Festa dei lavoratori: il lavoro come prima risorsa

Festa dei lavoratori: contesto storico

Il 1° maggio è, ufficialmente a partire dal 1947, considerata Festa del lavoro e dei lavoratori in moltissimi paesi del mondo. 
In realtà la storia di questa importantissima ricorrenza, risale ad un’epoca ancor più remota. Siamo a Chicago, negli Stati Uniti, il 1°maggio del 1886. In quel giorno era stato indetto uno sciopero generale in tutto il paese, attraverso il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro. Non era, infatti, insolito che a fine ‘800 gli orari di lavoro giungessero addirittura ad un totale di 16 ore al giorno e che la sicurezza sul lavoro fosse quasi una “leggenda metropolitana”. 
Tre anni dopo quella prima e significativa imposizione nei confronti di un sistema di estremo sfruttamento lavorativo, nel luglio del 1889, si decise, al congresso della “Seconda Internazionale”, l’organizzazione dei partiti laburisti e socialisti europei, di istituire una grande manifestazione di portata globale, che sarebbe stata celebrata, da qui in avanti, indicativamente proprio il 1° maggio. 
In Italia, il ventennio fascista modifica questa annuale ricorrenza, anticipando la data di celebrazione al 21 aprile, data del cosiddetto Natale di Roma, snaturando così l’idea originaria di celebrazione del lavoratore in quanto figura cardine del progresso civile.
L’istituzionalizzazione della Festa del lavoro, avvenuta in Italia soltanto sessant’anni dopo, nel 1947, ha sottolineato la volontà di garantire un miglioramento delle condizioni lavorative su tutto il territorio nazionale.

Misure di prevenzione sul lavoro: panorama italiano oggi

Le regole riguardo la sicurezza sul lavoro e gli obblighi per lavoratori e aziende sono disciplinate dal Testo Unico, ovvero il Decreto Legislativo 81/2008. La legge ha avuto come obiettivo quello di stabilire regole, procedure e misure preventive da adottare per rendere più sicuri i luoghi di lavoro, quali essi siano. L’obiettivo è quello di evitare o comunque ridurre al minimo l’esposizione dei lavoratori a rischi legati all’attività lavorativa per evitare infortuni o incidenti o, peggio, contrarre una malattia professionale.

Prima figura sulla quale ricade questa responsabilità di protezione del dipendente, è il datore di lavoro, che viene investito dell’obbligo di garantire la sicurezza, attraverso l’attuazione degli adempimenti stabiliti dal Testo Unico, tra i quali spiccano nella sezione Valutazione dei Rischi:

  • Individuazione di mansioni che espongono il lavoratore ad eventuali rischi che richiedono una particolare esperienza e formazione;
  • L’attuazione delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel corso del tempo dei livelli di sicurezza;
  • Una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante l’intera attività lavorativa

Covid: l’impatto sul mondo del lavoro

L’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro), ha pubblicato, per l’anno 2020 un Rapporto annuale sul mercato del lavoro, nel quale viene riportata la perdita di occupazione durante il periodo febbraio-giugno 2020: ben 542 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo in relazione all’anno precedente. 
Le flessioni si sono concentrate soprattutto tra i dipendenti a termine e, in misura inferiore, tra gli indipendenti, a fronte di un incremento dello stock di dipendenti a tempo indeterminato.
In particolare la gravissima crisi provocata dalla pandemia, ha interessato soprattutto le donne, i giovani, e i dipendenti stranieri, per i quali si registra un elevato tasso di disoccupazione. Circa il 6,4% in più rispetto all’anno precedente ha riguardato la perdita di occupazione del settore femminile. 
Non si tratta soltanto di una perdita dal punto di vista strettamente lavorativo, è soprattutto una disfatta sul piano sociale. 

La festa dei lavoratori, in un anno critico come quello in cui ci ritroviamo a vivere, sembrerebbe essere un paradossale ossimoro, per chi, invece, il lavoro non ce l’ha più e per chi ancora lotta per riuscire a trovarlo. 

Buon primo maggio a tutti i lavoratori che lottano contro lo sfruttamento. 
Buon primo maggio a chi lavora per necessità e non per passione.
Buon primo maggio a tutte le donne lavoratrici, a tutti i giovani sognatori e a chi di cassetti pieni di sogni ne ha in abbondanza.

Per un’auspicabile ripresa. 

Oggi è il 25 aprile!

Partigiani a Pistoia, il 9 dicembre 1944.

Di scuola, di algebra, di colori, di libri e di film, ma soprattutto di Resistenza.

Perché non le ho mail lette a scuola. Leggere, dico, come mi hanno fatto leggere i poeti che ho amato e che amo ancora. Perché non le ho mai potute vedere al cinema (e in TV che ve lo dico a fare…). Ma sono raccolte in un libro che ho letto troppo tardi. E sono commentate visivamente in un documentario. Non mi importa stare qui a dire gli autori del libro e del documentario, mi preme piuttosto l’argomento: le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Punto.

E perché oggi nel feed di Twitter mi è comparso il tweet di Ypsi, che non seguo, ma è evidente che la segue qualcuno che seguo e tanto basta per farmi comparire sullo schermo dello smartphone le foto di altrettante pagine che riproducono le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Si tratta dell’utente @Donnaipsilon che alle 9:00 AM di questo 25 aprile 2021 ha pubblicato ogni ora la lettera di un condannato a morte della Resistenza “senza altro perché se non che è giusto e doveroso ricordare”.

Questo il tweet e a seguire le prime 3 lettere.

Coda per mia figlia (a cui manderò da leggere questo post).
Coccinella, se sei arrivata fino a qui, allora devi averle lette queste prime tre lettere. E allora, a dispetto dell’età che hai, parliamone. Comincio io e dico che devi fare i conti. I conti della data di nascita e della data di morte; i conti della data di cattura e della data di esecuzione; i conti con le date della Storia e con le date della cronaca.

Imparala questa algebra della Storia, coccinella, e ricordala durante la cronaca. Tutte le volte che sentirai minimizzare le storie della Resistenza. Tutte le volte che te le metteranno nel buio di una notte in cui tutte le vacche sono nere, troppo nere.

Tu scegli con cura i colori della tua vita. E fatti guidare anche da quest’algebra.
Buon 25 aprile.

Economia circolare, tra rispetto ambientale e benessere

 Un nuovo sistema di sviluppo

Oggi il nostro sistema di sviluppo si basa sulla cosiddetta Economia Lineare, che sfrutta le risorse naturali (principalmente fossili) per generare beni e servizi, chiudendo il proprio processo produttivo con l’eliminazione degli sprechi, destinati ad accumularsi sempre di più.

Dall’altra parte, invece,  esiste L’Economia Circolare che  mira a ridurre la maggior parte dei rifiuti, convertendoli in una risorsa disponibile e riutilizzabile, chiamata materia prima seconda, all’interno del processo produttivo. Ogni prodotto o output, dal momento in cui viene fabbricato al momento del suo effettivo utilizzo, viene ottimizzato fino alla fine del suo ciclo di vita. In questo modo è possibile recuperare e riutilizzare tutto (o quasi) il materiale di scarto, come punto di partenza di un’altra filiera produttiva. L’Economia Circolare, infatti, mira ad eliminare gli sprechi attraverso una più efficiente progettazione di materiali, prodotti, sistemi e anche modelli di business, aggiungendo valore e qualità al processo produttivo e riuscendo,  di conseguenza, a generare un sistema di sviluppo ecosostenibile.

Benefici sociali ed economici

L’Economia Circolare non può essere considerata solo come un approccio alla sostenibilità ambientale, che rispetta l’ecosistema della flora e della fauna, ma è anche e soprattutto un metodo per aumentare in modo esponenziale la qualità della vita dei singoli individui e della società, generando sostenibilità economica e, quindi, un profitto monetario più concreto ed efficiente di quello attuale, ottenendo un’elevata sostenibilità sociale, attraverso una convivenza più trasparente e collaborativa all’interno della comunità. Non si tratta di un modello che si limita a supportare l’attuale economia lineare, ma è una realtà  che la sostituisce interamente in ogni fase del processo produttivo, rigenerandone e modificandone positivamente la struttura,  in modo da generare effetti positivi per i cittadini, per l’ambiente e per il Pianeta.

Per capire il problema che stiamo affrontando con il sistema di sviluppo odierno, possiamo facilmente pensare a questo: in Europa, per un valore di 355 miliardi di euro, si producono ogni anno 64,4 milioni di tonnellate di plastica, di cui solo un terzo viene riciclato. Ciò comporta costi di smaltimento elevatissimi, basti pensare che solo per la pulizia delle spiagge europee il costo è di 630 milioni di euro che, a livello globale, raggiunge i 13 miliardi l’anno. Questi costi aumentano sempre di più: in Italia, per esempio, tra il 2010 e il 2017, l’indice dei costi di gestione dei rifiuti è aumentato del 16,3%, aumentando in modo esponenziale il disagio sociale generato dall’insostenibilità dei costi di gestione dei rifiuti. Basti pensare che la capitale d’Italia, Roma, per gestire l’enorme quantità di rifiuti presenti nell’area urbana, sarà costretta ad adottare il sistema delle discariche, poiché i costi di gestione alternativa sono diventati insostenibili. L’Economia Circolare rappresenta un’ottima soluzione a tutti questi problemi: un giusto investimento nel settore della gestione circolare dei rifiuti potrebbe generare un profitto, sia in termini monetari che sociali. Favorire la pratica della raccolta differenziata, infatti, crea la possibilità di classificare i rifiuti in base alle diverse proprietà di riciclo, favorendone così la trasformazione in materia prima seconda. Quest’ultima rappresenta una nuova e più economica fonte di approvvigionamento per quelle aziende che spesso non riescono a sopportare il prezzo delle materie prime, i cui costi di acquisto e smaltimento stanno subendo, in molti casi, un aumento esponenziale.

Educazione Civica

L’Economia Circolare non si limita a coinvolgere Enti pubblici, associazioni, piccole e grandi imprese, ma è un approccio che interessa i cittadini stessi. Il ​​”cerchio” di questo modello, infatti, comincia proprio quando le pratiche quotidiane vengono messe in atto da quest’ultimi. Un esempio banale è la raccolta differenziata: meglio verrà eseguita all’interno delle abitazioni domestiche, prima sarà possibile avviare un processo produttivo circolare senza intoppi e costi aggiuntivi.
I gesti della vita quotidiana determinano in modo significativo l’impatto ambientale generato da ogni individuo (negli USA un cittadino produce circa 25,9 tonnellate di anidride carbonica in un anno). Per questo motivo, abbiamo bisogno di essere consapevoli che educazione civica e rispetto ambientale sono fondamentali per fare ognuno la sua parte, basti pensare alle circa 11.500 tonnellate di gomme da masticare per Nazione lanciate a terra ogni anno, o di consumo tra 9 e 10 miliardi di sacchetti di plastica all’anno per capire come siamo ancora lontani.

Benefici ambientali

Tra i piani dell’Economia Circolare vi è la cosiddetta forestazione urbana, definita come la coltivazione e la gestione degli alberi in relazione al loro effettivo e potenziale contributo al benessere fisiologico, sociologico ed economico della società urbana.

Per natura le piante sono in grado di assorbire CO2 e purificare l’aria circostante da varie sostanze inquinanti. Sono strumenti che la natura ci offre per mitigare il microclima e l’impatto delle emissioni climalteranti, eccessivamente elevate in città.

La fotosintesi della clorofilla consente alle piante di assorbire l’anidride carbonica e di introdurre nuovo ossigeno nell’aria, le foglie assorbono e degradano le molecole inquinanti (come il monossido di carbonio e l’ozono) ed agiscono da filtro per le polveri sottili. La predisposizione delle aree verdi, inoltre, aiuta a contrastare l’effetto “isola di calore”, altro problema, tipico dei grandi centri urbani, che fa alzare la temperatura. Il verde è anche una barriera naturale al rumore e garantisce un corretto deflusso delle acque meteoriche al suolo, e  aiuta anche nella regolazione climatica degli edifici, riducendo la temperatura circostante nei mesi estivi e proteggendoli dai venti freddi durante l’inverno. Infine, ma certamente non meno importanti, sono tutti i benefici percepibili in termini di qualità della vita delle persone, con la creazione di spazi di socializzazione, svago, attività fisica e relax.

L’accelerazione della società digitale

Nel 2020 le nostre vite sono cambiate radicalmente. Chi più chi meno, tutti abbiamo dovuto rivedere le nostre abitudini e il nostro stile di vita, per adattarci alla situazione dovuta alla pandemia globale che ci ha travolto. L’emergenza legata alla diffusione del nuovo virus Sars Covid-19 ha determinato una sequenza di cambiamenti rapidi, invasivi e spesso difficili da accettare, i quali hanno portato ad un clima di incredibile incertezza e instabilità nel mondo.

Nei mesi passati, il concetto di resilienza è stato centrale per contrastare questa straordinaria situazione e lo sarà ancora per molto. L’SDG numero 9 attribuisce molta importanza proprio alla resilienza, nel modo in cui va inteso lo sviluppo delle infrastrutture e promuovendo in particolare l’innovazione tecnologica e la digitalizzazione.

È innegabile che la pandemia ha stravolto le nostre vite. Le tecnologie digitali hanno reso possibile analizzare questo momento storico, traendo alcune conclusioni positive. In risposta alle numerose misure restrittive applicate per contrastare il virus, è avvenuta in molti paesi un’accelerazione incredibile dello sviluppo delle tecnologie, agevolando la comunicazione a distanza. In generale è cambiato l’approccio alla tecnologia per molti di noi. Si è verificato un maggiore sviluppo, quindi , dell’infrastruttura tecnologica, ma il fatto più considerevole è che è cambiata la percezione sociale di ognuno di noi nei confronti dell’innovazione e delle tecnologie digitali. Le limitazioni che le disposizioni di Governo ci hanno imposto, hanno riguardato in misura consistente gli spostamenti, di conseguenza l’interazione dal vivo con l’altro. A livello sociale, questo ci ha portati a rivedere in toto le possibilità di entrare in contatto diretto con le altre persone e perció abbiamo sviluppato tutti, in misura differente, maggior consapevolezza circa l’utilizzo delle nuove tecnologie. I “nativi digitali”, in questo contesto, hanno avuto meno difficoltà ad adattarsi rispetto alle generazioni passate, ma, comunque, abbiamo assistito ad un fenomeno di accettazione del paradigma tecnologico, ampiamente condiviso.

Una digitalizzazione accelerata

La convergenza delle società verso la digitalizzazione esisteva già prima della diffusione del virus, ma la pandemia ha ridotto notevolmente i tempi. Internet e le nuove tecnologie digitali, sono stati il maggior strumento di resilienza adottato per cercare di contrastare le difficoltà, nel corso dell’ultimo anno. Ovviamente anche nel mondo del lavoro abbiamo assistito ad una transizione incredibilmente repentina. Per non restare indietro e rischiare il fallimento, tutte le aziende, dalle multinazionali alle piccole imprese,  si sono dovute rapidamente adattare al cambiamento, soprattutto quelle che faticavano nella transizione al digitale. In questo contesto ci sono stati Paesi che hanno avuto più difficoltà di altri, perché erano ancora ad un livello di digitalizzazione basso. Ma, forse, è proprio questa la giusta chiave di lettura da cui trarre beneficio. A livello istituzionale, le tecnologie digitali, durante la pandemia hanno permesso di colmare il divario tra i paesi più sviluppati e quelli che erano rimasti ancora indietro, contribuendo alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione.

Il panorama italiano

Il caso dell’Italia è un esempio di paese che si sta muovendo molto sulla digitalizzazione della PA, ma che ancora fatica a trasmettere alla società il cambiamento. Il nostro Paese si posiziona 18° posto per la capacità della PA di sfruttare le potenzialità offerte dall’ICT con un valore (71%) in linea con la media europea (72% nell’UE a 27) e in crescita rispetto agli anni passati. Tuttavia, l’Italia si colloca all’ultimo posto in Europa per utilizzo dell’eGovernment: solo il 25% dei cittadini utilizza servizi digitali per interagire con la pubblica amministrazione, contro una media europea del 60%.

Enrico Giovannini, portavoce dell’ASviS durante lo scorso Festival dello Sviluppo Sostenibile si è espresso specificando la sua posizione nei confronti del nostro Paese, riguardo il raggiungimento dell’SDG numero 9. 

Nel suo intervento, Giovannini si è espresso riguardo il processo di digitalizzazione della PA: “Oltre a discutere di sviluppo infrastrutturale, tecnologico, territoriale, c’è infatti la necessità di considerare “un’innovazione sociale”, concetto in Italia non ancora consolidato. “Non c’è innovazione vera senza innovazione sociale” ricorda Giovannini, “non solo perché la tecnologia ha modificato radicalmente le interazioni, ma perché questo sta cambiando profondamente la società”.

Delivery, dobbiamo parlare.

Perché lo stop dei corrieri food e pacchi è un segnale d’allarme per l’economia e per il sociale.

Lockdown: pre e pro in ambito economico

Quando a inizio Marzo 2020 tuonò “parte il lockdown nazionale, restate a casa” molti italiani reagirono comprando online ciò che normalmente trovavano fuori casa: dai beni di prima necessità agli oggetti più particolari.
Qualsiasi necessità sarebbe arrivata per consegna.

Le abitudini d’acquisto degli italiani, quindi, cambiate ad inizio pandemia, nonostante un lieve rallentamento, ora si mantengono stabili.
Nel 2020, secondo l’indagine del portale Statista, sono stati 2,05 miliardi le persone al mondo ad avere acquistato online e le vendite ecommerce globali toccheranno, entro il 2023, quota 7 trilioni di dollari. 
Se a Marzo 2020 quasi l’80% di italiani, che hanno acquistato beni di largo consumo online, era obbligato a comportarsi così, ora sappiamo che la metà di questi continuerà a fare spesa sul web anche a pandemia conclusa (Nielsen Italia, 2020).
Il 26% di questi, infatti, acquista regolarmente su internet una volta a settimana. 

Tuttavia, alcuni settori dell’economia non erano pronti all’enorme aumento dell’e-commerce: motivo per cui alcune aziende, oggi, sottopongono i propri lavoratori a ritmi estenuanti, tenendo conto solo della domanda dei propri clienti. 
Questa situazione nel clima della GIG economy fiorisce.
In una GIG economy, infatti, il lavoro su richiesta tramite app consente di ottimizzare tempi con domanda e offerta che si relazionano ad alcuni algoritmi. Il lavoro è basato, però, sul luogo fisico (supermercato, ristorante ecc) e funziona in base al funzionamento del luogo stesso. 
Durante il lockdown questo meccanismo ha salvato o quantomeno ha tappato buchi ai ristoratori, che si vedevano impossibilitati a ospitare clienti (il compartimento food&grocery in condizioni normali frutta circa 2,5 miliardi di euro).
Non è un caso che, proprio la settimana scorsa (22 Marzo), si siano verificati due grandi scioperi nel mondo “delivery”: le consegne di pacchi da parte di Amazon e quella del food delivery, Glovo, Just eat ecc.

Il caso Riders

Per il 26 Marzo è stato indetto uno sciopero dei rider (fattorini) dei servizi AssoDelivery.
La situazione da sempre critica, si è esasperata con la pandemia, che ha fortemente incrementato rischi e ritmi. 
La protesta, dilagata in circa 30 città italiane, prevedeva che in quel giorno  non si doveva ordinare nulla da ristoranti e fast food, così da bloccare piattaforme come Glovo, Just eat, Deliveroo, ecc per aderire al “No delivery day”.
Durante le proteste i cori che si alzavano recitavano slogan come: “non siamo schiavi, siamo lavoratori”.
Tutto questo perché le trattative con AssoDelivery tardano a concludersi e, dopo 5 anni di lotte per i diritti e per la richiesta dell’applicazione di un contratto collettivo nazionale (così da essere riconosciuti come lavoratori), la società preferisce tergiversare e continuare a pagare multe. 
La Procura di Milano ha, infatti, notificato a quattro società del delivery che le posizioni dei propri ciclofattorini necessitano di regolarizzazione. 

I lavoratori di questo settore sono per lo più immigrati, che non hanno diritto, non avendo un contratto regolarizzato, a chiedere un documento per ottenere il permesso di soggiorno.
Il loro lavoro si basa su un sistema a cottimo, la paga è a consegna, tanto che alcuni rider denunciano un vero e proprio racket dietro questo meccanismo. Alcuni fattorini pagherebbero tra i 30 e i 50 euro al mese per ottenere un numero più elevato di ore di lavoro e di conseguenza più consegne. Per molti non c’è altra scelta, se si pensa che un fattorino su 5 è addirittura laureato. 
Il problema, infatti, riguarda ogni strato sociale.

Il  contratto collettivo dello scorso anno li qualifica come lavoratori indipendenti ma i fattorini sulle ruote, a tutti gli effetti, vivono in un clima di caporalato. 
Tra le richieste, dunque, troviamo un salario più alto o una paga minima, il riconoscimento di norme contrattuali fondamentali come la malattia, le ferie, il ricongiungimento con i familiari, la paga oraria fissa, il tfr, un monte ore minimo, oltre ai diritti sindacali di base, con cui al momento non esiste confronto.
Questo lavoro subordinato è pagato meno del reddito di cittadinanza, che non è un lavoro! 
La Cgil del Lazio ha fatto notare che, mentre in altri Paesi d’Europa molte aziende hanno già regolarizzato i propri ciclofattorini, rendendoli dipendenti e garantendo loro i diritti, in Italia continua ancora la malsana pratica dello sfruttamento. 

A questa situazione sembra voler trovare soluzione solo Just Eat che promette di rendere dipendenti i propri fattorini.

Il caso Amazon (o Ammazza On?)

“Ammazza On” recitavano gli striscioni dei lavoratori e dei fattorini Amazon che hanno protestato di fronte alle proprie sedi. 
Il 22 Marzo, dalle 7 di mattina, è iniziato il primo giorno di stop del colosso di Seattle, leader nell’e-commerce. 
Sono circa 16.500 le persone che lavorano per aziende rappresentate da Assoespressi. 
La richiesta ai clienti era di non comprare nulla online per 24 ore e l’adesione è stata circa del 75%. 
La situazione denunciata è figlia ancora una volta della pandemia e della noncuranza dei tempi che cambiano: i lavoratori lamentano turni e ripetitività del lavoro insostenibili, carichi di lavoro indecenti oltre a dolore fisico, indice dei disturbi degli arti superiori da lavoro, indicati con l’acronimo RSI (Repetitive Strain Injury) e dolore psicologico/stress.
Una giornata di lavoro inizia con la presa in carico dei pacchi da consegnare, fino a poco tempo fa tra i 160 e i 180, ma che in pandemia arrivano a picchi di più di 200. Un “buon” driver consegnerà questi colli (pacchi) in circa 6 minuti, seguendo l’algoritmo Amazon, un cattivo driver impiegherà più tempo nelle 95/100/130 fermate giornaliere. 
Le richieste che avanzano alla propria azienda sono di verificare i carichi di lavoro, modificare i turni, inquadramento professionale e riduzione delle ore di lavoro dei driver, oltre ad alcuni sgravi fiscali. 
Anche in questo caso la precarietà lavorativa è eccessiva e non è possibile che non ci siano relazioni sindacali stabili a mitigarne gli effetti. 

E se tutto crollasse?

Adesso che sappiamo cosa si nasconde dietro una pizza a domicilio o al pacco ordinato e arrivato in 24 ore, fermiamoci a riflettere.

Non dobbiamo dimenticare che durante il primo lockdown chi ci ha consegnato a domicilio cibo e altro è stato riconosciuto come lavoratore indispensabile e allora si devono cambiare le politiche e il trattamento di questi lavoratori, la cui dignità è sacrosanta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare nell’articolo “SDG8 Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?”. 

La parola all’esperto: Sabina Casamassima, Geologa

Un approfondimento sulle dinamiche della costruzione di un deposito di scorie nucleari

La recente pubblicazione della proposta della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) ad ospitare il deposito nazionale di rifiuti radioattivi, ha suscitato nei cittadini grande preoccupazione e accesi dibattiti. Proviamo a spiegare qual è l’iter per l’individuazione di tali siti e cosa prevede la fase attuale.


L’Unione Europea con la Direttiva 2011/70 ha imposto ai Paesi membri di presentare un programma per la gestione dei rifiuti radioattivi, la direttiva prevede che lo smaltimento avvenga nello Stato membro in cui tali rifiuti sono stati prodotti. Anche altri Paesi europei stanno provvedendo o hanno già realizzato impianti per mettere in sicurezza questo tipo di rifiuti.

Cartina geografica dell'Europa che mostra i depositi definitivi selezionati per ospitare rifiuti nucleari di bassa e media attività.
Depositi definitivi nei paesi europei

I rifiuti radioattivi derivano dallo smantellamento degli impianti nucleari, dalle attività nel settore sanitario, industriale e della ricerca e sono, attualmente, localizzati in depositi temporanei.

Cartina geografica dell'Italia che indica i siti di depositi di rifiuti radioattivi in Italia nel 2021
Attuali siti di depositi di rifiuti radioattivi in Italia

Il Deposito Nazionale è un’infrastruttura ambientale di superficie che consentirà di sistemare definitivamente in sicurezza i rifiuti radioattivi che attualmente sono in depositi temporanei e accogliere i rifiuti che si produrranno in futuro. Il progetto prevede oltre al Deposito Nazionale anche la realizzazione di un Parco Tecnologico, cioè un centro di ricerca applicata. 

La collocazione del Deposito, che sarà unico per l’intero territorio nazionale, viene stabilita attraverso le seguenti fasi.

Criteri di localizzazione e definizione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI)

Cartina geografica dell'Italia proveniente da Google Maps indicante le Aree Potenzialmente Idonee ad ospitare rifiuti radioattivi.
Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI)

Questa carta rappresenta solo una base di partenza ottenuta dopo un meticoloso lavoro scientifico di esclusione di quelle aree con caratteristiche tali da non garantire la sicurezza per l’uomo e l’ambiente es. aree vulcaniche attive, con sismicità elevata, interessate da fenomeni di fagliazione, da rischio geomorfologico e idraulico ecc. Essa risulta fondamentale per discutere la localizzazione su un ventaglio di località limitato, ma meritevole di considerazione, anziché su un territorio nazionale in gran parte vulnerabile dove difficilmente il progetto potrebbe raggiungere una fase di progettazione per ragioni di rischio o conflitto con valori naturalistici. Per tali ragioni, la quasi totalità del territorio risulta esclusa in partenza, prima della fase partecipativa. 

Avvio Consultazione pubblica
È la fase di avvio del processo decisionale, in cui il cittadino viene reso partecipe del processo per far sì che la scelta del sito non sia imposta dall’alto, ma sia il risultato di un processo di partecipazione e condivisione delle decisioni fra istituzioni e comunità coinvolte. È una fase molto importante, perché consente ai cittadini di fornire informazioni, idee, osservazioni utili riguardanti la comunità locale e la gestione del territorio. Potrà portare a escludere altre aree, o modificare quelle presenti nella CNAPI, in base a informazioni di dettaglio, o di ordine strategico, economico, sociale, che non sia stato ancora possibile analizzare o conoscere durante la prima fase di analisi del territorio. 

Seminario nazionale prevede un confronto tra i portatori di interesse fino all’approvazione della Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) che è il risultato dei criteri di localizzazione e dei contributi della consultazione pubblica, e rappresenta le sole località libere da ragioni ostative tra cui sarà possibile effettuare la scelta del sito. Raccolta delle manifestazioni di interesse da parte delle Regioni e degli enti locali nei cui territori ricadono le aree idonee.

Sogin S.p.A che è il soggetto responsabile della localizzazione, realizzazione e dell’esercizio del Deposito, considerando i criteri previsti nella Guida Tecnica n. 29, pubblicata nel 2014, dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), ha individuato 67 siti potenzialmente idonei, riportati nella Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (CNAPI)

Nella Guida Tecnica n. 29 (ISPRA), elaborata in base ai principi di sicurezza stabiliti dall’International Atomic Energy Agency (IAEA), i criteri di localizzazione sono suddivisi in: 15 Criteri di Esclusione per escludere le aree che non garantiscono piena rispondenza ai requisiti di sicurezza a tutela dell’uomo e dell’ambiente; 13 Criteri di Approfondimento, per valutare in dettaglio le aree individuate dopo l’applicazione dei criteri di esclusione. Si procede con studi di dettaglio crescente che riguardano le caratteristiche fisiche, naturalistiche e antropiche dei territori, escludendo le aree che risultano inadatte, fino a individuare le aree potenzialmente idonee. 

L’Art. 27 comma 1 del D.lgs. 31/2010 prevede che la proposta di Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee (CNAPI) includa una contestuale proposta di idoneità sulla base di caratteristiche tecniche e socioambientali delle aree. Le aree potenzialmente idonee, individuate in base ai criteri di sicurezza della Guida Tecnica n. 29, sono suddivise in quattro categorie (Fig. 4) con ordine di idoneità decrescente (A1 – molto buone, A2 – buone, B – aree insulari e C- zona sismica 2), individuati considerando aspetti socio-ambientali, logistici e di classificazione sismica di natura amministrativa.

Tabella che riporta le classi di idoneità delle Aree Potenzialmente Idonee, suddivise in Classe A (comprendente le aree continentali) a sua volta divisa in A1 (molto buone) e A2 (buone); Classe B (comprendente le aree insulari); Classe C (comprendente le Aree in Zona sismica 2).
Fig. 4 – Classi di idoneità delle Aree Potenzialmente Idonee

I livelli di analisi e le modalità di applicazione per ciascun criterio si possono visionare nella procedura operativa e nelle basi teoriche e dati di riferimento, di cui si forniscono i seguenti link:

Attraverso la mappa interattiva “CNAPI NAVIGABILE” è possibile consultare la Carta, per ciascuna area potenzialmente idonea sono riportati i dati specifici relativi alla classe di idoneità ed è possibile consultare la relazione sulle caratteristiche geologiche, naturalistiche e antropiche e i criteri di esclusione ed approfondimento che hanno portato all’individuazione del sito.

Esempio del funzionamento della Mappa interattiva "CNAPI NAVIGABILE"-
Mappa interattiva “CNAPI NAVIGABILE”

Ecco un esempio di inquadramento geologico, naturalistico e antropico dell’area PZ-10.

La proposta di CNAPI, validata dall’ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione (ISIN) e successivamente dai Ministeri dello Sviluppo Economico e dell’Ambiente, rappresenta solo una preliminare selezione dei siti idonei, una proposta, il primo passo di un percorso condiviso e partecipato. La pubblicazione della Carta Nazionale delle Aree Potenzialmente Idonee CNAPI infatti, ha dato inizio alla seconda fase, quella della Consultazione pubblica, della durata di 60 giorni, che prevede lo studio degli elaborati pubblicati, la verifica diretta dei criteri di approfondimento e la formulazione delle osservazioni da parte di tutti i portatori di interesse: comunità scientifica, regioni, enti locali, associazioni, tutti possono formulare osservazioni e proposte tecniche, questo consentirà di giungere a scelte basate su criteri tecnico scientifici, ma condivise con le comunità locali. È la prima volta che nel nostro Paese si svolge una consultazione pubblica su un’infrastruttura di rilevanza nazionale. Al termine di questa fase si svolgerà il Seminario Nazionale in cui i portatori di interesse qualificati si confronteranno per approfondire tutti gli aspetti tecnici e quelli relativi alla sicurezza della popolazione e dell’ambiente fino all’approvazione della versione definitiva della CNAI. La scelta definitiva del sito che ospiterà il Deposito Nazionale e il Parco Tecnologico sarà effettuato in base alla Carta Nazionale delle Aree Idonee (CNAI) che al momento non esiste, sarà realizzata a seguito della fase di Consultazione Pubblica e del Seminario in cui i cittadini avranno espresso un parere. 


Siti utili per approfondimenti

Intervista a Ugo Biggeri

foto da Banca Etica

Dopo aver ottenuto una laurea in Fisica, Ugo Biggeri consegue il Dottorato in Ingegneria elettronica e ottiene il titolo di perfezionamento in “Gestione ambientale e sviluppo sostenibile” presso l’Università di Trento. Dal 1993 al 2001 è ricercatore e tutor della facoltà di ingegneria di Firenze.

Dal 2009 è docente presso l’Università di Firenze, in varie modalità, per il corso di laurea in sviluppo economico e cooperazione internazionale, e dal 2017 è titolare di un laboratorio sulla finanza etica e microcredito nel corso di laurea magistrale della facoltà economia della LUISS “Guido Carli”.

Tra i fondatori di Banca Etica ha ricoperto la carica di Consigliere di Amministrazione dal 1998 al 2007 e il ruolo di Presidente dal 2010 al 2019. Autore di libri sui temi di finanza etica, ha partecipato alla stesura di “La Fertilità del denaro”, “Il Valore dei Soldi”, “Manuale di finanza popolare” e “Dizionario microfinanza”.

Da Aprile 2011 è Presidente di Etica Sgr. Dal 2017 è consigliere della Global Alliance for Banking on Values e dal 2018 è Vice Presidente di Sharholders for Change, la rete di investitori istituzionali europei che promuove l’azionariato attivo.

È da poco uscito il suo ultimo libro, “I soldi danno la felicità: Corso semiserio di sopravvivenza finanziaria”.

Com’è iniziato il tuo interesse verso il tema della sostenibilità ambientale e sociale?

L’ interesse è cominciato per me molto presto, quando avevo 16 anni, in ambiente parrocchiale. Allora frequentavo la chiesa e sentivo forte il bisogno di tradurre in pratica ciò di cui si discuteva a scuola, perché al liceo c’era molto fervore, nonostante la scena degli anni 80 non fosse un periodo di grandissima attività politica. 

Lì, con un amico, sono entrato in una ONG, Mani Tese, che faceva volontariato sui temi delle disuguaglianze tra nord e sud del mondo, e aspetti sociali. Il tema della sostenibilità ambientale è diventato un tratto forte in seguito, perché ho studiato fisica. Quando alla fine, dopo qualche anno passato in università a fare il ricercatore, mi sono accorto che non era la mia strada, ho cominciato a fare fisica ambientale e quindi mi ha preso molto anche l’aspetto ambientale, in particolare sull’uso delle risorse e sui cambiamenti climatici.

Ad inizio anni 90 era un po’ una novità. Nonostante le difficoltà avevo trovato lavoro in una società di ingegneria ambientale però mi sono reso conto che era una strada difficile. In seguito, di sostenibilità, mi sono occupato perché ho fatto un corso di perfezionamento a Trento proprio sullo sviluppo sostenibile, intorno al 99, ma è diventato un tema fondamentale quando sono stato tra i fondatori di Banca Etica.

BE una realtà che cerca di avere obiettivi strategici, sociali e ambientali quando va a scegliere che tipo di finanziamenti o di crediti fare, e pertanto sei costretto a misurarti nella pratica di dire che cosa è o meno sostenibile.

Quali sono gli investimenti che in questo senso avete realizzato con Banca Etica?

Ad ora lavoro per Etica SGR, un fondo d’investimenti, ma su banca Etica posso dirti alcune cose.

Da sempre ha scelto di mettere tutti i finanziamenti alle persone fisiche sul sito web, cosa che non fa nessuno in Italia, per favorire la trasparenza dei suoi investimenti, e, in secondo luogo, ha scelto di escludere tantissimi settori di finanziamento e sostenere settori legati alla sostenibilità. 

In generale il 50% delle finanze sono attività no profit, quindi o cooperative sociali o associazioni, anche se c’è un buon 25% di imprese profit che però hanno delle particolari attenzioni ambientali e sociali, ad esempio agricoltura biologica piuttosto che le energie rinnovabili o innovazione. Per dirti, nel Mugello, c’è un centro di ricerca legata all’Università di Firenze sulle energie rinnovabili, di nome Re-Cord, una casa per l’Alzheimer, e varie aziende biologiche.

Poi ci sono alcuni progetti particolarmente belli legati ai terreni confiscati alla mafia, in cui si fa agricoltura biologica con cooperative sociali che coniugano tutti quanti questi aspetti.

Con Etica Sgr invece, nel campo degli investimenti, non siamo così vicini alle comunità locali perché i fondi comuni d’investimento devono investire in titoli che abbiano una quotazione giornaliera, e che siano vendibili tutti i giorni, (perché la gente deve poter rientrare tutti i giorni dei soldi che ci ha messo). Perciò si finisce per finanziare in titoli di Stato o in azioni di imprese quotate, quindi anche di grandi imprese. Ovviamente anche qui facciamo scelte ambientali forti, escludendo da 20 anni il petrolio.

Hai fatto delle scelte importanti anche nella tua vita privata in coerenza con quelle che sono le convinzioni che porti avanti, ce ne vuoi parlare?

Sì, diciamo che l’attenzione all’ambiente e al sociale è partita quando ero un adolescente, e ho avuto la fortuna di trovare una compagna che era interessata come me a queste tematiche, ovviamente l’ho trovata dove facevo volontariato (questo ha facilitato). (Ride ndr). 

Più tardi ci siamo resi conto che era un qualcosa che volevamo tenere anche in casa perché altrimenti sarebbe diventato un lavoro o un’attività extra famiglia, che poi finisce per andare in contrasto con la famiglia, quindi ci siamo portati il volontariato in casa, una scelta a volte faticosa, ma che nel nostro bilancio di quasi 30 anni di matrimonio, penso abbia avuto più ricchezza che periodi neri.

Abbiamo scelto di vivere con altre famiglie insieme e di fare attività come agricoltura biologica e di accoglienza, tutte attività che facciamo tra virgolette  nel cosiddetto tempo libero, e che sarebbero molto pesanti da fare in una famiglia da sola, ma che diventano meno totalizzanti  quando sono più famiglie che se ne occupano, basti pensare ad un esempio più banale,  se hai degli animali e se sei da solo devi essere sempre a casa, in più famiglie invece solo due giorni e mezzo a settimana, lo stesso per fare da mangiare si mangia tutti insieme. Ovviamente ti deve piacere fare queste cose altrimenti non puoi farcela, però è una scelta libera. 

Cosa pensi che le persone possano fare nel loro piccolo, e cosa pensi possa spingerle a seguire e far proprie queste tematiche? Quali sono le difficoltà che le persone incontrano in questo senso?

Quando, a volte, le persone vengono qui dove siamo ora (Colle di Vespignano, Vicchio, Mugello) vicino alla Casa di Giotto, gli faccio vedere le colline qua dietro di noi. Sono così da 1000 anni, forse di più. Se guardi nei quadri stessi del pittore le colline sono più o meno come sono ora. Chiaramente adesso c’è qualche palo della luce, qualche capannone con le mucche, ma sostanzialmente il terreno è quello da secoli, e anzi, prima erano ancora più lavorati di ora e c’erano più abitanti. Si trattava di un territorio totalmente antropizzato, ma contemporaneamente sostenibile.

Negli ultimi anni abbiamo perso tutto questo. C’è stata una diseducazione martellante, che ci ha fatto perdere tutti quegli elementi. Una parola meravigliosa del passato è parsimonia, che oggi sembra una bestemmia. Oggi regna il contrario, l’essere spreconi. Con questo però non intendo che si debba guardare al passato, perché c’è un sacco di potenzialità in più oggi per fare le scelte migliori, perciò personalmente non mi faccio prendere dallo sconforto. 

La gente vive tanto di imitazione, ha bisogno di vedere che le cose funzionano, e ci sono alcune cose che mi sembra comincino ad andare in questa direzione. Vedo mia mamma non ha mai voluto fare la raccolta differenziata, ed ora è una fanatica, ha 80 anni e per 70 anni della sua vita se ne è fregata. Adesso ha capito e una volta iniziato sono entrate le abitudini che si radicano. Lo vedo nel mio campo, che è quello del “dove si vanno a mettere i soldi”. Quando è nata Banca Etica, 25 anni fa, sembrava un’idea veramente fuori dal mondo e che a nessuno poteva interessare. 

Oggi sono i giovani il più grande fondo di investimento al mondo.

Il movimento “Fridays for Future”, che credo ci possa dare molte soddisfazioni, ma anche il fenomeno del “green washing”, dimostrano che il tema è sul tavolo e qualche anno fa non c’era, quindi sono in generale positivo, anche se si fa fatica a fare la raccolta differenziata e si continua a comprare la bottiglietta di plastica o non si va al fontanello. Ovviamente si vedono tutte queste cose, ma nel frattempo sono arrivati i sacchi biodegradabili.

Queste cose da sole non genereranno il cambiamento. Non credo che si debba colpevolizzare i cittadini che devono stare attenti a non buttare il tappino in terra perché fanno danno all’ambiente. Certamente loro non devono farlo, ma anche se tutti quanti stiamo attenti il mondo cambierà solo quando la politica metterà una carbon tax, o cambierà le regole con cui si va a produrre. Questa cosa però avverrà solo quando i cittadini lavoreranno in questo senso, perché la politica va solo nella direzione dei cittadini.  

Anche l’abolizione della schiavitù è partita con un movimento di opinione poi riuscita ad agganciare la politica, come le 40 ore di lavoro settimanali, o il diritto di voto alle donne. Sembravano cose impossibili, ma ci siamo arrivati grazie alla spinta dal basso, poi la politica ha regolamentato. Cosa è successo da quando si deve pagare di più gli operai, o da quando non ci sono più gli schiavi? È aumentata la produttività del lavoro. Il mercato si adegua, paradossalmente dei disincentivi fatti bene aiutano l’innovazione.

Per la questione climatica basti pensare anche alle elezioni USA. Biden la prima cosa che fa appena arriva è in questo senso. La scienza ha già deciso da trent’anni. Non aveva diritto politico ma probabilmente adesso sta arrivando, poi che sia efficace o meno non so dirlo, ma le questioni sociali alla fine si sono sempre compiute. 

Ovviamente dovranno essere ripensati tutti i sistemi dei trasporti, approvvigionamenti, e si sa, il mondo è un po’ altalenante, ma sono positivo.

Cosa ne pensi dell’Agenda 2030?

Vuoi che te parli in modo polemico o positivo? (Ride ndr)

In entrambi direi…

Tutto il mondo ha preso 17 obiettivi, tra cui la povertà, l’acqua pulita per tutti, la sanità ecc, e tutti questi punti si legano molto con i diritti umani.

Oggi quasi ogni azienda cerca di capire qual è l’obiettivo degli SDG che può riuscire a soddisfare, ed è una cosa molto importante, perché finora pareva che da un punto di vista economico l’unico obiettivo fosse la sostenibilità economica stessa. Tuttavia un conto è avere come obiettivo il profitto per i propri azionisti, un conto avere come obiettivo la prosperità della comunità in cui lavori, perché il mercato è più efficiente se tutti stanno bene. Ora queste due cose si possono gestire alla stessa maniera: gli SDG si infilano in questa prospettiva perché ti dicono anche se sei un’impresa ti devi occupare della prosperità per tutti, ridisegnando le tre P, “People Planet Prosperity”, invece che Profit. 

La visione polemica viene da Wolfgang Sachs. Lui parla dello sviluppo, e della divisione dei paesi tra sviluppati e non sviluppati, andando a fare anche un ragionamento storico, in cui si evidenzia come da un discorso di Truman, che subito dopo la guerra per opporsi all’idea egualitaria del blocco sovietico, lancia l’idea del sogno americano. Lo stile di vita americano è quello a cui tutto il mondo può ambire, la libertà individuale consente comunque la prosperità di tutti, e lancia così l’era dello sviluppo.

La parola sviluppo si è portata sempre dietro questa cosa, tant’è vero che c’è molta critica sul fatto che a volte si è imposto lo sviluppo, non considerando quelli che erano gli sviluppi possibili a livello locale nei paesi africani ecc…

Sachs scrive un testo in cui dice che gli SDG avrebbero dovuto chiamarsi Survivals non Sustainable, perché di questa idea iniziale dello sviluppo come un motore così che tutto il mondo potesse raggiungere uno stato di benessere, e quindi anche l’economia sarebbe stata traino per il benessere di tutti, siamo ora in una situazione in cui dobbiamo tamponare l’economia per sopravvivere.

Quindi questi diventano necessariamente obiettivi non di sviluppo ma di sopravvivenza. Cerotti che dobbiamo mettere all’economia per non mandare tutto a scatafascio. 

Io credo che abbia molte ragioni su questo. Poi bisogna necessariamente vedere anche la parte positiva, però la critica alla parola sviluppo credo debba essere considerata. 

[materiali di studio] Tematica #01

Risorse per prepararsi al panel 1 | Vuoi essere dei nostri?

The Internet’s Own Boy: The Story of Aaron Swartz
Film documentario del 2014
[SUB ITA] Il figlio di internet: Storia di Aaron Swartz
Guarda online >>

Guerrilla Open Access Manifesto
[di Aaron Swartz | su aubreymcfato.com | Gennaio 2013]
Consulta online >>
[Ed. ITA] Il movimento di guerriglia Open Access
[tradotto da Silvia Franchini, Marco Solieri, elle di ci, Andrea Raimondi, Luca Corsato, et al.]
Consulta online >>

Articolo su doppiozero del 15 gennaio 2013
Consulta online >>

[materiali di studio] Tematica #02

Risorse per prepararsi al panel 2 | Those are my numbers

Human Computers: The Women of NASA
[di Brynn Holland | su history.com | Dicembre 2016]
Consulta online >>

When Computers Were Human
[di Ota Lutz | per la rubrica Teachable Moments sul sito del Jet Propulsion Laboratory (California Institute of Technology) | Ottobre 2016]
Consulta online >>

The Gendered History of Human Computers
[di Clive Thompson | su Smithsonian Magazine | Giugno 2019]
Consulta online >>

Il diritto di contare
Film (reg. Theodore Melfi, USA 2016)
URL: Trailer ITA + Scena (Lei è il nuovo computer) + Commenti [sub ITA]