Ecoinnovazioni: le tecnologia al servizio dell’ambiente

Ecoinnovazioni: cosa sono?

“L’ecoinnovazione è qualsiasi innovazione (nuove tecnologie, prodotti, processi o servizi) in grado di contribuire alla tutela ambientale o a un utilizzo più efficiente delle risorse.”

Così la Commissione Europea definisce l’ecoinnovazione, sottolineando come sia un punto fondamentale per la lotta al cambiamento climatico. È inoltre un’importante opportunità di crescita per i paesi, che possono generare nuovi posti di lavoro. L’ecoinnovazione comprende tutte quelle forme tecnologiche e non, nuovi prodotti o servizi, nuovi sistemi di gestione aziendale, che hanno lo scopo di portare benefici per l’ambiente. Per fare questo tendono a ridurre l’impatto che l’umanità ha sulla natura o a ottimizzare l’uso delle risorse. Tra alcuni esempi c’è il confezionamento più efficiente degli alimenti e produzione di materiali a partire da rifiuti riciclati. Abbiamo parlato in un altro articolo delle sponge cities, un progetto molto ambizioso per ristruttura completamente le nostre città all’insegna della sostenibilità. L’ecoinnovazione è molto importante perché potrebbe cambiare il nostro modo di utilizzare le risorse naturali e i modelli attuali di produzione e consumo. Per evitare di distruggere del tutto la vita sulla Terra, tali innovazioni sono necessarie per una tecnologia più rispettosa dell’ambiente.

L’ecoinnovazione inoltre permetterebbe alle aziende di non rinunciare alla competitività riducendo il proprio impatto sull’ambiente. Il concetto di ecoinnovazione, infatti, è un sottoinsieme dell’innovazione ambientale: si verifica “se e solo se quando a un minore impatto ambientale della produzione risulta un miglioramento nelle performance economiche delle imprese innovative”.

Per fare un albero ci vuole… un drone

Secondo la rivista Nature, gli alberi sono un’ottima soluzione per ridurre le emissioni di CO2 nocive per l’atmosfera. Gli alberi inoltre possono aiutare notevolmente nel non far innalzare la temperatura del pianeta: gli scienziati prevedono un innalzamento di 1.5 gradi Celsius entro il 2050. Sempre secondo la rivista, tuttavia, ogni anno sul nostro pianeta 15 miliardi di alberi sono vittime delle deforestazione: a prendere il loro posto sono solo 9 miliardi. Ogni anno perdiamo quindi 6 miliardi di alberi. Non è difficile intuire che di questo passo non si può continuare.

La deforestazione viene spesso praticata per lasciare spazio a coltivazioni agricole intensive. Chi vorrebbe ripiantare gli alberi che sono stati abbattuti parte da una posizione di evidente svantaggio: ci vogliono anni per far crescere un albero, ma poche ore per abbatterne centinaia. Un altro problema è inoltre il fatto che ci vorrebbero migliaia di persone per ricoprire una vasta area e arrivare a piantare un numero sufficiente di alberi. Per non parlare delle risorse economiche. A tutto questo una società britannica, la BioCarbon Engineering, insieme alla casa produttrice di droni Parrot, ha inventato un drone che pianta i semi. Il drone sorvolerebbe la zona con in tasca i semi, rilasciandone uno al secondo. Un solo drone sarebbe capace di piantare 100 mila semi al giorno, raggiugendo anche quelle aree che sono difficili da raggiungere per l’uomo. Il drone sarebbe inoltre più veloce, può ricoprire più terreno e ha costi ridotti. 

Anche in Canada una start up, Flash Forest, ha avuto la stessa idea. Nata nel 2019, è riuscita a realizzare un prototipo funzionante di drone che può piantare dai 10 mila ai 20 mila semi al giorno: lo scopo è di migliorare i droni fino ad arrivare a 100 mila semi al giorno. I droni sorvolano l’area interessata e la mappano, individuando così i luoghi migliori per la semina. I baccelli che saranno fatti cadere sono particolari: la start up, prevedendo l’innalzamento delle temperature, li ha progettati per immagazzinare meglio l’umidità. I semi piantati vengono poi supervisionati e monitorati, per accertarsi della loro crescita. 

Altre innovazioni dal mondo

La cosiddetta “acqua secca” è ormai una sostanza entrata anche nel dibattito pubblico. L’Università di Liverpool ha trovato una tecnologia capace di assorbire la CO2. È uno sostanza che si presenta sotto forma di polvere (da qui il nome “acqua secca”) composta al 95% da acqua. Le particelle di questa polvere sono ricoperte da silicio, che impedisce alla gocce di tornare allo stato liquido. In questo modo l’acqua secca può assorbire gas come la CO2. Si è parlato di un vero e proprio stoccaggio della CO2: una volta che possiamo “catturarla” sembrerebbe il passaggio più logico per ridurne notevolmente la presenza nell’atmosfera. Tuttavia la comunità scientifica è scettica al riguardo: si teme di mettere a repentaglio le generazioni future non sapendo dove potrebbe portarci una soluzione del genere. Comunque per ora a Liverpool si continua con lo studio di questa nuova sostanza, in particolare come carburante sperimentale per le auto elettriche.

Un altro importante traguardo potrebbe essere raggiunto in Brasile, da un gruppo di ricercatori guidato da Fernando Galembeck, dell’Università di Campinas. Il gruppo ha l’obiettivo di trovare un modo per sfruttare l’energia elettrica di cui l’atmosfera è carica. Per fare ciò hanno dimostrato quella che prima era una semplice ipotesi: le particelle d’acqua nell’atmosfera sono elettricamente cariche e non neutre come si credeva in precedenza. Si potrebbe quindi utilizzare, secondo i ricercatori, dei pannelli, simili a quelli fotovoltaici per assorbire la luce del Sole, per assorbire questa elettricità e riutilizzarla: stanno infatti studiando quale potrebbe essere il modo più indicato per costruire i collettori. Infine riducendo le particelle cariche si ridurrebbero i fulmini e i loro danni.

Fonti

Per approfondire