Sentite questa…
La raccolta di racconti La tela digitale presentata al Salone del libro di Torino

Di libri, di creatività, di ambienti di comunicazione e del progetto RApP.

Premessa

Premessa? Nessuno ama le premesse. Se anche voi siete così pigri, cliccate qui e saltate al resoconto).

“Se gli dai diritto di parola, poi hai il dovere di ascoltarli”, lo diceva sempre il mio maestro di comunicazione. Lui si riferiva ai social media e lo diceva per criticare l’uso che se ne fa da parte dei grandi content creators. Quelli che raccolgono followers a K e a M (sì, insomma, a migliaia e migliaia e migliaia). Un vero e proprio broadcasting alla vecchia maniera, solo trasferito sulle piattaforme digitali di conversazione.

Già, la conversazione… La promessa di una big conversation che sul finire degli anni ’90 ha rivoluzionato il panorama mediale.
Nasceva la nuova generazione degli ambienti di comunicazione e un gruppo di tecnoentusiasti lanciava un messaggio alla gente della Terra (…People of Earth) per tracciarne l’anatomia e la fisiologia; la prima tesi era perentoria: “I mercati sono conversazioni” (Markets are conversations).

Era il Cluetrain Manifesto a cura di Rick Levine, Christopher Locke, Doc Searls, David Weinberger ed era l’epoca in cui le piattaforme di blogging avevano cominciavano a dare la parola a nuovi scrittori e, attraverso le aree commenti, anche ai nuovi lettori. Una conversazione appunto, attraverso una semplice textarea e il tasto invia.

Una stagione entusiasmante. Oggi però sta diventando una stagione all’inferno. Tra hate speech, fake news, cyber bullismo e complottismi tra i più fantasiosi.


I bambini, perché nessuno pensa ai bambini? [scil.]

Non so ai bambini (che forse ne sono ancora esclusi), ma agli adolescenti qualcuno sì, ci pensa. E quello che emerge è che per loro… è complicato. Ce lo dice danah boyd nel suo It’s complicated. La vita sociale degli adolescenti sul Web (se non lo avete ancora letto, cosa aspettate? Per di più se siete anglofoni potete scaricarlo gratuitamente dal sito dell’autrice).

Gli adolescenti sono alcuni dei soggetti più immersi nella big conversation entrata nella sua stagione infernale. Là negli ambienti digitali è complicato. Ci sono gli adescatori di minori, si diceva un tempo. Ed è vero (perché c’è di tutto in quegli ambienti, che sono un pezzo di mondo, il nostro mondo di oggi, con tutto quello che a mano a mano ci coltiviamo), ma a rendere complicata la situazione non sono solo gli orchi, perché ci sono anche tante altre bestie. Ad esempio la Bestia di Salvini, che si aggira a suo agio su Facebook e ha provato a marcare il territorio anche su TikTok.

E cos’è TikTok? TikTok – ma un ambiente vale l’altro – è il nuovo muretto dove gli adolescenti si ritrovano lontano dai like indiscreti degli adulti, delle mamme e delle zie imbarazzanti, dei papà e degli zii imbarazzati, degli insegnanti e delle insegnanti imbarazz… (con la emme o con la enne???).

Una volta se stavi su Myspace… no scusate, prendiamola meno alla lontana, altrimenti non mi farò mai capire. Una volta se stavi su Facebook avevi una certa età e incontravi i tuoi pari età. Poi è successo che la piattaforma ha raggiunto trionfalmente il miliardo di utenti e si è verificato quello che i sociologi chiamano collasso dei contesti: su Facebook – ma, ripeto, il discorso vale per tutte le piattaforme – ti ritrovi la mamma a mettere like a uno sfogo tenebroso con cui cerchi di costruire la tua identità mediale ed è come quando gli adolescenti della generazione dei boomer la mamma andava a chiamarli al muretto. Che imbarazzo…

Ma al diavolo il muretto: quanto cringe in questa immagine! Scusate, sto ricevendo interferenze sul linguaggio. “Cringe” significa più o meno “imbarazzante” (ce lo spiega l’Accademia della Crusca, l’A-c-c-a-d-e-m-i-a della C-r-u-s-c-a… ma quanto sarà cringe?!). Ma può aiutarci a rendere l’idea di cosa sono le piattaforme intese come ambienti dove ci trovi anche la prof. di latino con le sue ricette, quella di italiano con le sue campagne di sensibilizzazione ambientale e il prof. di fisica con il suo podcast. E allora se sei un adolescente è davvero difficile. E che fai? Ti sposti. Sul muretto più lontano. Sul muretto di Instagram, di Snapchat, di TikTok, di quel nuovo ambiente che noi conosceremo solo quando ne avranno parlato i media mainstream, ovvero quando i ragazzi lo avranno già lasciato per quello successivo (dove però non mancano mai gli influencer della pubblicità né le bestie della politica: cringe entrambe le categorie, ma questo è un altro discorso e forse un giorno lo svilupperemo).

Ma basta chiacchiere. La cornice è sufficientemente delineata. Passiamo al quadro.


Paesaggio con ragazzi e ragazze

Esatto, paesaggio con ragazzi e ragazze, e non riesco a pensare che a questa scena di Kasaba, diretto dal turco Nuri Bilge Ceylan nel 1997.

  • I protagonisti sono gli studenti e le studentesse della scuola secondaria di secondo grado.
  • Il contesto è quello del progetto RApP.
  • L’occasione è stata propiziata da SECOP edizioni che ha organizzato un concorso letterario per studenti e studentesse sui temi dell’Agenda 2030.

Due parole su RApP, che sta per Ragazzi e Ragazze Apprendono tra Pari (in questa sede sarebbe troppo lungo descriverlo nel merito, per cui vi rimando al sito web informativo) e che prevede, in estrema sintesi, l’invito “Fai sentire la tua voce”, come recita il titolo di una canzone scritta, musicata e cantata dai ragazzi RApP della prima sperimentazione del 2019.

Da allora sono state tante le iniziative che hanno dato la parola ai ragazzi e alle ragazze RApP: un PON sullo Storytelling, un dibattito tra pari nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze, un Convegno Internazionale con l’Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, il primo posto al bando MIUR sulle Competenze Digitali e di Cittadinanza, con una rete di 7 scuole su tutto il territorio nazionale.

Il concorso letterario di cui stiamo parlando è l’ultima iniziativa RApP in ordine di tempo: è stato pensato da SECOP edizioni e gestito dal gruppo di progetto RApP con il supporto di SecopLab, con la supervisione della prof.ssa Lorella Rotondi e con la partecipazione degli studenti e delle studentesse dell’ISIS Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli (Firenze).

Nella sua prima edizione è stato dedicato alla memoria di Aaron Swartz e ha permesso di selezionare 15 racconti che sono andati a confluire nel volume che li raccoglie, La tela digitale, 162 pagine che vedono autori 42 studenti e studentesse.

Questi che seguono sono i nomi, che doverosamente e felicemente elenco (in ordine alfabetico):

Alessandro Pacini, Andrea Bochicchio, Aurora Bettini, Ayoub Sarrar, Cosimo Paoli, Davide Pietrini, Diego Cattedra, Duccio Latini, Duccio Seri, Emiliano Biondi, Enriko Zdrava, Filippo Bonciani, Filippo Bronzi, Filippo Santoro, Francesco Buti, Francesco Severi, Gabriele Messina, Giulia Ugolini, Giulio Conciarelli, Harold Rosales, Julio Villanueva, Leonardo Celenza Carone, Letizia Ariano, Lorenzo Berlincioni, Lorenzo Clemente, Lucas Melo Alves, Maria Giulia Ciobotaru, Martina Secori, Matteo Bernini, Matteo Falleri, Mattia Antongiovanni, Mihaela Spirache, Mirko Tacconi, Neri Ducci, Niccolò Bragetta, Niccolò Maurri, Niccolò Oldoli, Niccolò Parmigiani, Pietro Rovai, Riccardo Lumare, Tommaso Pietrantoni, Viola Pelli.

Hanno scritto, singolarmente e in gruppi, i 15 racconti che danno corpo a La tela digitale. Se siete curiosi date un’occhiata all’indice e scaricate la prefazione di Peppino Piacente, se siete amanti della lettura prenotate una copia del libro. Se invece siete come noi e volete assumervi il dovere di ascolto nei confronti di questi ragazzi e queste ragazze a cui è stata data la parola, questi che seguono sono i primi due racconti che abbiamo sviluppato in forma di audionarrazione (si raggiungono da un QRcode stampato in apertura del libro, ma ci fa piacere condividerli anche qui):

Radici della speranza
Lorenzo Clemente, Filippo Bonciani, Filippo Bronzi

(letto da Caterina Tozzetti)

Il mondo in cui viviamo attraverso la narrazione di Nødder, che ha lasciato il testimone a Wot, per ricordarci che… la bellezza salverà il mondo.

Memorie di una casa
di Cosimo Paoli

(letto da Mariagiovanna Pederzoli)

La piccola Oriana da cui è nata la grande Oriana; e la zia che le ha lasciato una preziosa lezione; e il “fardello” che l’autore (e con lui l’autrice) lascia ai lettori.


L’antologia La tela digitale presentata al Salone del libro di Torino

Il 15 ottobre 2021 al Salone del libro di Torino è stata presentata l’antologia di racconti La tela digitale. A cura di SECOP edizioni, presso lo stand della Regione Puglia, con un intervento del prof. Gianluca Simonetta e della prof.ssa Lorella Rotondi. Ma soprattutto con un inedito racconto a cura dei ragazzi e delle ragazze del progetto RApP che hanno scritto i racconti, e che ancora una volta hanno fatto sentire la loro voce dimostrando la loro autorialità.

Gli studenti e le studentesse della VB (FM) dell’ISIS Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli
Gli studenti e le studentesse della VA (IT) dell’ISIS Gobetti-Volta di Bagno a Ripoli
Peppino Piacente e il prof. Gianluca Simonetta (Università di Firenze)
Peppino Piacente e la prof.ssa Lorella Rotondi (Gobetti-Volta)

42 giovani autori, per usare il lessico di un editore da carta stampata. Ma anche 42 giovani creators, per usare il lessico che l’editore da carta stampata ha cominciato a frequentare da quando ha avviato l’iniziativa Secop Lab, ovvero un laboratorio creativo che dà spazio a giovani studiosi di comunicazione digitale.

Cosa significa creators lo sappiamo tutti. Sono i ragazzi e le ragazze che creano i video su YouTube, le storie su Instagram e tutto ciò che compare online nelle varie piattaforme. Ebbene, il libro di SECOP edizioni che raccoglie i 15 racconti scritti dai ragazzi e dalle ragazze delle scuola secondaria di secondo grado è stato concepito (anche) come una sorta di piattaforma-di-content-creation-a-stampa.

Per postare non si clicca un bottone come sulle piattaforme di social media, ma si riempie comunque un’area di testo: quella del documento su cui hanno scritto i partecipanti al concorso.

È successo poi che altri ragazzi hanno avviato l’iniziativa di svilupparli in forma di audioracconti e allora la piattaforma-di-content-creation-a-stampa è diventata anche una piattaforma-di-conversazione-creativa, aperta al remix e al resto delle operazioni tipiche delle “culture partecipative” di cui parlava Jenkins in uno dei più bei libri di comunicazione degli ultimi anni: Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo.

Se siete arrivati fino a qui siete dei lettori coraggiosi.
Se poi siete studenti/esse o insegnanti e vi è venuta voglia di partecipare, visitate la pagina di presentazione della seconda edizione del concorso e iscrivetevi con la vostra classe.

Vi aspettiamo!


Sei un insegnante?

Vuoi partecipare con la tua classe alla prossima edizione del concorso letterario DIGITale?


Info più dettagliate? Eccole qua!

I riferimenti completi alla raccolta di racconti La tela digitale:

Il sito informativo del progetto RApP:

Il volumetto che racconta alcune delle esperienze RApP:

I due libri a cui si fa riferimento nell’articolo (due dei più bei libri di comunicazione in circolazione):

  • Jenkins H., Purushotma R., Weigel M., Clinton K., Robison A. J. (2010). Culture partecipative e competenze digitali. Media education per il XXI secolo
    [preview online]

Secop Talk | Issue 17 | Partnership per gli obiettivi

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

Il 17esimo, e ultimo, obiettivo dell’Agenda 2030 per uno sviluppo sostenibile afferma di dover rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile, che significa partenariati tra governi e società, collaborazioni inclusive per il raggiungimento di obiettivi condivisi e necessari per l’intero Pianeta.

Ciascun Paese si dovrà, quindi, impegnare nel reindirizzare i propri fondi, investendo nel settore energetico, in infrastrutture e trasporti, informazione e comunicazione, ma soprattutto facendo riferimento ai paesi in via di sviluppo.

Ce ne parla Caterina nella nuova puntata di Secop Talk.

1+1 = MONDO

Durante questi mesi non abbiamo fatto che altro che portarvi con noi nell’approfondimento di temi toccati dall’Agenda 2030.
Come per tutti i percorsi, arriva l’ultimo capitolo, che per noi non significa la fine di un viaggio, ma la conclusione di una prima tappa, alla quale siamo giunti insieme e, ci auguriamo, più consapevoli.
La collaborazione è da sempre fondamentale all’interno di un gruppo, in questo caso di una redazione, e in un periodo storico come quello che stiamo vivendo è, probabilmente, stata ancora più necessaria per la nascita, e riuscita, di questo progetto.
Nonostante le distanze, la collaborazione è stata punto fermo, cardine, nella costruzione di piccoli mattoni di quella che è, e sarà, SecopLAB.

Ed è proprio così, che giungono a conclusione gli obiettivi dell’Agenda 2030.

L’SDG 17 per uno sviluppo sostenibile afferma di dover rafforzare i mezzi di attuazione e rinnovare il partenariato mondiale per lo sviluppo sostenibile, che significa partenariati tra governi e società, collaborazioni inclusive per il raggiungimento di obiettivi condivisi e necessari per l’intero Pianeta.
Ciascun Paese si dovrà impegnare nel reindirizzare i propri fondi, investendo, soprattutto, nei paesi in via di sviluppo, nel settore energetico, in infrastrutture e trasporti, informazione e comunicazione.
Aspirare ad un mondo totalmente equo resta probabilmente utopico, ma la richiesta che quindi viene fatta è di muoversi, quanto più possibile, a sostegno di questa causa a livello locale, nazionale ed internazionale, mettendo al primo posto chi si trova in difficoltà, sensibilizzando ogni singolo cittadino del Mondo e sfruttando l’impegno di tutti per raggiungere un nuovo equilibrio.

Prendendo in considerazione alcuni dati:

  • I fondi per l’assistenza allo sviluppo nel 2014 hanno raggiunto i 135,2 miliardi di dollari, il livello più alto;
  • il 79% delle importazioni da Paesi in via di sviluppo entra nei confini dei paesi sviluppati esenti da dazi;
  • nei Paesi in via di sviluppo, il peso del debito resta a circa il 3% delle entrate legate alle esportazioni;
  • in Africa, il numero degli utenti di Internet e quasi duplicato in quattro anni;
  • Il 30% dei giovani nel mondo sono “nativi digitali” attivi da almeno cinque anni;
  • tuttavia, sono almeno 4 miliardi coloro a non poter usufruire di questo servizio: il 90% risiede in regioni dei Paesi in via di sviluppo

Ma quindi, cosa viene richiesto per raggiungere nuovi traguardi?

Finanza

In ambito finanziario si richiede di aiutare paesi meno agiati ad aumentare la loro capacità fiscale interna, mobilitando risorse economiche, e permettendo di sostenere debiti a lungo termine attraverso finanziamenti, riduzioni e ristrutturazioni del debito, alleggerendone, così, il peso.
Inoltre, lo 0.7% del reddito nazionale lordo di paesi industrializzati dovrà essere destinato in aiuti pubblici per lo sviluppo (APS/RNL), così come i fornitori mondiali di aiuto pubblico, saranno sollecitati a fornire almeno lo 0.20% del loro reddito in APS/RNL a Paesi meno sviluppati.
Il rapporto tra entrate fiscali e Pil è, nel 2018, il 31% a livello globale, con Europa e America del Nord in testa per capacità fiscale interna e riscossione, da parte della Amministrazioni Pubbliche, delle entrate.

In Italia, nel 2019 le entrate delle AP si sono riconosciute nel 42,4% del PIL, una quota in costante crescita anche nell’ultimo anno.Nonostante questo, l’ASP destinato a paesi bisognosi, anche se in aumento, non è abbastanza per i target 2030 previsti: l’Italia si colloca al di sotto del contributo medio del DAC (Comitato per l’Aiuto allo sviluppo).

Tecnologia

Nel 2021, così come per gli anni precedenti, la Tecnologia si conferma risorsa essenziale per garantire un corretto sviluppo. Un vero e proprio diritto umano.
Per questo motivo, l’obiettivo da raggiungere è riuscire a promuovere crescita, scambio e diffusione di tecnologie in tutti quei paesi che al momento si trovano un passo, ma anche due, indietro rispetto a “noi”. 
Ma non solo.
Queste tecnologie, infatti, dovranno agire nel rispetto dell’ambiente e a condizioni favorevoli per il paese che ne usufruirà, rafforzando la cooperazione internazionale e favorendo l’accesso a scoperte scientifiche, innovazioni, permettendo una miglior condivisione di conoscenze, grazie a modalità stabilite e concordate tra i meccanismi già esistenti come le Nazioni Unite.
La trasformazione digitale è alla base dell’evoluzione di un paese, che sia economica o sociale, strumento di informazione, conoscenza o inclusione, deve essere garantita.
Nonostante il rapido progresso degli ultimi anni, è quasi paradossale pensare che solo una percentuale della popolazione riesca ad accedervi.
Possiamo considerare l’Italia un paese abbastanza al “passo con i tempi”: nel 2019 circa il 74,7% delle famiglie disponeva di una connessione a banda larga, così come molte imprese hanno, nello stesso anno, digitalizzato i propri sistemi di gestione.L’ultimo periodo è risultato, però, una fase di stazionamento, con un rallentamento nello sviluppo, ma soprattutto dove ancora si è parlato di divari territoriali, con evidenti dati contrastanti tra settentrione e meridione, ovviamente a svantaggio di quest’ultimo.

Che questi obiettivi siano o meno raggiunti entro il 2030, è ancora difficile da dirsi, nonostante i ritardi siano già evidenti, ma che sia 2030 o 2040 è evidente che abbiamo bisogno di raggiungerli.

Non esiste Futuro se qualcuno viene lasciate indietro.

Non esiste Evoluzione se l’uno continuerà a prevalere sull’altro.

Fonti

Secop Talk | Issue 16 | Pace, giustizia e istituzioni solide

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

Il sedicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 prevede di ridurre in ogni dove ogni forma di violenza e le morti relative ad esse, arrivano alla costituzione di istituzioni nazionali trasparenti, responsabili ed efficaci.

Ne abbiamo parlato nell’articolo di Arianna Modafferri e ne parliamo nella nuova puntata di Secop Talk.

(Non) è un secolo per single: perché siamo sempre più soli?

Se c’è una cosa che la domanda “E la/il fidanzatina/o?” alle cene di famiglia ci ha insegnato è che tutti si aspettano che i giovani si sposino.
Peccato che i giovani deludano questa aspettativa sempre di più: complici la sfiducia nelle istituzioni, il precariato fino a età adulta, la situazione economica di grande crisi che investe Stato e relativi cittadini, il matrimonio resta l’ultimo pensiero per molti. Solo settimana scorsa i cori dalla manifestazione anti DDL ZAN criticavano come le unioni tra due persone dello stesso sesso siano contronatura: possiamo davvero biasimare allora coloro che, sia in Italia che in Europa, scelgono di stare “soli” agli occhi dei più?

Perché il matrimonio non “va”: altre priorità

Spesso viene citato come motivo una presunta “perdita di valori”, ma le ragioni sono ben più gravi: una è sicuramente il costo elevato della vita in due e della non congruenza con quanto si guadagni.                                                                           
Secondo Eurostat il 31% dei giovani italiani nella fascia 20-30 anni nel 2014 era disoccupato e il 75% dei contratti di lavoro che firmavano erano temporanei. 
Secondo gli ultimi dati Istat post Covid la disoccupazione giovanile e il precariato è ora al 30%, in aumento di 1,3 punti rispetto a dicembre 2019. 
La situazione non fa che alimentare una spirale di sfiducia nel mercato del lavoro e nelle istituzioni che non hanno coperto le spalle neanche a chi, una volta perso un lavoro, non lo ha ricercato. 
Anche l’emancipazione è sempre più tardiva per questi motivi: gli studi vengono protratti, i giovani non lasciano casa fino a che non sentono di essere sicuri di potercela fare da soli: quasi il 40% dei giovani tra i 25 e 34 anni continua a vivere coi genitori, nel 1990, in pieni anni d’oro, erano solo il 25%. 
Come abbiamo visto nell’articolo sull’SDG5  “Uguaglianza di genere” c’è un legame tra istruzione e matrimonio: le donne che hanno la possibilità di studiare non si curano del matrimonio fino a studi conclusi, a volte non lo considerano neanche dopo gli studi o dopo aver trovato lavoro.
Dal recente rapporto Almalaurea tuttavia emerge che il tasso di occupazione a un anno dalla laurea si è ridotto rispetto al 2019, specie per il Sud e le donne, occupate secondo Eurostat per il 55,8%. 
Il nostro paese non vede molti fiori d’arancio anche perché i giovani sono spesso costretti a lasciarlo, in cerca di condizioni più favorevoli, sia per lavoro che per legarsi ad una persona. Nel 2018 a prendere questa decisione furono in 86.000.

La situazione matrimoni in Italia

Il Covid ha picconato una situazione già in crisi da anni: prima della pandemia il settore matrimoni aveva un valore pari al 2,5 del PIL nazionale e nel 2019 contava su un business da oltre 65 miliardi. 
Il calo del fatturato durante l’ultimo anno è stato del 70% per le aziende addette al wedding planning e il fatturato è crollato di 20 miliardi, mettendo in difficoltà oltre 560mila addetti. 
Le celebrazioni di matrimoni civili e religiosi intime, con un numero immensamente ridotto rispetto a quello programmato inizialmente, sono comunque avvenute per alcuni. Altri hanno invece rinunciato del tutto.
Questa tendenza è in crescita da qualche decennio: l’anno con più matrimoni celebrati in Italia fu il 1963, con circa 420 mila matrimoni, ma dagli anni 60 siamo passati da 4 milioni, a meno di 1,8 milioni attuali. 
Nel 2012 erano 2,6 milioni i giovani ad avere un coniuge, nel 2017 c’è stato un calo del 24%, il numero è quindi sceso a 2 milioni. 
Se poi ci confrontiamo con gli altri paesi europei e teniamo di conto il tasso di nuzialità (crude marriage rate) notiamo che il rapporto tra numero di matrimoni per mille abitanti è al 3,2 contro la media del 4,3 europea.

La situazione in Europa

La percentuale pari al 3,2 di matrimoni in relazione a 1.000 abitanti italiana è tra le più basse assieme a Slovenia, Lussemburgo e Portogallo, ultimo in classifica con un 3,1.
Nel 2017, i paesi dell’UE con la percentuale più alta furono Lituania e Romania, entrambi stabili a più del 7, seguiti da Cipro, Lettonia e Malta. 
Anche in tutta l’Europa, oltre che naturalmente in Italia, ci si sposa sempre più tardi: secondo i dati Eurostat i paesi in cui si celebrano nozze più tardi sono Svezia, Spagna, Danimarca, mentre ci si sposa prima in Est Europa, in Slovacchia, Polonia, Bulgaria, Lituania e Croazia. 
Esiste un paese in cui la decrescita dei matrimoni è causata da uno squilibrio demografico: alla fine del 2014 in Cina vi erano 33 milioni di uomini in più rispetto alle donne. 
Nel mondo nascono in media 103/107 maschi ogni 100 femmine. Ma in Cina il rapporto medio sulla nascita era di 115,88 a 100.
La situazione è figlia di decenni di politica del figlio unico, una regola imposta dallo Stato: una coppia residente in zona rurale può averne un secondo solo se il primo fosse nato femmina, inizialmente una coppia di città non poteva avere più di un figlio (maschio), dal 2014 una piccola modifica consente di averne un secondo solo se uno tra i genitori è figlio unico. 
Secondo il ministero degli Affari civili cinese, 8,13 milioni di coppie hanno registrato i loro matrimoni nel 2020, un calo del 12% rispetto al 2019. 

Il caso paradossale della Cina

Oggi per i ragazzi cinesi accasarsi risulta quasi impossibile, ci sono troppi uomini e poche donne. Nel 2040 le stime contano di aver circa 44 milioni di “rami nudi” ovvero «uomini-avanzo» o GUANGGUN, come vengono chiamati gli uomini che non troveranno una partner per la vita e che alimentano di conseguenza il traffico delle persone, spesso donne e bambine di altri paesi asiatici rapite e vendute per schiave del sesso. 
Questo fenomeno è il lato opposto di quelle che venivano definite “donne avanzo”.
Oggi le signore senza marito sono signore che hanno studiato, che hanno trovato un lavoro agli apici d’azienda, avanti nella carriera e fiere della propria condizione di autosostentamento, mentre gli uomini avanzo sono spesso uomini delle classi più disagiate e lontani dalle aree sviluppate del Paese, con redditi bassi e basse aspettative di vita. 
Per cercare di spronare i giovani cinesi a sposarsi il Paese organizza servizi di matchmaking in tv ma sono i genitori stessi ad adoperarsi con iniziative come il Tempio del Cielo (incontri a quattro tra suoceri papabili) per combinare i propri figli, anche se il 50% di loro afferma di non avere fretta a legarsi.

Obiettivo 16: promuovere la pace, la giustizia e la cooperazione tra le nazioni

Panoramica generale: Goal #16

Partiamo dal principio: questo obiettivo dell’agenda 2030 ha come protagoniste principali delle tematiche di rilevante importanza internazionale. 
Si parte dalla proposta di riduzione “in ogni dove” di tutte le forme di violenza e conseguentemente i tassi di mortalità ad essa connessa, per arrivare al mirabolante obiettivo della creazione di istituzioni nazionali efficaci, responsabili e trasparenti.
Posta in questa maniera la proposta #16 dell’Agenda si mostra agli occhi di chi legge, di chi poco si addentra nella politica internazionale, come una favoletta dalle sfaccettature giocose, raccontata per cercare di mettere tutti d’accordo del fatto che possa esistere un finale da sogno. Eppure in fondo a questa favola, deve esserci necessariamente una morale. 
Il fatto stesso di proporre, come ulteriore obiettivo da raggiungere, un principio fondamentale come quello che riguarda in primo piano la creazione di un sistema sociale inclusivo, fa riflettere molto su quanto ancora oggi, nel XXI secolo, esistano realtà nelle quali esso sembra più una fantomatica utopia, che una tangibile verità.
La trattazione del Goal #16, ora più che mai, data la drammaticità degli eventi che stanno riguardando il Medio Oriente, appare una straordinaria, sebbene quasi ironica, coincidenza. 

Ma procediamo per gradi.

Il Goal 16 dell’Agenda 2030 designa, come futuri ottimi propositi:

  • la creazione di società pacifiche e pacificanti;
  • la riduzione dei flussi finanziari e la vendita di armi illecite;
  • l’eliminazione di tutti i tipi di violenza, abuso e sfruttamento contro i minori;
  • la realizzazione di forme istituzionali che risultino responsabili (come se dovessero raggiungere la maggiore età) ed efficaci a tutti i livelli;
  • la cooperazione internazionale in merito alla prevenzione del terrorismo e del crimine organizzato;
  • una più ampia fruizione dei servizi connessi al settore giuridico e pertanto l’eliminazione di tutte le forme di corruttela e concussione.

È necessario, tuttavia, in merito a quest’ultimo punto, constatare che tra le istituzioni più affette da questo gravissimo virus, quale appunto la corruzione, vi sono ahimè proprio la magistratura, quella che dovrebbe essere la garante d’eccellenza della giustizia e della parità sociale, e la polizia, anch’essa investita dal gravoso compito di assicurare la sicurezza e l’armonia collettiva. Secondo i dati offerti dal Centro Regionale di Informazioni delle Nazioni Unite, corruzione, concussione, furto ed evasione fiscale costano ai paesi in via di sviluppo ben 1,26 mila miliardi di dollari l’anno. 
Cifra che se fosse utilizzata in maniera differente potrebbe risollevare per ben sei anni, coloro che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno!
Ma sorvoliamo questa ardua questione, per inoltrarci all’interno di un’altra, non meno complessa, tematica: l’obiettivo 16 propone come già precedentemente citato, il principio fondamentale riguardante la cessazione di tutte le forme di violenza, di abuso, di sfruttamento, entro un’ottica che inquadra in primo piano gli atti di maltrattamento sui minori. 

Focalizziamoci su una specifica forma di violenza, quella minorile, per poi addentrarci nella gravissima situazione che sta riguardando in primo piano l’oriente, ma che in un certo qual modo tocca anche il resto del mondo occidentale.  

Focus sullo sfruttamento minorile 

Secondo un rapporto di Save the Children sono ben 152 milioni di minori, di età compresa tra i 5 e i 17 anni, le vittime di sfruttamento lavorativo, di cui quasi la metà, costituita da circa 73 milioni di bambini, sono costretti a svolgere lavori duri e pericolosi che ne mettono a rischio la salute fisica e psicologica e la sicurezza personale .

Sebbene questo obiettivo rientri tra quelli principali proposti dall’Agenda 2030, ancora oggi, la situazione sembra essere ben lontana dal totale raggiungimento. In molti paesi in via di sviluppo, quali Africa, Nigeria, Ciad, Mali, Guinea Bissau, si regista un tasso di ben il 50% di coinvolgimento lavorativo, di ragazzini che non superano i 18 anni di età. 
Focalizzando l’attenzione sui paesi colpiti dai conflitti armati, questa percentuale, già drammaticamente alta, raggiunge un tasso elevatissimo: il 77% dei bambini che vivono in queste regioni martoriate dalla guerra, subiscono condizioni ancora peggiori di sfruttamento lavorativo, al quale si aggiunge anche l’atroce fattore della schiavitù sessuale. 
Non è dunque un caso, il fatto che l’Agenda si proponga come punto di arrivo la cessazione di questo tipo di maltrattamenti, sebbene si tratti di una strada molto articolata e a suo modo complessa da percorrere.

Cessazione di ogni forma di violenza: e il Medio Oriente?

Riallacciandomi al punto numero 16.2 del Goal, nel quale si fa esplicito riferimento alla cessazione di ogni forma di violenza, mi preme focalizzarmi su una questione che sembra in realtà capovolgere in maniera irreversibile questi buoni propositi. 
Appare quasi d’obbligo soffermarsi, infatti, a mio avviso, su di un argomento che in questi ultimi giorni sta scuotendo il panorama orientale e non solo: le tensioni crescenti tra le autorità palestinesi e quelle israeliane. 
Sebbene non sia contesto adatto per una trattazione approfondita della tematica, è doveroso fare un breve riferimento a tale situazione, che sembra annullare la prospettiva di una definitiva attuazione di una delle proposte dell’Agenda. 
Prendendo atto del fatto che la questione politica, che riguarda da un lato la Palestina del governatore Maḥmūd ʿAbbās e dall’altro l’Israele guidato da Benjamin Netanyahu, abbia origini recondite, la lotta civile tra le due parti si spinge ben oltre il puro scopo di danneggiamento politico e militare. Gli effetti e le conseguenze di queste offese reciproche, infatti, interessano prevalentemente la popolazione locale. 
Quella riduzione della violenza che l’Agenda si propone di attuare in “ogni dove”, riguarda esattamente questo tipo di ingiustificabile sopraffazione politica, nei confronti dei cittadini delle singole parti. 
Donne, uomini, anziani, ma soprattutto bambini. Sono queste le vittime delle atrocità di questa straziante guerra. Circa 60 bambini, al di sotto dei 18 anni, sono stati uccisi in pochissimi giorni dalla ferocia dei governi nemici. E i numeri sono inevitabilmente destinati a crescere. 
In questo caso, ci si aspetta che il Goal 16 venga preso in considerazione in tutti i suoi aspetti, dalla cooperazione internazionale, fino al definitivo “Cessate la violenza”, che risuona nelle menti dei cittadini palestinesi ed israeliani ed oramai anche nel resto della popolazione mondiale. 

Altrimenti questa sensazionale favola, chiamata Agenda 2030, a quali bambini verrà raccontata?

Fonti

Secop Talk | Issue 15 | La vita sulla terra

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

A causa delle attività umane e del cambiamento climatico, ogni anno spariscono circa 13 milioni di ettari boschivi, 1/3 delle specie animali è a rischio estinzione e il 50% del suolo agricolo mondiale è degradato dall’inquinamento, dal sovra sfruttamento e dalla desertificazione. 
È bene ricordare che gli ambienti naturali, con la loro biodiversità, contribuiscono alla riduzione della povertà garantendo la salute e la sicurezza alimentare, rendendo disponibili acqua e aria pulite, immagazzinando le emissioni di CO2 e fornendo una base allo sviluppo ecologico.

Per questo motivo il 15esimo obiettivo dell’agenda 2030 mira a proteggere, ripristinare e salvaguardare gli ecosistemi terrestri e la loro biodiversità, promuovendo l’uso sostenibile delle foreste, contrastando la desertificazione, arrestando e facendo retrocedere il degrado del suolo.

Ne abbiamo parlato nell’articolo di Matteo Cappelli, Goal #15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre e ne parliamo oggi con Caterina in una nuova puntata di Secop Talk.

Ecoinnovazioni: le tecnologia al servizio dell’ambiente

Ecoinnovazioni: cosa sono?

“L’ecoinnovazione è qualsiasi innovazione (nuove tecnologie, prodotti, processi o servizi) in grado di contribuire alla tutela ambientale o a un utilizzo più efficiente delle risorse.”

Così la Commissione Europea definisce l’ecoinnovazione, sottolineando come sia un punto fondamentale per la lotta al cambiamento climatico. È inoltre un’importante opportunità di crescita per i paesi, che possono generare nuovi posti di lavoro. L’ecoinnovazione comprende tutte quelle forme tecnologiche e non, nuovi prodotti o servizi, nuovi sistemi di gestione aziendale, che hanno lo scopo di portare benefici per l’ambiente. Per fare questo tendono a ridurre l’impatto che l’umanità ha sulla natura o a ottimizzare l’uso delle risorse. Tra alcuni esempi c’è il confezionamento più efficiente degli alimenti e produzione di materiali a partire da rifiuti riciclati. Abbiamo parlato in un altro articolo delle sponge cities, un progetto molto ambizioso per ristruttura completamente le nostre città all’insegna della sostenibilità. L’ecoinnovazione è molto importante perché potrebbe cambiare il nostro modo di utilizzare le risorse naturali e i modelli attuali di produzione e consumo. Per evitare di distruggere del tutto la vita sulla Terra, tali innovazioni sono necessarie per una tecnologia più rispettosa dell’ambiente.

L’ecoinnovazione inoltre permetterebbe alle aziende di non rinunciare alla competitività riducendo il proprio impatto sull’ambiente. Il concetto di ecoinnovazione, infatti, è un sottoinsieme dell’innovazione ambientale: si verifica “se e solo se quando a un minore impatto ambientale della produzione risulta un miglioramento nelle performance economiche delle imprese innovative”.

Per fare un albero ci vuole… un drone

Secondo la rivista Nature, gli alberi sono un’ottima soluzione per ridurre le emissioni di CO2 nocive per l’atmosfera. Gli alberi inoltre possono aiutare notevolmente nel non far innalzare la temperatura del pianeta: gli scienziati prevedono un innalzamento di 1.5 gradi Celsius entro il 2050. Sempre secondo la rivista, tuttavia, ogni anno sul nostro pianeta 15 miliardi di alberi sono vittime delle deforestazione: a prendere il loro posto sono solo 9 miliardi. Ogni anno perdiamo quindi 6 miliardi di alberi. Non è difficile intuire che di questo passo non si può continuare.

La deforestazione viene spesso praticata per lasciare spazio a coltivazioni agricole intensive. Chi vorrebbe ripiantare gli alberi che sono stati abbattuti parte da una posizione di evidente svantaggio: ci vogliono anni per far crescere un albero, ma poche ore per abbatterne centinaia. Un altro problema è inoltre il fatto che ci vorrebbero migliaia di persone per ricoprire una vasta area e arrivare a piantare un numero sufficiente di alberi. Per non parlare delle risorse economiche. A tutto questo una società britannica, la BioCarbon Engineering, insieme alla casa produttrice di droni Parrot, ha inventato un drone che pianta i semi. Il drone sorvolerebbe la zona con in tasca i semi, rilasciandone uno al secondo. Un solo drone sarebbe capace di piantare 100 mila semi al giorno, raggiugendo anche quelle aree che sono difficili da raggiungere per l’uomo. Il drone sarebbe inoltre più veloce, può ricoprire più terreno e ha costi ridotti. 

Anche in Canada una start up, Flash Forest, ha avuto la stessa idea. Nata nel 2019, è riuscita a realizzare un prototipo funzionante di drone che può piantare dai 10 mila ai 20 mila semi al giorno: lo scopo è di migliorare i droni fino ad arrivare a 100 mila semi al giorno. I droni sorvolano l’area interessata e la mappano, individuando così i luoghi migliori per la semina. I baccelli che saranno fatti cadere sono particolari: la start up, prevedendo l’innalzamento delle temperature, li ha progettati per immagazzinare meglio l’umidità. I semi piantati vengono poi supervisionati e monitorati, per accertarsi della loro crescita. 

Altre innovazioni dal mondo

La cosiddetta “acqua secca” è ormai una sostanza entrata anche nel dibattito pubblico. L’Università di Liverpool ha trovato una tecnologia capace di assorbire la CO2. È uno sostanza che si presenta sotto forma di polvere (da qui il nome “acqua secca”) composta al 95% da acqua. Le particelle di questa polvere sono ricoperte da silicio, che impedisce alla gocce di tornare allo stato liquido. In questo modo l’acqua secca può assorbire gas come la CO2. Si è parlato di un vero e proprio stoccaggio della CO2: una volta che possiamo “catturarla” sembrerebbe il passaggio più logico per ridurne notevolmente la presenza nell’atmosfera. Tuttavia la comunità scientifica è scettica al riguardo: si teme di mettere a repentaglio le generazioni future non sapendo dove potrebbe portarci una soluzione del genere. Comunque per ora a Liverpool si continua con lo studio di questa nuova sostanza, in particolare come carburante sperimentale per le auto elettriche.

Un altro importante traguardo potrebbe essere raggiunto in Brasile, da un gruppo di ricercatori guidato da Fernando Galembeck, dell’Università di Campinas. Il gruppo ha l’obiettivo di trovare un modo per sfruttare l’energia elettrica di cui l’atmosfera è carica. Per fare ciò hanno dimostrato quella che prima era una semplice ipotesi: le particelle d’acqua nell’atmosfera sono elettricamente cariche e non neutre come si credeva in precedenza. Si potrebbe quindi utilizzare, secondo i ricercatori, dei pannelli, simili a quelli fotovoltaici per assorbire la luce del Sole, per assorbire questa elettricità e riutilizzarla: stanno infatti studiando quale potrebbe essere il modo più indicato per costruire i collettori. Infine riducendo le particelle cariche si ridurrebbero i fulmini e i loro danni.

Fonti

Per approfondire

Life on Land

Goal #15: Proteggere, ripristinare e favorire un uso sostenibile dell’ecosistema terrestre

Il Goal ha l’obiettivo di proteggere, ripristinare e salvaguardare gli ecosistemi terrestri e la loro biodiversità, promuovere l’uso sostenibile delle foreste, contrastare la desertificazione, arrestare e far retrocedere il degrado del suolo. Interessa l’intero pianeta, colpito in ogni sua parte da diverse forme di degrado dell’ambiente e del territorio.
Gli ecosistemi con il loro equilibrio dinamico garantiscono l’aria pulita producendo ossigeno e riducendo le emissioni di anidride carbonica e degli inquinanti, contribuiscono al ciclo dell’acqua e delle sostanze, assicurano uno sviluppo economico sostenibile.
Gli ambienti naturali con la loro biodiversità contribuiscono alla riduzione della povertà garantendo la salute e la sicurezza alimentare, mettendo a disposizione acqua e aria pulite, immagazzinando le emissioni di CO2 e fornendo una base allo sviluppo ecologico.
A causa delle attività umane e del cambiamento climatico, ogni anno spariscono 13 milioni di ettari boschivi, 1/3 delle specie animali è in pericolo di estinzione e il 50% del suolo agricolo a livello mondiale è degradato dall’inquinamento, dal sovra sfruttamento e dalla desertificazione. 

Nel contesto italiano, i progressi sono monitorati principalmente nel campo della protezione degli ambienti naturali e nel contrasto al degrado del territorio e alla perdita di biodiversità. In Italia, secondo il Rapporto ISTAT 2020, il 30% del territorio è coperto da boschi la cui estensione è in aumento (+0,6%) così come la loro densità in termini di biomassa (da 95 a 111 t/ha). La crescita delle aree forestali è positiva in termini di aumento; l’assorbimento del carbonio, comporta tuttavia rischi di degrado, essendo in gran parte il risultato spontaneo dell’abbandono di aree agricole marginali e di una crescente sottoutilizzazione delle risorse forestali con conseguente trasferimento all’estero di parte della pressione generata dalla domanda interna di legno e derivati.
Il consumo di suolo continua ad aumentare (circa 48 km2 di nuove superfici asfaltate o cementificate nel corso del 2018) ; il 7,6% del territorio è coperto da superfici artificiali impermeabili e il 40% presenta un elevato grado di frammentazione, deleterio per la funzionalità ecologica. Molto critica è la situazione della biodiversità: nel nostro Paese sono a rischio di estinzione oltre il 30% delle specie di Vertebrati e circa il 20% delle specie di Insetti classificate nelle Liste rosse italiane delle specie minacciate, mentre continua a crescere la presenza di specie alloctone invasive (in media, più di 11 nuove specie introdotte ogni anno, dal 2000 al 2017).

Occorre dirigersi fortemente verso un drastico cambiamento. L’approccio che abbiamo nei confronti dello sfruttamento delle risorse ambientali ed energetiche deve essere rivoluzionato.

Green Washing

Oggi vi parlerò di coloro che dichiarano di lavorare per effettuare questo cambiamento e salvaguardare l’ambiente, ma che, in realtà, continuano a portare avanti le loro politiche economiche.
Uno dei fenomeni che in questo periodo si sta diffondendo maggiormente, e che va in netta contrapposizione con la necessità di trasformare il nostro approccio al mondo e alle risorse ambientali, è il Greenwashing.
Il greenwashing è una strategia di comunicazione adottata da un brand che si dichiara rispettosa dei principi della sostenibilità ambientale, non accompagnando le parole ad iniziative concrete e tangibili.
In altre parole, il brand che fa greenwashing si attribuisce meriti che non ha nella lotta alle problematiche ambientali, ponendosi come unico fine il godimento dei benefici legati alle etichette bio, eco, green, presso l’opinione pubblica e i media.

Questo fenomeno è tra i più importanti nemici degli obiettivi dell’Agenda 2030.

Il Caso Eni

Eni è una delle aziende risultata colpevole di greenwashing

Greenpeace negli ultimi giorni si è fatta portavoce di una battaglia, contro le politiche portate avanti dalla multinazionale energetica, denominata #LeBugiediEni. Alcuni membri dell’organizzazione fondata a Vancouver, hanno preso posizione di fronte al quartier generale a Roma di Eni, alla vigilia dell’assemblea dei soci. Gli attivisti in kayak hanno aperto degli striscioni mentre nel laghetto all’Eur di fronte alla sede di Eni è stata collocata la riproduzione galleggiante di un iceberg che si scioglie, per rappresentare, viene spiegato, “i drammatici impatti dell’emergenza climatica”.

In questa analisi di Greenpeace, emergono alcune delle politiche portate avanti da Eni, che sono in netta contrapposizione con l’immagine “green” che l’azienda ha dipinto tramite la proprie campagne di comunicazione.Il titolo del Piano che Eni ha presentato parla di completa decarbonizzazione al 2050 (con maggior precisione: emissioni nette 0 al 2050). Obiettivo interessante, se non fosse che in realtà l’azienda prevede di abbattere il 75% delle proprie emissioni di CO2 dopo il 2030, per tagliare solamente il 25% entro il 2030. Ignorando quanto sostiene da tempo la comunità scientifica, ovvero che il decennio 2020-2030 è quello in cui dobbiamo concentrare i massimi sforzi di decarbonizzazione. E negli anni che ormai ci restano fino al 2030, così decisivi per le sorti del Pianeta, Eni che fa? Anche in questo nuovo piano prevede di aumentare l’estrazione di gas, e di continuare a estrarre petrolio: due fonti responsabili dell’emergenza climatica.

Greenpeace Italy activists take action against the oil drilling platform Prezioso, off the coast of Sicily.

Il caso Eni è solo uno dei tanti. 

L’unica soluzione di cui dobbiamo prendere atto è cambiare il paradigma che finora ha guidato la gestione energetica, che si basa esclusivamente su parametri meramente economici.

Le soluzioni giuste devono essere prese immediatamente. Non si può più posporre il tema della transizione ecologica. L’ abbandono dei correnti metodi di produzione di energia basati sui combustibili fossili devono essere abbandonati. Le energie rinnovabili devono essere al centro di questa transizione. Tutti dobbiamo contribuire a cambiare il paradigma attuale. 

L’alternativa si chiama estinzione.

Green Hopes Gaza

In questi giorni stiamo vivendo la tragedia dell’acceso conflitto presente ormai storico tra Palestina e Israele.
In contrasto con questa terribile situazione da alcuni anni è nata nella zona della Striscia di Gaza, dall’ONG A.C.S. Italia, l’iniziativa Green Hopes Gaza volta alla riqualificazione di un’ampia area, diventata una discarica dopo gli ultimi conflitti del 2014. 

A man pulls his luggage while passing the rubble of a destroyed building which was hit by Israeli airstrikes, in Gaza City, Wednesday, May 12, 2021. (AP Photo/Adel Hana)

Green Hopes Gaza è un progetto di riqualifica sociale ed ambientale delle aree nel nord della Striscia sommerse dai rifiuti. A.C.S. con la comunità locale dei quartieri di Al Nada, Al Isba e Al Awda ha ridisegnato lo spazio pubblico attraverso un processo partecipativo che ha condotto alla realizzazione di orti urbani, una serra didattica, un centro multifunzionale, campi dedicati a delle attività sportive e spazi per bambini e giovani, infrastrutture e servizi di supporto psicologico.

Secondo l’analisi del Ministero dei lavori pubblici e dell’edilizia abitativa (MPWH) le condizioni socioeconomiche dei residenti di Al Nada, Al Awada e Al Isba, rientrano nelle categorie di “Reddito basso” (reddito familiare medio di 430 €). al mese) e “Under Poverty Line” (reddito di soli 120 € al mese). 

Secondo la Banca Mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile a Gaza è il più alto del mondo.
Dal punto di vista urbano, ambientale e sociale, le opinioni dei distretti menzionati sono desolanti. L’Università Al Azhar ha sviluppato un “test di ansia di insicurezza”, che mostra che quasi il 100% delle donne nell’area di intervento soffre di disturbi d’ansia causati dalla paura di una nuova offensiva, il 43% da una media di PTSD e il 33% da un livello serio.

L’area di bonifica si affaccia sul complesso edilizio popolare di Al Nada attualmente in fase di ricostruzione da parte dell’AICS (Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo), fondi di aiuto. Quest’area, attualmente inutilizzata, secondo il layout di MPWH è destinata al verde pubblico.

La rivitalizzazione dell’area verde e delle comunità residenti, con la messa in rete di diverse realtà e associazioni nell’area, consentirà il lancio di nuovi processi ricreativi sociali ed economici che dovrebbero consolidarsi a medio e lungo termine. In prospettiva, è previsto che in una seconda fase del progetto si provveda al rafforzamento di start-up e delle micro, piccole e medie imprese locali.

L’iniziativa è di fondamentale importanza proprio perché mira a riqualificare una zona che, a causa delle passate devastazioni necessita, forse più di altre, di un supporto sociale e ambientale. L’esempio di questa iniziativa ci aiuta comprendere quanto sia importante mirare ad un clima di stabilità, nelle zone riqualificate, che possa permettere una sana ripresa.

Purtroppo, però, gli episodi di questi giorni rischiano di spazzare via anni di impegno e di sforzi fatti in funzione di una vita e un ambiente più sano. Questa iniziativa nasce come un fiore nel cemento, che stenta a sopravvivere perché nel mezzo di un terreno arido e privo di umanità, ma con tenacia cresce e si oppone determinato a chiunque voglia sopraffarlo.