostante è necessario perché si rinnovi costantemente da una fonte di energia naturale. Un esempio lampante sono i pannelli solari;
  • Conveniente La sostenibilità ambientale non basta da sola, è importante, infatti, che l’installazione e la manutenzione dei sistemi energetici rinnovabili abbiano un costo contenuto. Se i prezzi del rinnovabile superassero di molto quelli dei metodi classici di approvvigionamento fossile, non sarebbero sostenibili per i cittadini che ne usufruiscono, tantomeno per le aziende che li producono;
  • Inclusiva Anche la sostenibilità sociale è un punto chiave per l’energia se, ad esempio, un parco eolico o solare riducesse lo spazio ai luoghi di socialità, o complicasse gli spostamenti in un piccolo centro abitato, la riduzione dell’impatto ambientale comporterebbe un danno sociale, aumentando il peso del disagio e diventando un difetto piuttosto che un vantaggio

È, quindi, importante che l’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 7 venga portato avanti soddisfacendo questi requisiti: ognuno di essi è necessario, ma non sufficiente per garantire uno sviluppo sostenibile in termini energetici. 

Purtroppo, al giorno d’oggi,  facciamo ancora moltissimo affidamento sulle fonti di energia fossile, come le centrali nucleari, sia a livello globale che a livello nazionale. Così si creano incredibili danni ambientali per via del necessario smaltimento delle scorie prodotte. Come abbiamo approfondito qualche articolo fa, gli scarti nucleari vengono interrati creando gravi disagi ambientali e sociali.

Fortunatamente, però, in tutta Europa i governi si stanno mobilitando per effettuare una transizione verso fonti di energia rinnovabili, anche grazie all’implementazione del New Green Deal europeo.

L’espansione in Italia

Più in particolare, in Italia, le fonti di energia rinnovabile stanno vedendo una rapida espansione, le fonti di energie rinnovabili, come parchi eolici o solari, aumentano sempre di più.

Anche  il mercato sta cambiando rotta verso scelte più ecosostenibili.

Sia le piccole-medie imprese che le grandi compagnie in Italia stanno puntando verso la distribuzione di energie provenienti da fonti naturali, riducendo di molto la produzione energetica da combustibili fossili.

Ad oggi le fonti di energia alternativa nel nostro Paese, grazie a importanti investimenti e allo sviluppo di nuovi impianti, hanno permesso di soddisfare più del 36% della domanda di energia elettrica.

Investimenti e risultati importanti

Gli investimenti a favore di energie rinnovabili hanno fatto apparire un obiettivo piuttosto chiaro: decarbonizzare l’economia, raggiungere gli obiettivi del Piano governativo per l’energia e il clima (Pniec), e perseguire il Green Deal Europeo. 

Un piano economico che, secondo Confindustria Energia, mobiliterà 110 miliardi di euro di investimenti da qui al 2030.

Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia, evidenzia che «nella difficile situazione economica causata dall’attuale emergenza sanitaria, gli investimenti in infrastrutture energetiche rappresentano per l’Italia un’opportunità di ripresa economica post coronavirus».

A trainare il piano economico sono, infatti, le fonti di energia rinnovabili, un settore in crescita esponenziale già da diversi anni. L’Irena, Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile, ha stimato lo scorso mese che quasi il 75% della nuova capacità di produzione elettrica, installata nel 2019, è rinnovabile. 

Ad oggi le fonti di energia rinnovabili forniscono in totale più di un terzo dell’elettricità mondiale e la costruzione di centrali elettriche a combustibili fossili è in calo in Europa e negli Usa. 

Il piano economico per la ripresa del Paese durante la Fase 2 (2020) ha puntato in particolare su impianti solari ed eolici, fonti di energia che nel 2019 hanno occupato rispettivamente il 55% ed il 34% di tutte le rinnovabili e di cui è previsto un incremento del 30% nei prossimi mesi. Gli investimenti sulle fonti di energia fossili,  invece, verranno ridotti del 25%, grazie a provvedimenti già attuati nei mesi precedenti.

La chiave di questa scelta “green” consiste nell’inesauribilità e nell’indipendenza energetica. Se in alcuni casi la produzione di idrocarburi si rivela più economica, rimane comunque un dato incerto nel lungo periodo ed il costo di importazione non potrà che aumentare nei prossimi anni. Le fonti rinnovabili, invece , assicurano un approvvigionamento inesauribile di energia e permettono la riduzione dei costi di rifornimento nel lungo periodo.

Gli impianti di produzione energetica saranno, infatti , realizzati all’interno dei confini nazionali, eliminando i costi d’importazione.

L’indagine di Confindustria Energia prevede che, grazie allo sviluppo del settore energetico rinnovabile, vedremo presto un incremento occupazionale di 135 mila posti di lavoro annui, necessari per la costruzione e la digitalizzazione degli impianti energetici.

Il totale degli investimenti raggiungerà i 350 miliardi solamente durante il primo periodo di costruzione, con ricadute positive sul Pil dello 0,8% nei prossimi dieci anni. 

Una linea politica in campo economico più “verde” potrebbe rivelarsi la migliore alleata dell’economia nazionale. Già nel 2018 l’Economia Circolare in Italia contava 88 miliardi di fatturato, raggiungendo l’1,5% del valore aggiunto nazionale, con un numero di lavoratori impegnati nel settore pari a 575 mila.

L’Italia è, ormai, affermata come tassello fondamentale per il piano di investimenti “green” nell’area del Mediterraneo, dove viene indicata, proprio dall’ Osservatorio Mediterraneo dell’Energia,  come il miglior traino per favorire un’accelerazione verso una transizione energetica sostenibile.

Un diritto essenziale

Il sesto obiettivo dell’Agenda 2030 è garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

L’acqua è un bene di prima necessità, un diritto umano, nonché fattore determinante per un adeguato sviluppo sociale, economico e ambientale.

A livello sociale l’acqua è una risorsa essenziale per garantire lo sviluppo di una società, tanto che per le antiche Civiltà garantire l’accesso a questo servizio è stato sempre un atto di primaria importanza. 

La Dichiarazione Universale dei diritti Umani recita: “L’acqua è un diritto essenziale per la vita umana”, eppure nonostante ciò non è accessibile per tutti.

Ad oggi, secondo lo studio “Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities”, circa 2,2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono di un accesso all‘acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per semplici e indispensabili comportamenti igienici.

Alla risoluzione di quest’obiettivo deve essere data priorità, in quanto lo stress idrico a cui i paesi moltissimi Paesi sono sottoposti. Il 25% della popolazione mondiale vive in aree ad altissimo stress: è la fotografia scattata dall’ultimo aggiornamento del Aqueduct Water Risk Atlas, la mappa che mette in rapporto la disponibilità idrica in 189 nazioni rispetto alle comunità che le abitano stilata dal World Resources Institute (WRI).

Secondo WRI, la zona più colpita è l’India, dove la sesta città per numero di abitanti, Chennai, nel 2018 è rimasta senza acqua. L’India, con 1,3 miliardi di abitanti, è classificata 13esima nella classifica dello stress idrico ed è anche a rischio estremamente elevato. 

“Lo stress idrico è la più grande crisi di cui nessuno parla”, ha dichiarato Andrew Steer, amministratore delegato della WRI.

Tra i 17 Paesi che vivono il rischio maggiore di stress idrico c’è San Marino. E l’Italia al 44esimo posto, con un grado di gravità elevato.

Chennai, in India, è rimasta pressoché senz’acqua © Arun Sankar/Afp/Getty Images

Un problema di tutti

Questo tema può essere affrontato da diverse prospettive, ma mi soffermerò sul tema che la Dichiarazione Universale dei diritti Umani introduce. Quando si tratta questo tema il primo pensiero va agli Stati del Terzo Mondo, dove a causa della povertà e della collocazione geografica, l’acqua è un bene esclusivo.
Ma come viene regolamentato nei cosiddetti Paesi Sviluppati l’accesso a questa risorsa fondamentale?

La gestione Europea

L’UE affronta questo tema con la Direttiva Quadro 2000/60/CE. I suoi principi di base sono:

  • L’acqua non è un bene commerciabile come gli altri e va protetto e difeso conseguentemente.
  • L’acqua è un bene pubblico trasversale ai vari segmenti di attività e dovrebbe essere gestito in un ciclo integrato.
  • Gli Stati membri devono impegnarsi nella realizzazione di programmi di partecipazione pubblica attiva con consultazioni e coinvolgimento della comunità (ONG, cittadini ecc.).
  • Deve essere introdotto il modello di gestione e controllo dei costi “full cost recovery” per garantire l’accessibilità del bene a prezzi ragionevoli in garanzia delle fasce sociali più deboli.

In Italia le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico.
In base al decreto-legge n. 112 del del 2008 (art. 23-bis, co. 5), però, la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati.
In Germania, secondo i dati di EurEau, quasi il 40% della fornitura idrica è sotto una gestione pubblica delegata: l’ente pubblico nomina una società controllata direttamente dall’ente pubblico per la gestione della rete idrica, che è di proprietà dello Stato. Il restante 60% invece, è sotto gestione privata delegata.
Nel Regno Unito, la gestione dell’acqua cambia tra le singole nazioni.
In Inghilterra e Galles, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione privata diretta: la gestione e, a differenza dell’Italia, anche la proprietà delle reti idriche sono affidate a società private.
Le tariffe, però, hanno dei limiti che sono imposti dalla Water Services Regulation Authority (Ofwat), che è un ente governativo, indipendente, con il compito di controllare e regolamentare l’operato dei privati.
In Scozia e Nord Irlanda, invece, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione pubblica delegata.
Anche in Francia e Spagna le reti idriche sono esclusivamente di proprietà dello Stato e vige un mix tra tre sistemi di gestione: pubblica diretta, pubblica delegata e privata delegata.

La gestione U.S.A

Come per la maggior parte del mondo anche per gli Stati Uniti l’assetto è prevalentemente pubblico o a maggioranza pubblica. È proprio l’ente pubblico che individua una società/azienda (spesso controllata direttamente) che si dovrà occupare della gestione. Rimane, però, pubblica la proprietà delle Infrastrutture. La gestione privata in questo caso è di minoranza. 

Gli Stati Uniti evidenziano un problema che è simbolo di un sistema sbagliato di approccio alla gestione idrica.
Milioni di cittadini sono vessati dai costi delle bollette in aumento, in 12 città degli Stati Uniti il prezzo combinato dell’acqua e delle acque reflue è cresciuto in media dell’80% tra il 2010 e il 2018, con oltre 2 persone su 5 che vivono in quartieri con bollette insostenibili.
Questi dati si giustificano con l’invecchiamento delle infrastrutture, le pulizie ambientali, i cambiamenti demografici e l’emergenza climatica alimentano aumenti esponenziali dei prezzi in quasi ogni angolo degli Stati Uniti.

Una ricerca del The Guardian ha rilevato che tra il 2010 e il 2018 le bollette dell’acqua sono aumentate di almeno il 27%. L’incremento più elevato è stato del 154% ad Austin, in Texas, dove la bolletta media annuale è passata da $ 566 nel 2010 a $ 1.435 nel 2018, nonostante gli sforzi di mitigazione della siccità con conseguente riduzione del consumo di acqua.

I finanziamenti federali per i sistemi idrici sono diminuiti del 77%, i progetti di manutenzione e pulizia sono stati rinviati dai servizi pubblici, il che ha contribuito all’attuale crisi delle infrastrutture e all’insorgere al problema dell’acqua tossica. Questo aiuta a spiegare perché più di 6 miliardi di dollari di acqua vengono persi ogni anno, secondo gli analisti del settore Bluefield Research.

Riciclo dell’Acqua

Oggi nei paesi occidentali la maggior parte delle acque reflue viene lavorata affinché non sia pericolosa, e successivamente può essere scaricata nel mare o nei fiumi. Ma basterebbe migliorare il processo di lavorazione per poterla riutilizzare anche come acqua potabile.Magari basterebbe semplicemente inviarla a un secondo ed eventualmente a un terzo impianto di depurazione (dopo quello classico), affinché venga trattata con agenti biologici, fisici o chimici in grado di depurarla del tutto. Da lì potrebbe essere reimmessa nel sistema degli acquedotti, oppure scaricata nei mari, nei laghi e nei fiumi, ma con un grado di purezza che la renderebbe indistinguibile da quella di sorgente, con evidenti vantaggi per l’ambiente, per la salute umana e soprattutto per i corsi di acqua dolce.

Tuttavia, quando si parla di acqua riciclata è importante lavorare molto sulla comunicazione, in quanto, in passato, alcuni progetti sono stati ostacolati fortemente dalla popolazione, manovrata con false informazioni e diffamazione da parte della stampa, come accaduto ad esempio in America e in Australia, dove nel 2006, nonostante una profonda siccità, era stato bloccato un progetto di riciclo delle acque che avrebbe consentito l’approvvigionamento di almeno il 30% del fabbisogno idrico della zona. La popolazione era insorta a tal punto che il progetto venne considerato da adottare solo in casi di estrema emergenza. La corretta informazione e la sensibilizzazione della popolazione, per fare in modo che progetti sempre più innovativi abbiano davvero successo, diventa, quindi, essenziale.

SDG 5 – Uguaglianza di genere

Quanti di noi ogni giorno giustificano atteggiamenti tossici perché possiedono il velo di familiarità e di sedimentato che porta con sé il concetto di norma? Quanto siamo indietro con il processo di sviluppo umano e sociale?

I dati ci danno una chiara risposta: molto e sarà così per almeno altri 108 anni dal punto di vista della disuguaglianza di genere. 

Dalla prima rilevazione avvenuta nel 2006 da parte del Global Gender Gap, il gap di genere (divario tra condizione di vita m e f) si è ridotto solo del 3,6% ma il peggioramento della condizione femminile per circa il 38% dei Paesi indagati è stato considerevole.

Disparità di genere: l’esperienza di chi non ne era conscia

Da bambina non ero al corrente di essere venuta al mondo con una innata discrepanza di genere. La disparità in cui vivevo mi veniva manifestata soprattutto nel luogo che dovrebbe essere il porto sicuro dei più piccoli: la scuola. 

Alle elementari il pomeriggio veniva gestito con attività ricreative: calcio, classe, giardino, tre gruppi in cui finivi casualmente. Sempre casualmente, io finivo nel gruppo calcio, io ballerina classica. 

Nel campetto da calcio vivevo i miei primi momenti di ostruzione di genere: “ragazzi fate le squadre”,“ragazze guardateli giocare”.
In quei pomeriggi assistevo anche alla prima femminista della mia vita: Valentina.
Amava il calcio e stare sullo stesso piano dei miei compagni, non accettava di stare in panchina, non voleva rispettare l’idea che il suo genere, socialmente impostato, si portava dietro. Così, a me non restava che guardare la sua personale e piccola rivoluzione, mentre mi nascondevo dietro un pino e giocando mi creavo delle storie. Ecco il motivo per cui Valentina gioca ancora a calcio mentre io ne sto scrivendo.

Valentina è stata la prima, nella mia vita, a dire “Non mi va di essere un gradino sotto, non mi piace la condizione in cui mi hanno messa.”

Gli ambienti in cui la disuguaglianza è accentuata sono sociale, economico e lavorativo

Rich and poor people with different salary, income or career growth unfair opportunity. Concept of financial inequality or gap in earning. Flat vector cartoon illustration isolated

È forse la stessa cosa che pensano le 12 milioni di bambine nel mondo che ogni anno si sposano prima di aver compiuto 18 anni: secondo Save the Children infatti il punto di snodo tra la giovane età e il matrimonio precoce sarebbe l’istruzione, bambine non istruite sono portate a fare questa scelta per la paura di rimanere gravide prima del matrimonio, per pressione familiare, per trovare stabilità economica. 

La condizione socialmente imposta di inferiorità si manifesta anche nell’immediato più vicino a noi.

Notiamo come una donna in Italia guadagni tra i 2500/9000 euro in meno rispetto ad un parigrado uomo (Pay Gender Gap), come una donna al supermercato, secondo stime del Times, Independent e Guardian, paghi circa il 40% in più rispetto ad un uomo: spicca il rincaro nei prodotti studiati appositamente per il sesso femminile. Pagherebbero in media dal 37 al 50% in più. Alcuni esempi? Una confezione da 8 rasoi femminili 2 sterline, 10 rasoi usa e getta marca Bic 1 sterlina; una penna Bic “per lei” una sterlina in più rispetto alla base; i jeans Levi’s 501 segnano addirittura un rincaro del 46% nella versione femminile. 

L’Italia è infatti penultima nella partecipazione femminile al mercato del lavoro: il nostro paese non sostiene le lavoratrici madri, circa il 73% delle dimissioni volontarie nel 2017 sono appunto di neomamme, solo una donna su due in età lavorativa è attiva, solo il 28% delle posizioni dirigenziali sono ricoperte da donne.  

In aggiunta a tutto questo c’è scontento nella scelta di percorso di studi: le donne sono demotivate a scegliere carriere nelle discipline matematiche perché la scelta sarebbe da alcuni etichettata come “poco femminile”, da ciò la segregazione ad alcuni ambiti di studio vincolati.

Possiamo consolarci se pensiamo che non siamo a soli ad essere rimasti indietro: possiamo però sconsolarci se scoprissimo che Paesi molto vicini (Francia, Belgio, Lussemburgo) applicano, secondo una relazione della Banca Mondiale, le stesse norme per uomini e donne.

Ecco allora spiegato perché le donne possiedono circa l’1% del patrimonio mondiale, occupano meno del 5% dei ruoli di capo di stato e ministri ma si fanno carico del 60% complessivo delle ore lavorative, pur guadagnando solo il 10% del reddito totale. (Jackson Moller Sorensen – Relazioni Internazionali, approf. Di Pererson/Runyan). 

Di fronte a tutto questo è impensabile che il cambiamento partirà proprio dagli ambiti tecnici e lavorativi: è necessaria una riforma mentale e sociale, il motto formulato dall’attivista nigeriana igbo Chimamanda Ngozi Adichie “we should all be feminists” nel suo saggio ha ora urgenza di diventare norma. 

La nuova ondata del femminismo: verso un’uguaglianza totalizzante e contro la norma

Eppure oggi è difficoltoso parlare di femminismo, specie agli adulti o in chi è sedimentata quest’ottica di disparità: è come voler parlare di fisica quantistica a chi non studia un problema matematico dal liceo, non ci capiremmo, ecco allora che guardiamo allo stesso mondo con due paia diversissimi di occhiali, siamo due tipi di ciechi differenti. 

Appare fondamentale il contributo che sta arrivando in questi ultimi tempi, in piena quarta ondata femminista dopo il movimento ME TOO, dal punto di vista comunicativo: tra gli studiosi spicca la scrittrice Michela Murgia che ha parlato della violenza contro le donne (dato sempre più preoccupante, circa il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza) ma secondo un ampio spettro: essa non comincerebbe dai gesti estremi di percosse o uccisione, prima del contatto fisico essa “è una cultura che attraversa tutti i contesti della vita di una donna.                                                                                                           

“È nel controllo su ogni aspetto del tuo vivere quotidiano, è nell’importi scelte in base al tuo sesso / Ti lavora accanto tutte le volte che cancellano la tua professionalità e ti chiamano ragazza mentre ai tuoi colleghi spetta il titolo di studio o chiamano te per nome e loro per cognome, negandoti l’identità sociale.”  (M. Murgia, 2020)           

Sulla stessa linea di pensiero troviamo la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno col suo saggio “Femminili Singolari. Il femminismo è nelle parole” in cui disgrega l’impronta maschilista dietro alle convinzioni linguistiche italiane in particolare nel mondo delle professioni. 

Il linguaggio che conosciamo è atavico e machista, da qui il bisogno di riappropriarsi delle giuste rideterminazioni e un uso più consapevole e inclusivo delle parole, con un problema principale che nasce dalla maggiore credibilità e valore che si danno ai corrispondenti termini al maschile.

Nel secolo scorso la questione era stata affrontata da alcuni intellettuali francesi che nell’ambito dell’ecriture inclusive consideravano disdicevole che “rectrice” ricordasse il retto intestinale “rectal” o ancora ecrivaine rimasse con “vaine” vano. Si ponevano quindi in un atteggiamento amichevole nei confronti delle donne: decidevano di eliminare dal vocabolario la giusta versione al femminile per proteggerci, ignorando che già all’epoca del convivio Dante parlava di “rettrice”. 

Come dunque testimoniano anche alcune popolazioni primitive in cui il potere è assegnato alla figura femminile il relativismo culturale è presente e non sono le differenze biologiche a determinare i condizionamenti culturali, viviamo per modelli e ruoli prestabiliti che le donne moderne non accettano più di incarnare.

Obiettivo: tasso mondiale di alfabetizzazione pari al 100%

L’importanza vitale dell’istruzione

Un’opportunità mai avuta prima

Istruire, a differenza di insegnare, non è un semplice passaggio di conoscenze da un soggetto a un altro. L’istruzione prevede che lo studente partecipi al processo cognitivo. Fin dai primi giorni su questo pianeta gli esseri umani si sono istruiti a vicenda nello svolgere un numero considerevole di mansioni volte alla sopravvivenza della specie. I nostri antenati, ad esempio, istruivano i loro figli nel semplice atto di accendere il fuoco. Ai giorni nostri la parola “istruzione” ha acquisito un concetto molto più ampio: fa ancora riferimento al fatto di far apprendere delle conoscenze che ci sono utili, ma non hanno niente a che fare con lo sfregamento di due bastoncini di legno. Nel XXI secolo non abbiamo più bisogno di tecniche basilari di sopravvivenza, ci sono le macchine che fanno queste cose per noi. Abbiamo invece bisogno di qualcosa di più sofisticato e sicuramente più complicato: capire come funziona il mondo.

L’istruzione, con la nascita delle scuole, è stata istituzionalizzata; è quindi diventata un ambito di cui lo Stato si occupa. È un termine che si accosta quasi naturalmente alla scuola. Fin da piccoli siamo catapultati in queste strutture dove abbiamo i primi rapporti sociali e i primi incontri con la scrittura. Leggere e scrivere è tanto importante quanto lo era il fuoco per i primi esseri umani. L’importanza di questi due aspetti è data dalla fatto che rendono possibile la comunicazione in qualsiasi parte del mondo. È un’opportunità che l’umanità non aveva mai avuto. Purtroppo però la scrittura non è un dono naturale, deve essere insegnata. L’alfabetizzazione è fondamentale  nella formazione di una classe dirigente qualificata, perché garantisce lo sviluppo economico e sociale di un paese. L’obiettivo sarebbe quello di avere una popolazione mondiale pienamente alfabetizzata. 

A che punto siamo?

Nel quarto obiettivo dell’Agenda 2030 si legge: “Entro il 2030, assicurarsi che tutti i giovani e una parte sostanziale di adulti, uomini e donne, raggiungano l’alfabetizzazione e l’abilità di calcolo” . Secondo il rapporto Unesco del 2017 nel mondo solo il 10% dei giovani non sanno né leggere né scrivere. Mentre per quanto riguarda gli adulti sono ancora 750 milioni gli analfabeti. L’analfabetismo, secondo il rapporto, colpisce di più le donne e i paesi poveri. Negli ultimi in particolare, secondo il rapporto, i ricchi hanno nove volte in più la possibilità di finire la scuola secondaria di secondo grado rispetto ai poveri. Ovviamente ci sono stati dei miglioramenti, e questi sono innegabilmente apportati dalla scuola.

L’istruzione in Italia

In Italia all’inizio del ‘900 una grande percentuale della popolazione era analfabeta. Consultando le Serie Storiche fornite dall’Istat, nel 1921 il 16,2% delle coppie sposate non firmarono l’atto di matrimonio perché non sapevano scrivere. Nel 1965, ultimo anno del censimento, la percentuale è scesa a 0,3%. Le varie leggi introdotte nel nostro paese per sancire l’obbligatorietà della scuola vanno di pari passo con il crollo del tasso di analfabetismo. L’obbligo a due anni di scuola nel 1859 diventano tre con la legge Coppino del 1877. Arriviamo a cinque anni con la legge Orlando del 1904. Gentile nel 1923 alza l’obbligo ai 14 anni. Nella Costituzione viene introdotto l’obbligo scolastico gratuito di otto anni con l’articolo 34. La riforma della scuola media unica del 1963 dà il colpo di grazia, seguito poi dall’obbligo fino ai 16 anni ancora oggi in vigore. 

Tuttavia queste leggi non hanno avuto il risultato sperato. Secondo i dati Istat del 2019, solo il 62,2% degli italiani tra i 25 e i 64 anni hanno almeno un titolo di studio secondario superiore. La media europea è pari al 78,7%. Siamo tra gli ultimi in Europa, dopo di noi ci sono solo Malta, Portogallo e Spagna. Non sono necessarie le percentuali per renderci conto del problema. Basta guardare a come il sistema scolastico ha reagito all’emergenza causata dal Covid-19: un sistema che già stava imbarcando acqua si è trovato del tutto sommerso. Ma non è colpa del Covid, anzi, è stato a causa dell’emergenza sanitaria che sono venuti a galla problemi che troppo spesso vengono ignorati. Dopo la crisi del 2008 il nostro paese ha progressivamente tagliato i fondi per l’istruzione (e la sanità). A ogni cambio di governo studenti e studentesse scendono in piazza per protestare contro il ministro dell’istruzione vigente. Sui social è normale ormai parlare di quanto la scuola italiana sia “tossica”: ore di lezioni per farci imparare interi argomenti a memoria; il valore della conoscenza è dato da compiti scritti o orali, che spesso si sovrappongono; i compiti a casa sono soffocanti; interminabili programmi di qualsiasi materia che non vengono finiti neanche per miracolo. Questo porta irrimediabilmente a non fare 5 o 6 ore di scuola, ma a stare tutto il giorno sui libri. L’aspetto artistico e creativo di alunni e alunne viene messo da parte, “non serve a niente”. Ed è così che le giovani menti del futuro si stancano di fare la scuola e la lasciano appena finiti gli anni di obbligo. Quella stessa scuola che dovrebbe insegnarci a capire il mondo. 

C’è chi vorrebbe cambiare i programmi scolastici, chi invece vorrebbe ricostruire il sistema scolastico da zero, chi invece sostiene che l’Italia dovrebbe andare fiera delle sue scuole. L’unica cosa sicura è che se l’istruzione non sarà al centro dei programmi politici dei governi per migliorarla, e non per tagliarle i fondi, presto saremo i più ignoranti d’Europa.

L’istruzione è un valore sociale e politico

Per quanto il nostro sistema scolastico possa essere criticato, la Costituzione stessa sancisce il dovere e il diritto di saper leggere e scrivere. Purtroppo, come abbiamo visto, non tutti hanno questa fortuna. L’istruzione è stata inserita tra gli obiettivi dell’Agenda 2030 perché è di vitale importanza.

 Ci siamo soffermati sull’alfabetizzazione, ma dobbiamo anche andare oltre il semplice leggere e scrivere, se parliamo dell’obiettivo “Istruzione di qualità”: “Entro il 2030, aumentare sostanzialmente il numero di giovani e adulti che abbiano le competenze necessarie, incluse le competenze tecniche e professionali, per l’occupazione, per lavori dignitosi e per la capacità imprenditoriale”. Una buona istruzione, infatti, apre le porte a un lavoro dignitoso e permette (almeno in teoria) di poter salire, se lo si desidera, la scivolosa scala sociale.  L’istruzione è infine fondamentale per lo sviluppo di cittadini in grado di partecipare attivamente alla vita politica, migliorando così il proprio paese.

Per quanto quindi possa essere difficile, ci auguriamo che entro il 2030 quel cospicuo 10% di giovani possa imparare a leggere e scrivere, avendo anche la possibilità di continuare con gli studi se lo desiderano. Per gli adulti si è raggiunto un buon risultato, ma si può fare di meglio. Il migliore degli scenari sarà un tasso di alfabetizzazione mondiale pari al 100%. 


Per approfondire

Salute e Benessere

 In epoca Covid l’obiettivo dell’agenda 2030 “Assicurare la salute e il benessere per tutti” risulta impellente più che mai.

Ma cosa ostacola il suo raggiungimento e perché il controllo dell’inquinamento non è alla base del diritto alla salute che il governo dovrebbe salvaguardare?

Due fronti preoccupano lo sviluppo sostenibile da qui a 10 anni: quello della mortalità (soprattutto infantile) e del peggioramento dell’ambiente in cui l’uomo cresce, da cui uscirebbero impoverite e ammalate entrambe le parti.

Esiste un legame di causa effetto tra inquinamento e mortalità in cui vediamo agire aria e acqua come fattori fondamentali.

Aria: respiriamo oggi le malattie di domani

I bambini (di conseguenza anche le madri) sono più a rischio rispetto agli adulti perché l’85% degli alveoli dei polmoni si sviluppa e si moltiplica fino a ⅚ anni dopo la nascita con un rapporto di crescita che vede 50 milioni di alveoli alla nascita e circa 500 milioni a 8 anni. I polmoni dei bambini sono quindi più vulnerabili ed esposti più a lungo agli

effetti dell’inquinamento, cosa che determina patologie e debolezze fin dai primi anni di vita, senza dimenticare che i nostri genitori e nonni vivevano in condizioni di inquinamento atmosferico migliori.

Questo tipo di inquinamento colpisce bambini e madri di fasce più svantaggiate, sono circa 7 milioni le morti premature per l’inquinamento dell’aria secondo l’indagine dell’Oms del 2018.

Secondo il rapporto pubblicato dall’Oms Europa sulla salute infantile e l’ambiente, l’inquinamento atmosferico ha un’incidenza nelle malattie respiratorie che tra i minori varia in base alle diverse aree geografiche, con alcune zone dove il tasso di mortalità è anche cento volte maggiore rispetto ad altre. Le infezioni respiratorie sono maggiori nei paesi dell’Europa orientale, dove tuttavia le patologie di origine allergica non risultano altrettanto in tendenza.

Le malattie respiratorie sono dovute a infezioni, dieta, fumo, condizioni socio economiche e accesso a cure mediche svantaggiate.

Un aspetto sottovalutato è l’inquinamento indoor: il 90% dei residenti in aree urbane, tra cui i bambini, è esposto ad un livello di inquinamento atmosferico ben superiore al livello di guardia fissato dall’Oms. L’inquinamento indoor è superiore rispetto a quello outdoor per via dell’accumulo di inquinamento dell’abitazione unito a quello dell’aria

esterna. Ad esempio i bambini europei sono sottoposti al fumo passivo degli adulti nelle mura di casa, in alcuni Paesi raggiungendo l’esposizione al 90%, infatti negli obiettivi troviamo un maggiore controllo del tabacco in tutti i paesi.

Nel caso di crisi asmatiche, crescere in case umide peggiora la patologia e accade per il 15% dei giovani adulti.

Secondo la Lancet Commission on pollution and health (October 19, 2017. The Lancet,

Vol. 391, No. 10119) il 25% dei decessi nei bambini di età inferiore ai 5 anni sarebbe causato dall’esposizione ad un ambiente malsano.

Nell’europa dell’est preoccupa più l’inalazione di prodotti gassosi liberati nell’aria derivanti dalla combustione di carburanti solidi.

Nei paesi a basso e medio reddito l’inquinamento indoor è dovuto alla combustione di legna o carburante vario per il riscaldamento della casa, la cottura e l’illuminazione

sono altri due fattori che contribuiscono al peggioramento delle malattie respiratorie.

Nei paesi ad alto reddito il rischio maggiore è rappresentato dall’inquinamento atmosferico e dall’esposizione chimica a tossici e sostanze di scarto per carente pianificazione o errori.

Tutto ciò è stato confermato anche nell’edizione 2019 del congresso ERS (European Respiratory Society) tenutosi a Madrid, in cui due studi hanno puntualizzato la riduzione della funzione polmonare in età pediatrica dovuta all’inquinamento

ambientale. Gli studi additano agli agenti pollutanti NO2, PM10 e SO2 (derivanti da traffico veicolare, attività industriali, combustione di sostanze fossili ecc) un innalzamento del rischio della mortalità del 20-50% nei bambini di aree ambientali più inquinate rispetto ai residenti in aree più green.

L’esposizione al PM10 risulta preoccupante per le conseguenze sui primi tre trimestri di gravidanza.

Secondo lo State of Global Air 2020, sono stati 6,7 milioni i decessi per patologie dovute all’inquinamento atmosferico, mezzo milione di bambini morti dopo solo 30 giorni di vita. Altre problematiche dovute all’inquinamento sono parto prematuro o un basso peso alla nascita, fino alla notizia di pochi giorni fa nata dallo studio “Plasticenta: First evidence of microplastics in human placenta” di Antonio Ragusa, Alessandro Svelato, Criselda Santacroce et al, del 2020, secondo cui sarebbero state trovate per la prima volta microplastiche nella placenta umana.

Nell’immagine i valori di mortalità neonatale attribuibile all’inquinamento atmosferico

nel 2019 per zona, con India e Africa sub-sahariana come zone più a rischio, dovuto all’utilizzo di combustibili solidi per cucinare e fumi nocivi.

Acqua: in mano a pochi, bene di pochi

L’altra risorsa bistrattata, l’acqua, è uno dei fattori chiave per la morte al giorno di 2000 bambini sotto i 5 anni nei paesi poveri. I problemi strettamente legati ad essa sono la sua insalubrità, oltre a pulizia e igiene.

Le infezioni intestinali come diarrea provocano il 16% della mortalità infantile e spesso contribuiscono anche ad uno sviluppo mentale del bambino molto rallentato o danneggiato: sono infatti 900 milioni le persone che non hanno accesso a fonti d’acqua pulita e 2,6 miliardi quelli che vivono in condizioni igieniche precarie.

Secondo il rapporto dell’Oms del 2018 è il 60% delle popolazioni rurali dell’Europa orientale a non avere accesso alla rete di distribuzione idrica pubblica, il 50% ancora, vive in abitazioni non allacciate alle reti fognarie. La situazione ha portato alla morte, nel 2001, di 13.500 bambini under 14. Da non sottovalutare l’aspetto delle epidemie dovute ad acqua contaminata per guasti o prelievi eccessivi, indice di scarsa attenzione dei Paesi nei confronti della sanità.

E’ particolare il caso della coltivazione dell’avocado (il cui consumo annuale in Italia è aumentato del 261% in 4 anni) per cui la giornalista Alice Facchini in un reportage dal Cile per il giornale Internazionale, racconta “Sono anni che le piantagioni di avocado si impossessano dell’acqua che dovrebbe essere di tutti”. Nella zona l’acqua che spetta ai cittadini è portata dai camion dello Stato: 50 litri di bassa qualità pro capite al giorno, nel caso mancasse per gli ammalati non la si sottrarrebbe a quella usata per la

coltivazione dell’avocado, frutto assetato (circa 70 litri d’acqua per un singolo

avocado). 

I paesi che lo producono in maggiori quantità sono Messico, Cile, Kenya ma sono anche paesi colpiti da povertà, traffico di droga, sfruttamento del lavoro agricolo e problemi nella gestione dell’acqua potabile, spesso privatizzata e impiegata all’80% in ambito agricolo, spesso rubata con pozzi e canali illegali, causando siccità nei villaggi, specie in Messico dove i cartelli della droga si sono impossessati del nuovo oro verde.

Un altro problema sollevato da un’indagine Rai nel programma “Indovina chi viene a cena” deriva dallo stato messicano del Michoacan dove i prodotti chimici e i pesticidi utilizzati nella coltivazione dell’avocado stanno risultando altamente tossici e pur essendo vietati, sono largamente utilizzati in prodotti poi importati.

A fronte di ciò risulta evidente che le condizioni della gestione della salute siano impari, e l’ipotesi di rafforzare la prevenzione o ridurre i rischi sia fondamentale per un benessere globale, anche al fine di rompere il circolo vizioso della povertà e permettere a ogni fascia l’educazione al benessere.

Fame nel mondo

Verso un’agricoltura sostenibile

SDG NUMERO DUE: ZERO FAME

L’obiettivo di sviluppo sostenibile numero due “Zero Fame” si pone obiettivi ben specifici: porre fine alla fame nel mondo, raggiungere la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un’agricoltura sostenibile. Queste tematiche sono tutte collegate fra di loro, mirando al miglioramento del benessere di una parte sostanziale della popolazione mondiale che, purtroppo, soffre di malnutrizione. Stando all’ultimo rapporto sulla sicurezza alimentare globale “The State of Food Security and Nutrition in the World” nel 2019 quasi 690 milioni di abitanti del pianeta hanno sofferto la fame: un numero superiore di 10 milioni di unità rispetto all’anno precedente e di quasi 60 milioni in più rispetto a cinque anni fa. La situazione è in peggioramento in Sud America, nella maggior parte delle regioni dell’Africa e in Asia

LE CAUSE

Il panorama è davvero ampio, delicato e di fondamentale rilevanza, ma quali sono nello specifico le reali cause della fame nel mondo? E cosa si deve fare in questo senso per migliorare la situazione?

La trappola della povertà. Le persone che vivono in una situazione di povertà estrema non hanno la possibilità di nutrirsi.

La malnutrizione non dà alla persona le forze necessarie per lavorare e di conseguenza  non riesce così a procurarsi sostentamento. 

Mancanza d’investimenti nel settore dell’agricoltura. 
Strade in buone condizioni, strutture e magazzini, sistemi di irrigazione, macchinari: a causa della povertà, i Paesi in via di sviluppo non hanno la possibilità di investire nell’agricoltura; il costo del trasporto è eccessivo, non c’è disponibilità di acqua potabile ed ’è evidente la carenza di scorte alimentari.

Alluvioni, lunghissimi periodi di siccità, tempeste tropicali. 
Tutte queste calamità si stanno verificando con frequenza e violenza sempre maggiori, con disastrose conseguenze sui Paesi colpiti, spesso molto poveri. 

In queste condizioni il problema della fame non può fare altro che aggravarsi.

Guerre e conflitti. I rifugiati scappano da sanguinose guerre e conflitti civili, che li hanno privati di tutto: di una casa, degli affetti, di qualsiasi speranza di avere un futuro. In guerra, il cibo diventa un’arma. Spesso i soldati distruggono le scorte di cibo dei loro nemici. I campi vengono cosparsi di mine e le fonti d’acqua inquinate.

Instabilità dei mercati. Soprattutto negli ultimi decenni, il prezzo del cibo è stato molto instabile. Questo fa in modo che i Paesi più poveri non riescano ad avere accesso al cibo durante tutto l’anno ma solo quando il costo è più basso. Quando il prezzo si alza troppo, le persone mangiano cibi più economici e meno nutrienti. In molti casi, non riescono proprio a procurarseli.

Spreco di cibo. Un terzo di tutto il cibo prodotto a livello mondiale (circa 1,3 miliardi di tonnellate) non viene consumato. Questo spreco è una mancata opportunità per combattere il problema della nutrizione, in un mondo dove una persona su otto soffre di fame cronica.

Il panorama è complesso ma anche se può sembrare difficile, per ogni problematica elencata esiste una strada possibile da intraprendere per cercare di raggiungere entro il 2030 l’obiettivo numero 2. 

ALCUNE SOLUZIONI

  • Fornire acqua, mezzi e semi ai contadini;
  • Incrementare gli investimenti nell’agricoltura;
  • Fare in modo che i Paesi colpiti da alluvioni e siccità possano fronteggiare tali emergenze;
  • Assistere i rifugiati e investire nel Terzo Settore;
  • Fornire cibo ai Paesi più poveri a un prezzo equo;
  • Ridurre drasticamente gli sprechi alimentari;

VERSO UN’AGRICOLTURA SOSTENIBILE

In generale, in una prospettiva di lungo periodo, la reale soluzione a queste problematiche è quella di favorire una crescita dei paesi in difficoltà che sia il più possibile orientata verso la sostenibilità. In questo senso un esempio calzante, in funzione della morfologia del territorio e del clima di questi paesi, è quello dell’Agricoltura Sostenibile, che non a caso rientra tra i punti elencati dall’ SDG numero 2. 

Il concetto di Agricoltura Sostenibile è molto ampio e complesso.

Dal punto di vista ambientale si intende un’agricoltura rispettosa delle risorse naturali,  quali acqua, fertilità del suolo, biodiversità, e che non utilizzi sostanze chimiche inquinanti.

IRRIGAZIONE A GOCCIA A ENERGIA SOLARE

Un’interessante applicazione è l’irrigazione a goccia alimentata ad energia solareQuesta tecnica indirizza l’acqua solo dove e quando serve. Secondo fonti FAO, in diversi Paesi, i risultati ottenuti già qualche anno fa dimostrano che i coltivatori passati dall’irrigazione con impianti a pioggia a sistemi a goccia hanno ridotto il loro consumo d’acqua dal 30 al 60%. Somministrando lentamente acqua alla pianta, depositandosi sulla superficie del terreno contigua alla zona della radice, si riduce l’evapotraspirazione e il drenaggio in profondità, ottenendo così un buon risparmio idrico.

Per esempio, l’Africa subsahariana e l’America Latina hanno un dispiegamento relativamente basso di irrigazione sui terreni coltivati, e dunque in queste zone con questi sistemi si potrebbero ottenere notevoli guadagni. Inoltre, pannelli solari producono energia anche in periodi in cui non è necessaria alcuna irrigazione, aprendo importanti opportunità per gestire risaie, mulini, depuratori d’acqua e celle frigorifere, contribuendo allo sviluppo del paese.

Tuttavia, un sondaggio tra esperti tecnici di 25 paesi, suggerisce che mentre tre quarti delle nazioni hanno programmi e politiche governative per promuovere l’irrigazione su piccola scala, meno della metà ha regolamenti specifici per limitare l’estrazione delle acque freatiche per tali scopi. 

Come suggerisce la FAO è fondamentale garantire che l’acqua non venga prelevata senza un adeguato piano di gestione.In conclusione, indipendentemente dalla soluzione  proposta,  è necessario un impegno congiunto della maggior parte dei paesi sviluppati, i quali devono collaborare ed investire risorse per dare un aiuto reale ai paesi in difficoltà, contribuendo così a combattere la fame. 

Obiettivo 1: Sconfiggere la Povertà

Nel Settembre 2015 l’Onu sottoscrive l’Agenda 2030, un programma stilato dai 193 Paesi membri, che ingloba 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile – Sustainable Development Goals, in un grande programma d’azione per un totale di 169 ‘target’ o traguardi. 
L’avvio ufficiale degli Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile ha coinciso con l’inizio del 2016, guidando il mondo sulla strada da percorrere nell’arco dei prossimi 15 anni.

Il primo SDG (Sustainable Development Goals) è “Sconfiggere la povertà”.

Tuttavia dobbiamo chiederci, cos’è la povertà? 

Potremmo elencare i dati, dirvi che l’11% della popolazione mondiale vive con meno di 2$ al giorno. 
Potremmo spiegare che le zone con il tasso di povertà più alto sono quella Subsahariana (18,8%) e quella dell’Asia Meridionale (42,7%) e che sono quasi 1,7 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta in Italia.
Potremmo dirvi che sempre in Italia, sono 1 milione e 137 mila i minori nella stessa  condizione, mentre è pari al 26,9% l’incidenza della povertà assoluta tra i cittadini stranieri residenti.

Ad oggi la direzione scelta per risolvere questo enorme problema è sicuramente da rivedere.

La soluzione più comune è stata cercare di fornire aiuti economici, tuttavia la maggior parte di coloro che si trovano sotto la soglia di povertà non necessitano, in primo luogo, di risollevarsi tramite sostegni economici fini a se stessi, ma questi devono essere  accompagnati da un miglioramento della situazione socio-culturale, che ad oggi risulta disastrosa.

La povertà è uno stato di indigenza consistente in un livello di reddito troppo basso per permettere la soddisfazione di bisogni fondamentali in termini di mercato, nonché una inadeguata disponibilità di beni e servizi di ordine sociale, politico e culturale.

Tuttavia povertà vuol dire molte cose

La povertà è molte cose.

La povertà è una situazione che sembra talmente distante, che quando ci troviamo di fronte ad uno dei fattori che la caratterizzano non ce ne rendiamo conto.  

Disuguaglianze sociali, fame, malnutrizione, istruzione assente o non adeguata. 

Sono tutti indicatori di una situazione di povertà e la presenza di più fattori non fa altro che aumentare la gravità dell’indice assoluto.

Ogni volta che ci facciamo privare di uno di questi diritti ci avviciniamo a quella condizione. 

Ogni volta che priviamo qualcuno dei suoi diritti lo rendiamo povero.

“Se una libera società non può aiutare i molti che sono poveri, non dovrebbe salvare i pochi che sono ricchi”. 

– John Fitzgerald Kennedy

Questa frase è estremamente rappresentante della società in cui viviamo. 

Leggendo simili parole spesso ci si sofferma sul ricordare chi fosse l’uomo che le ha  pronunciate, rimanendo assopiti in timida contemplazione di un ideale perduto nel tempo.

 La nostra società ha come tacito obiettivo il mantenimento dello status quo di una piccola parte della popolazione.

L’1% più ricco, sotto il profilo patrimoniale, deteneva a metà 2019 più del doppio della ricchezza netta posseduta da 6,9 miliardi di persone. Ribaltando la prospettiva, la quota di ricchezza della metà più povera dell’umanità – circa 3,8 miliardi di persone – non sfiorava nemmeno l’1%. 
Nel mondo 2.153 miliardari detenevano più ricchezza di 4,6 miliardi di persone, circa il 60% della popolazione globale. Il patrimonio delle 22 persone più facoltose era superiore alla ricchezza di tutte le donne africane. 

Se le distanze tra i livelli medi di ricchezza dei Paesi si assottigliano, la disuguaglianza di ricchezza cresce in molti Paesi

In Italia, il 10% più ricco possedeva oltre 6 volte la ricchezza del 50% più povero dei nostri connazionali. 
Una quota cresciuta in 20 anni del 7,6% a fronte di una riduzione del 36,6% di quella della metà più povera degli italiani.

Purtroppo tutti, consciamente o meno, sono consapevoli di questa problematica.

Se invece che osservare in modo distaccato ognuno di noi agisse nel proprio piccolo,  forse qualcosa sarebbe già cambiata.

Tutti possiamo fare la differenza nel nostro quotidiano

Aprirci al diverso, non negare aiuto a chi ne ha bisogno, seguire una politica di vita solidale e in linea con le esigenze del pianeta.

Dobbiamo tenere conto del profondo legame che ci lega in quanto esseri umani, in quanto persone.

Ricordarci che

“sconfiggere la povertà non è un atto di carità, ma un atto di giustizia”.

Nelson Mandela