Delivery, dobbiamo parlare.

Perché lo stop dei corrieri food e pacchi è un segnale d’allarme per l’economia e per il sociale.

Lockdown: pre e pro in ambito economico

Quando a inizio Marzo 2020 tuonò “parte il lockdown nazionale, restate a casa” molti italiani reagirono comprando online ciò che normalmente trovavano fuori casa: dai beni di prima necessità agli oggetti più particolari.
Qualsiasi necessità sarebbe arrivata per consegna.

Le abitudini d’acquisto degli italiani, quindi, cambiate ad inizio pandemia, nonostante un lieve rallentamento, ora si mantengono stabili.
Nel 2020, secondo l’indagine del portale Statista, sono stati 2,05 miliardi le persone al mondo ad avere acquistato online e le vendite ecommerce globali toccheranno, entro il 2023, quota 7 trilioni di dollari. 
Se a Marzo 2020 quasi l’80% di italiani, che hanno acquistato beni di largo consumo online, era obbligato a comportarsi così, ora sappiamo che la metà di questi continuerà a fare spesa sul web anche a pandemia conclusa (Nielsen Italia, 2020).
Il 26% di questi, infatti, acquista regolarmente su internet una volta a settimana. 

Tuttavia, alcuni settori dell’economia non erano pronti all’enorme aumento dell’e-commerce: motivo per cui alcune aziende, oggi, sottopongono i propri lavoratori a ritmi estenuanti, tenendo conto solo della domanda dei propri clienti. 
Questa situazione nel clima della GIG economy fiorisce.
In una GIG economy, infatti, il lavoro su richiesta tramite app consente di ottimizzare tempi con domanda e offerta che si relazionano ad alcuni algoritmi. Il lavoro è basato, però, sul luogo fisico (supermercato, ristorante ecc) e funziona in base al funzionamento del luogo stesso. 
Durante il lockdown questo meccanismo ha salvato o quantomeno ha tappato buchi ai ristoratori, che si vedevano impossibilitati a ospitare clienti (il compartimento food&grocery in condizioni normali frutta circa 2,5 miliardi di euro).
Non è un caso che, proprio la settimana scorsa (22 Marzo), si siano verificati due grandi scioperi nel mondo “delivery”: le consegne di pacchi da parte di Amazon e quella del food delivery, Glovo, Just eat ecc.

Il caso Riders

Per il 26 Marzo è stato indetto uno sciopero dei rider (fattorini) dei servizi AssoDelivery.
La situazione da sempre critica, si è esasperata con la pandemia, che ha fortemente incrementato rischi e ritmi. 
La protesta, dilagata in circa 30 città italiane, prevedeva che in quel giorno  non si doveva ordinare nulla da ristoranti e fast food, così da bloccare piattaforme come Glovo, Just eat, Deliveroo, ecc per aderire al “No delivery day”.
Durante le proteste i cori che si alzavano recitavano slogan come: “non siamo schiavi, siamo lavoratori”.
Tutto questo perché le trattative con AssoDelivery tardano a concludersi e, dopo 5 anni di lotte per i diritti e per la richiesta dell’applicazione di un contratto collettivo nazionale (così da essere riconosciuti come lavoratori), la società preferisce tergiversare e continuare a pagare multe. 
La Procura di Milano ha, infatti, notificato a quattro società del delivery che le posizioni dei propri ciclofattorini necessitano di regolarizzazione. 

I lavoratori di questo settore sono per lo più immigrati, che non hanno diritto, non avendo un contratto regolarizzato, a chiedere un documento per ottenere il permesso di soggiorno.
Il loro lavoro si basa su un sistema a cottimo, la paga è a consegna, tanto che alcuni rider denunciano un vero e proprio racket dietro questo meccanismo. Alcuni fattorini pagherebbero tra i 30 e i 50 euro al mese per ottenere un numero più elevato di ore di lavoro e di conseguenza più consegne. Per molti non c’è altra scelta, se si pensa che un fattorino su 5 è addirittura laureato. 
Il problema, infatti, riguarda ogni strato sociale.

Il  contratto collettivo dello scorso anno li qualifica come lavoratori indipendenti ma i fattorini sulle ruote, a tutti gli effetti, vivono in un clima di caporalato. 
Tra le richieste, dunque, troviamo un salario più alto o una paga minima, il riconoscimento di norme contrattuali fondamentali come la malattia, le ferie, il ricongiungimento con i familiari, la paga oraria fissa, il tfr, un monte ore minimo, oltre ai diritti sindacali di base, con cui al momento non esiste confronto.
Questo lavoro subordinato è pagato meno del reddito di cittadinanza, che non è un lavoro! 
La Cgil del Lazio ha fatto notare che, mentre in altri Paesi d’Europa molte aziende hanno già regolarizzato i propri ciclofattorini, rendendoli dipendenti e garantendo loro i diritti, in Italia continua ancora la malsana pratica dello sfruttamento. 

A questa situazione sembra voler trovare soluzione solo Just Eat che promette di rendere dipendenti i propri fattorini.

Il caso Amazon (o Ammazza On?)

“Ammazza On” recitavano gli striscioni dei lavoratori e dei fattorini Amazon che hanno protestato di fronte alle proprie sedi. 
Il 22 Marzo, dalle 7 di mattina, è iniziato il primo giorno di stop del colosso di Seattle, leader nell’e-commerce. 
Sono circa 16.500 le persone che lavorano per aziende rappresentate da Assoespressi. 
La richiesta ai clienti era di non comprare nulla online per 24 ore e l’adesione è stata circa del 75%. 
La situazione denunciata è figlia ancora una volta della pandemia e della noncuranza dei tempi che cambiano: i lavoratori lamentano turni e ripetitività del lavoro insostenibili, carichi di lavoro indecenti oltre a dolore fisico, indice dei disturbi degli arti superiori da lavoro, indicati con l’acronimo RSI (Repetitive Strain Injury) e dolore psicologico/stress.
Una giornata di lavoro inizia con la presa in carico dei pacchi da consegnare, fino a poco tempo fa tra i 160 e i 180, ma che in pandemia arrivano a picchi di più di 200. Un “buon” driver consegnerà questi colli (pacchi) in circa 6 minuti, seguendo l’algoritmo Amazon, un cattivo driver impiegherà più tempo nelle 95/100/130 fermate giornaliere. 
Le richieste che avanzano alla propria azienda sono di verificare i carichi di lavoro, modificare i turni, inquadramento professionale e riduzione delle ore di lavoro dei driver, oltre ad alcuni sgravi fiscali. 
Anche in questo caso la precarietà lavorativa è eccessiva e non è possibile che non ci siano relazioni sindacali stabili a mitigarne gli effetti. 

E se tutto crollasse?

Adesso che sappiamo cosa si nasconde dietro una pizza a domicilio o al pacco ordinato e arrivato in 24 ore, fermiamoci a riflettere.

Non dobbiamo dimenticare che durante il primo lockdown chi ci ha consegnato a domicilio cibo e altro è stato riconosciuto come lavoratore indispensabile e allora si devono cambiare le politiche e il trattamento di questi lavoratori, la cui dignità è sacrosanta, come abbiamo già avuto modo di sottolineare nell’articolo “SDG8 Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?”. 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *