La società dei consumisti e degli spreconi

A fine ‘800 Marx delineava i contorni del gigante che la società andava costituendo: una macchina che macina, produce, consuma ed è interessata all’acquisto di beni superflui e bisogni fittizi, spacciati per reali e necessari da pubblicità o fenomeni sociali.                                Questo ha portato al consumismo di cui, oggi, paghiamo le conseguenze: il “feticismo della merce”, teorizzato dal filosofo, si è manifestato come fenomeno di massa, subito dopo la seconda rivoluzione industriale.

Ritmi di consumo non più sostenibili

In una società del genere la produzione “produce” il consumo e non viceversa. “Produce” l’oggetto, la modalità e la spinta verso il consumo, ma non aspetta il meccanismo della domanda e dell’offerta, a cui bisogna tornare per produrre in modo più sostenibile, come sprona l’obiettivo 12 dell’Agenda 2030: produrre di più,con meno risorse, meglio spese. 

Si rivela, allora, necessario che tutti, in qualsiasi angolo di mondo, siano educati alla sostenibilità e ad uno stile di vita in linea con il proprio tempo e la natura in cui si trovano. 

La mancanza di educazione al consumo sostenibile ha portato a enormi sprechi.                   Basti pensare che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) diventa spazzatura ora dei commercianti, ora dei consumatori, perché scaduto o mal conservato.                                                                                                                                                          
Il cibo ha, quindi, un importante impatto ambientale, ma non è il solo bene che gestiamo male. Nella lista, infatti, troviamo anche energia e acqua, a cui abbiamo già fatto riferimento negli articoli sdg 6 e 7.                                                                                                                
Le risorse naturali necessarie alla vita sulla Terra sono a malapena sufficienti in questo momento, ma se la popolazione mondiale raggiungesse i 10 miliardi entro il 2050 saremmo costretti a cercare risorse su altri pianeti: ne servirebbero tre. 

Un ambiente in cui si produce, acquista, indossa e consuma male

In ambienti come la moda, in particolare la moda veloce e ad alto consumo, conosciuta come fast fashion, lo spreco di risorse e lo smaltimento errato di prodotti viaggia di pari passo.

In questo tipo di moda le aziende producono e vendono velocemente, i capi sono economici e ispirati all’alta moda. L’espressione fu coniata dal New York Times nel 1989 proprio all’apertura del negozio nella Grande Mela di uno dei colossi del settore: Zara.

Tuttavia, i danni che questa industria provoca sono enormi: secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, la fast fashion causa il 20% dello spreco globale dell’acqua ed emette, oltre ai gas serra, anche il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Per Ecowatch, ogni secondo, 1.4 milioni di litri d’acqua sono usati per poter realizzare 200+ paia di jeans, al prezzo di metà della quantità d’acqua di una piscina olimpionica. 

In un sistema, dove passano 15 giorni dall’ideare un capo al ritrovarlo in vendita sugli stand in negozio, la merce invenduta è tanta e non tutte le aziende hanno elaborato metodi di riciclo: nel 2018 H&M ha avuto una quantità di invenduto pari a 4 miliardi di dollari. Ogni secondo, infatti, un camion della spazzatura colmo di tessuti finisce in discarica stando ad un recente studio della Ellen McArthur Foundation.                                                
Il Summit della moda di Copenaghen ha riferito che le tonnellate di rifiuti solidi di cui la moda è responsabile sono 92 milioni ogni anno.

Spreco alimentare e consumo eccessivo

Lo spreco alimentare non è solo l’insieme dei prodotti scartati nella catena che li produce durante le sue prime fasi: il cibo è spesso sprecato a fine catena di produzione, quando si trova nei nostri frigo e nelle nostre dispense. Oltre all’impatto sull’ambiente dell’energia consumata per la produzione e la conservazione (30% del consumo totale di energia) troviamo dunque anche quello dei rifiuti.

Per uno sviluppo sostenibile è, quindi, necessario dover intervenire anche nell’educazione alimentare: i dati nel Food Waste Index Report 2021 e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) riferiscono che a buttare cibo sono le famiglie che scartano l’11% degli alimenti, mentre servizi e punti vendita ne sprecano tra il 2 e il 5%.                                            Sono, allora, le abitudini alimentari ad avere molte lacune: ogni anno vengono gettati 27 kg di cibo a testa, 74 kg a livello familiare.

Tuttavia, in Italia, secondo un’indagine di Coldiretti, la sensibilità in questione è considerevole: nel 2020, più di 1 italiano su 2 ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari, adottando diverse strategie, forse per effetto pandemia, dato che, come ci comunica il Waste Watcher International Observatory, nel 2019 gli italiani avevano sprecato l’11,78% in più.

È in questo contesto che risultano fondamentali iniziative come TooGoodToGo, piattaforma che mette a contatto clienti e ristoratori di ogni tipo che a fine giornata non hanno venduto quanto hanno prodotto e quindi lo svendono: un semplice gesto per contrastare la frana di quei 15 miliardi totali di euro che vale il cibo sprecato finora in Italia. 

Anche l’Onu considera fondamentale che i consumatori siano guidati e aiutati per ridurre gli sprechi in casa (che avvengono per errata conservazione, eccessivo acquisto, dimenticanza)  anche a fronte delle 690 milioni di persone colpite dalla fame nel 2019, e destinate ad aumentare a causa dell’emergenza sanitaria Covid di cui abbiamo trattato nell’articolo “Zero Hunger”.                               

Doing more with less            

Il principio guida del dodicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 intende spronare i produttori ad assumere ottiche sostenibili (prospettiva per cui in Italia possiamo ben sperare stando agli ultimi snodi del governo recente) e i consumatori a limitarsi ed essere più consapevoli dei costi di entrambe le parti.    

Miriamo al contrasto della povertà, nostra come del Pianeta, al miglioramento dello standard di vita (ridurre la fame e migliorare la salute) e allo sviluppo economico in un modello di economia circolare che chiude il ciclo di consumo e riciclo e ottimizza tempi e risorse, perché altri 3 pianeti dove andare ad estrarre quanto serve su questo non sono dietro l’angolo.