Muoio tutte le notti ma rinasco creativamente ogni giorno

Sono sdraiato, inerme, penso che non sarebbe dovuta finire così e che sono troppo giovane per andarmene, non mi do pace, penso ai miei genitori e ai miei amici e provo incessantemente a uscire fuori da una situazione spinosa ma non riesco, sto morendo ancora una volta, esalo l’ultimo respiro e mi sveglio. People è anche racconti di vita e oggi vi racconterò una mia peculiarità un po’ curiosa ma che comunque potrebbe essere condivisibile da chi come me viaggia talmente veloce nell’arco della giornata da non spegnere mai il cervello. Finiscono sempre così le mie nottate, si tutti i giorni muoio nei sogni, cambia solo il come, che io ricordi la maggior parte delle volte vengo sparato, vedo una luce bianca e mi sveglio, altre volte quando sopravvivo agli spari muoio per fenomeni naturali, uragani? Pochi, terremoti? Frequenti, tsunami? Ultimamente spesso, mi è capitato anche di essere inseguito da donne giganti infuocate, cosa che potremmo decisamente definire come un esperienza tutt’altro che rilassante. Sono arrivato al punto però di godermi il viaggio e prendendo lentamente coscienza del fatto che probabilmente non mi salverò mai, ho deciso di sfruttare a pieno, artisticamente parlando, ogni sogno. A tempo perso infatti, mi dedico alla scrittura di sceneggiature e ( raramente, solo se la mia psiche lo richiede) libri, allora mi sono chiesto, perché non utilizzare tutto il potenziale creativo e artistico dei sogni? anche perché ragionandoci a fondo, aumenterebbe in maniera esponenziale la mia efficienza che già fa a botte con la mia indole poco propensa all’organizzazione. Fa strano pensare ai miei anni passati all’insegna dell’insonnia, da ragazzino, soprattutto alle superiori, non amavo dormire, il che mi ha creato non pochi problemi, ora ho fatto dei passi avanti dal punto di vista del sonno, ma come ne ‘ La recherche du temps perdu ‘ di Proust non basterebbero trenta pagine per spiegare i vari tormenti che precedono il momento in cui mi addormento, mi giro e mi rigiro come se fossi un burrito finché stremato non chiudo gli occhi e mi abbandono tra le braccia di morfeo. Il tormento da tre anni e undici mesi fa parte di me, prima come una vera e propria malattia, poi facendo di necessità virtù forse qualcosa di positivo, chissà che non sia lo stesso tormento, dato da alcune esperienze traumatiche che mi abbia spinto a fare questi viaggi fantastici che culminano con la mia paura più grande, molto probabilmente si, forse inconsciamente ho deciso di affrontare i miei mostri in una realtà intangibile, anche solo per farli stancare un po’ per permettermi di vivere più serenamente nel mondo reale, un po’ come un peso massimo che lavora ai fianchi l’avversario per farlo spompare in vista degli ultimi round. E pensare che quando la mia vita cambiò nel luglio del 2018, in maniera completamente inconscia feci esattamente l’opposto, ovvero dormire per non vivere a contatto con i demoni che avevo da sveglio e non sapevo che l’unica cura sarebbe stata il tempo. Chissà se la depressione di un uomo può effettivamente stimolarne la creatività anche solo per necessità o per istinto di sopravvivenza (questo lo tratteremo in un People futuro magari) e chissà se un giorno rileggendo questo piccolo racconto di vita potrò dire di aver davvero capito come funziona la mia testa nel bene e nel male. Una cosa l’ho capita però nei sogni mi preoccupo sempre di salvare gli altri senza mai riuscire a salvare me stesso, allora sapete che vi dico? spero davvero di aiutare qualcuno, anche solo in piccolo, con un testo del genere, perché so anche che senza quel tormento non farei questi sogni che, per quanto bizzarri, mi portano a scrivere storie, ché per quanto bizzarre, mi portano a condividere con chi legge People aspetti intimi della mia vita. Poche cose al mondo mi danno la possibilità di sentirmi così leggero, attivo e lontano dal tedio come mettere per iscritto dei racconti, insomma per dirlo in parole povere quando creo qualcosa di positivo da un esperienza negativa mi sento bello, bello come il sole. Dunque oggi sono qui, ché scrivo questo piccolo racconto personale con l’intento di provare anche solo a incuriosirvi, più tardi dormirò, morirò e rinascerò ancora, un po’ come il sole ogni giorno.

8:46 di Dave Chappelle è lo spettacolo che non sapevi di dover guardare

culture 04

Chi è Dave Chappelle?

Dave Kharl Webber Chappelle è uno stand-up comedian e attore statunitense, annoverato dalla critica come forse il più grande comico di tutti i tempi. Dave, nato a Washington DC il 24 agosto 1973 cominciò la sua carriera giovanissimo, infatti dopo aver passato l’adolescenza in Maryland si trasferisce a new York appena diciannovenne dove entrò in contatto con la vera classe di comici che aveva sempre seguito sin da bambino. Negli anni Dave è diventato celebre sia sui palchi sia grazie al Chappelle show, prodotto da Comedy Central  considerato uno dei must della comicità americana. Comedy Central con cui ebbe grandi attriti (per via sia della libertà di espressione sia di un contratto molto sconveniente firmato in condizioni disperate dal comico), prima di abbandonare sia il network sia il programma rifiutando milioni di dollari e trasferendosi in africa apparendo solo in spettacoli liberi o concerti ( Celebre la sua apparizione durante la performance di Kendrick Lamar ai Grammy del 2018,dove il rapper americano offrì una messa in scena estremamente politica e affascinante) . Un decennio dopo Chappelle torna a lavorare sui palchi e con il pubblico, firmando una serie di speciali con Netflix che hanno conquistato la critica mondiale.


La Location, il Wirrig Pavillion 

Il Wirrig Pavilion a Yellow Springs, Ohio è una bellissima abitazione divenuta famosa negli anni come spazio eventi,sia di natura pubblica sia di natura privata. Riconoscibile dai suoi spazi aperti e dalle travi in legno, non solo si immerge perfettamente nell’ambiente circostante ma dona anche a cerimonie ed eventi una sensazione di tranquillità ed empatia. A parer mio il luogo eleva ancora di più lo spettacolo unendo Dave e il pubblico in un’atmosfera quasi familiare. Chappelle difatti è un cittadino della stessa Yellow Springs, comunità che lo vede come una vera e propria istituzione anche per le sue numerose iniziative.


Perché 8:46? 

Il nome dell’evento deriva dagli 8 minuti e 46 secondi per cui il poliziotto Derek Chauvin rimase in ginocchio sul collo di George Floyd prima di ucciderlo. 8:46 è anche l’ora di nascita di Dave Chappelle. Il live show in questione è stato il primo evento dal vivo (nel Nord America)  durante la pandemia, contò 100 spettatori selezionati dotati di mascherina, sottoposti a tampone e distanziati nel giardino fronte alla struttura, il palco venne montato esattamente davanti al porticato, il tutto rese lo spettacolo estremamente intimo anche a livello visivo per chi come me non ha avuto la possibilità di partecipare. L’artista racconta in maniera estremamente sentita e dettagliata gli ultimi attimi di Floyd facendo anche riferimento al fatto che proprio in punto di morte abbia cercato la madre, una scena estremamente forte e vivida che ha fermato completamente un mondo che già per via della pandemia, si muoveva molto lentamente. Dopo un intenso sfogo sulla storia degli omicidi razziali negli USA e svariate critiche ai media, Chappelle esprime grande sostegno nelle nuove leve che combattono qualsiasi tipo di battaglie sociali tessendone le lodi e facendo notare come le loro azioni possano effettivamente cambiare le cose. Un altro momento estremamente toccante è il suo ricordo riguardante Kobe Bryant e la figlia Gianna tragicamente scomparsi in un incidente in elicottero il 26 gennaio dello stesso anno a Calabasas, California. Tra gli aneddoti Dave spiega come 24 e 8 (i numeri vestiti dal ‘Black Mamba’ Kobe Bryant con la maglia dei Los Angeles Lakers per vent’anni) siano anche la data di nascita dello stesso artista. Per tutta la durata dello spettacolo ( circa 25 minuti ) Dave Chappelle fa respirare e vivere tutta l’intensità di un padre che soffre e che teme per la propria famiglia e nonostante la natura dell’artista (  non mancano comunque brevi momenti di ilarità) lo show è tutt’altro che comico bensì si avvicina più a un abbraccio collettivo il che rende 8:46 un ‘must watch’ non solo per le tematiche sociali trattate ma per come un uomo che ha dedicato la propria vita a far ridere la gente, si sia fermato e abbia raccontato con vivida passione un momento che il mondo non può e non deve dimenticare. Lo show fu su invito e non ci fu alcun lucro, tutte le donazioni e i ricavi furono devoluti alla EJI (Equal Justice Initiative).

“I giovani non leggono più”

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I giovani non leggono più

Quante volte vi è capitato di sentire queste parole fugaci e così nette? Troppe.

Ma avete mai provato ad indagare se la situazione stia davvero così, se si può fare qualcosa per migliorarla? Oppure semplicemente il mondo non è più come era prima, ai tempi giovanili di genitori e nonni. Sì che allora si leggeva…

Non passa giorno senza che vengano snocciolate profezie catastrofiche sui giovani incapaci di leggere, sempre più distratti e svogliati. I dati che abbiamo a disposizione sono molti, vediamoli un po’.


Quanto e come si legge oggi?

Ad oggi, secondo le ricerche condotte dal Centro per il libro e la lettura (CEPELL) e dall’Associazione Italiana Editori (AIE), presentate al Salone internazionale del Libro di Torino 2021, gli italiani di età tra 15 e 75 anni che in un anno hanno letto almeno parzialmente un libro cartaceo o digitale, o un audiolibro sono il 56%. Quasi metà del paese non legge. Notare che le statistiche considerano anche gli audiolibri, che non sono propriamente delle letture, ma degli ascolti, quindi sono molto diversi in termini di impegno visivo e di attenzione “mentale”.

Altro dato piuttosto interessante è che chi legge da tempo, in questi tempi lo fa ancora di più, mentre chi non leggeva già prima, continua a non farlo. Abbiamo sempre di più una Ferrari nuova di zecca affiancata a un’utilitaria ormai fuori produzione con migliaia di chilometri sulle spalle. Risultato? Con il trascorrere del tempo la differenza di velocità non può che incrementare sempre di più il divario tra i mezzi.

Guardando bene, però c’è da dire che ci sono tantissimi fattori che influenzano i dati: i principali sono l’area geografica di provenienza, titolo di studio, di reddito, di genere e l’età. Non tutti hanno la stessa facilità di approcciarsi a leggere, la percezione che nei decenni scorsi si leggesse “di più” è distorta dalla condizione sociale: leggere non valeva per tutti neanche in passato. 

Sezionando i dati contemporanei per in una fascia ancora più giovane, tra gli 11 e i 14 scopriamo dall’Istat (2017) che il 12,7 % è un lettore forte, cioè legge più di un libro al mese, quindi non è proprio vero che nessuno legge, è vero però che questi ragazzi nella gran parte dei casi leggono perché lo fanno anche i genitori. Nelle altre fasce di età i lettori forti sono tra gli adulti e i più maturi: il 16,5% di chi ha tra 55 e 64 anni e il 17,4% tra gli over 65.


Dati dal mondo e cosa fare per migliorare?

Se sfogliamo i dati più generali a livello mondiale, in Europa spiccano Norvegia e Francia come i paesi con maggiore interesse verso la lettura e soprattutto quella cartacea. I francesi che dichiarano di aver letto un libro sono il 92% (dati 2018, Centre National du Livre e Ipsos), i norvegesi 9 su 10 (dati 2015 Ipsos MMI). Se puntiamo alla lettura digitale, il Canada (2019) è il paese che registra più lettori. In praticamente tutti i contesti rilevati risulta che le donne e le ragazze sono le più interessate ai libri.

Una frase come “I giovani non leggono più” da cui siamo partiti è piuttosto semplicistica e merita di essere approfondita. Abbiamo appena visto infatti che la questione della non lettura non riguarda solo i giovani, ma una fascia di popolazione piuttosto ampia. Se la vogliamo mettere proprio in questi termini sono forse “le persone” che non leggono. Chiaramente però i giovani saranno gli adulti più maturi del domani ed è importantissimo che le nuove generazioni siano abili sia con la lettura che con le nuove tecnologie.

In realtà, oggi, con Internet tutti noi leggiamo più di prima, infatti siamo circondati da molti più testi rispetto al passato. Leggiamo pubblicità, post sui social, storie, pagine a cui arriviamo tramite link e molto altro. Ci troviamo davanti tanti spezzoni, però sempre meno testi lunghi e articolati come un libro tradizionale, da leggere filato.

In questo articolo escludiamo i libri ideati appositamente per lo studio, i manuali, ma ci riferiamo principalmente a testi come saggi, romanzi, biografie, raccolte di poesie, fumetti e non solo. Prodotti sia culturali che di intrattenimento.

Ma allora come possiamo fare in modo che il pubblico, soprattutto giovane, si avvicini di più alla lettura? Come possiamo sviluppare delle abitudini praticabili davvero da tutti?

Forzare qualcuno a leggere è evidente che sia una strategia che può essere controproducente, d’altro canto però può sviluppare l’attitudine alla disciplina, una dote che aiuta nelle attività di tutti i giorni, anche in quelle più spicce.

Oggi però è veramente difficile rispettare una regola rigida, semplicemente perché gli stimoli con cui siamo a contatto quotidianamente sono fin troppi, a differenza di qualche decennio fa, dove ci si trovava alle prese esattamente con il problema opposto.

  • Non è mai tardi per iniziare

Una cosa che aiuta molto è iniziare a leggere sin dalla più tenera età, molto banale a dirsi, ma ben più complesso da mettere in pratica. Un bimbo non fa tutto da solo, ha bisogno di buone guide e di motivazioni veramente forti per abbandonare qualche ora di gioco. Se non siamo riusciti ad appassionarci da piccoli non vuol dire affatto che dopo sia tardi, c’è sempre un momento per scoprire la lettura, anche se si è già un po’ cresciuti. L’importante è partire, poi piano piano tutto verrà da sé.

  • Approfittate di un tema che vi piace! (Vale tutto)

Tutti hanno qualcosa verso cui provano interesse, non si scappa. Trovare un argomento che attrae apre delle strade inaspettate. Chissà in quanti hanno scoperto una passione imprevista mentre erano intenti a fare cose ritenute leggere. Provare passione per il calcio, i supereroi o la moda non è una cosa da condannare! Spesso invece ci sentiamo quasi in colpa nel parlare di temi “futili”. Magari mentre proviamo a leggere la biografia di uno sportivo che ci attrae possiamo trovare un riferimento a un poeta e così potremmo interessarci e capire di più su questo sconosciuto, e così via. Diamo vita a una catena fatta di tanti anelli che si aggiungono a poco a poco.

  • Il potere di una gara

Cosa può esserci di più stimolante di una gara, accompagnata da un una bella ricompensa? Trasformare la lettura in una competizione è un’idea interessante e allontana in un angolo lo spettro sempre più minaccioso della solitudine. In fondo, bastano solo due persone (o gruppi) e un testo per fare una sfida (una challenge) di conoscenza e creatività. Chiaramente è inutile contare quanto si legge, ma quanto si riesce a comprendere.

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  • Dal film o dalla serie al libro

Uno strumento potentissimo sono le altre forme di rappresentazione come ad esempio i film. Tantissime pellicole nascono da dei libri. Quindi, se il film ti ha fatto impazzire, perchè non provare a leggere anche il libro? Tra i titoli nati da libri ci sono ad esempio Forrest Gump, Chiamami col tuo nome, Shrek, La Regina degli Scacchi, Bridgerton, Insomma, ci sono proposte di ogni genere. Non trascurate poi i fumetti che hanno ispirato gli eroi cinematografici di grande successo, soprattutto in questi ultimi anni.

Adesso abbiamo un quadro più chiaro della situazione legata alla lettura e alle innegabili difficoltà che si incontrano nell’avvicinarsi a testi letterari, in particolare per i giovani (ma non solo), oggi sommersi da tantissimi elementi che distraggono facilmente. Ci siamo anche cimentati in una serie di proposte per risolvere il problema e per far venire la voglia di leggere.

Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria! Chi legge avrà vissuto 5000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… perché la lettura è una immortalità all’indietro.

(Umberto Eco)

Leggere è un cibo per la mente e tutto ciò che ha che fare con il cibo deve per forza essere buono.

(Snoopy)

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https://www.google.com/amp/s/www.open.online/2019/08/11/libri-davvero-i-giovani-non-leggono-piu-i-dati-istat-dicono-un-altra-cosa/amp/

https://www.google.com/amp/s/www.illibraio.it/news/librerie/italia-lettori-2021-1411397/amp/

https://pennablu.it/come-convincere-a-leggere/

NotCo. e il suo green food

Come le Intelligenze Artificiali cambieranno le nostre abitudini alimentari, in maniera sostenibile.

Logo ufficiale NotCo, preso dal mediakit del sito ufficiale.

In un mondo sempre più all’avanguardia, la tecnologia più discussa, almeno in questi ultimi decenni, è sicuramente quella delle Intelligenze Artificiali, sia per il loro crescente utilizzo in tutti i settori professionali, sia per le implicazioni che possono scaturire dal fatto di essere l’opzione più gettonata dalle grandi aziende, per sostituire alcuni ruoli che sono stati da sempre di competenza degli esseri umani.

Tuttavia, il vero obiettivo della ricerca sulle I.A. non è quello di sostituire l’uomo, ma di affiancarlo nel lavoro affinché vada a vantaggio dei professionisti e non delle macchine che, comunque, beneficiano loro stesse di questa interazione, soprattutto tramite il feedback ricevuto dalla controparte umana, fungente da vero e proprio tutore per lo sviluppo di I.A. sempre più all’avanguardia e riducendo la soglia d’errore, sia da un lato, che da un altro.


Intelligenze Artificiali e Sostenibilità: una nuova frontiera.

Ciò premesso, in questo articolo  ci concentreremo su come le I.A. possano aiutare anche nell’ardua strada che è la ricerca della sostenibilità, termine sempre più di moda (e a buona ragione) di questi tempi. Essa, sebbene si tenda ad associarla con l’ambiente naturale e al suo inquinamento, non si basa solo su questo, ma su molteplici settori che spaziano da quello lavorativo all’economico fino a quello culturale, al rispetto dei diritti e all’abolizione delle disuguaglianze, qualunque esse siano, elencati nei 17 obiettivi per lo sviluppo sostenibile presentati nell’Agenda 2030 e riconosciuti dall’ONU a livello mondiale.

Ritornando al ruolo delle I.A., sono molti i settori legati al raggiungimento della sostenibilità. Per darne un concreto esempio, penso al problema del cibo e, più precisamente, all’impatto che può avere sul clima; infatti, ogni anno, gli allevamenti intensivi di bestiame contribuiscono all’aggravarsi dell’effetto serra che, con le loro emissioni, hanno raggiunto quota 704 milioni di tonnellate di CO2, pari al 17% del totale di gas serra prodotti dall’Europa, inquinando pure più delle auto, secondo il rapporto di Greenpeace del 2020.


La soluzione tecnologica di NotCo. e il suo Arcimboldo.

Immagine presa dal mediakit gallery, del sito ufficiale NotCo.

A questo problema ci hanno già pensato Karim Pichara, Matias Muchnick e Pablo Zamora, che mettendo insieme i loro talenti, hanno trovato una possibile soluzione per ridurre l’utilizzo intensivo di animali, tramite la fondazione della compagnia statunitense NotCo, che sta per Not Company, alla cui base, come suggerisce il nome, sta la produzione di cibo che non è propriamente quello che ci potremmo aspettare,  perché creato e sintetizzato da una vera e propria I.A., soprannominata Giuseppe, in onore di Giuseppe Arcimboldo, pittore del ‘500 noto per i suoi ritratti umani composti da vegetali e frutta; ed è proprio questa la peculiarità da cui ne deriva il nome, visto che è in grado di sintetizzare un determinato alimento di origine animale analizzando e estraendo, a livello molecolare, i componenti che gli danno un determinato sapore, colore e consistenza usando svariate combinazioni di prodotti vegetali per ricreare il prodotto originale.

La tecnologia con la quale hanno agito i creatori di Giuseppe, si basa sul machine learning, ovvero, una metodologia di apprendimento delle I.A. dove la macchina impara a raggiungere un determinato obiettivo dopo un processo di “trial and error”, nel quale l’uomo funge da controllore e correttore, affinché ogni tentativo sbagliato permetta alla macchina di auto-correggersi e di diventare sempre più efficiente, fino al raggiungimento dell’obiettivo iniziale.  Per fare un esempio relativo al nostro caso, durante le fasi iniziali di produzione del loro prodotto principale, i programmatori di Giuseppe si sono accorti che il gusto e la consistenza erano quelli giusti ma il colore, invece che bianco era verde, a causa di una pianta, l’Aneto, che pur giusto per composizione non lo era evidentemente come colorazione.  Facendo notare questo errore,  la macchina non lo ha più replicato, ed è riuscita a trovare una valida alternativa.


Non è latte, ma il futuro del green food sostenibile.

Immagine presa dal mediakit gallery, del sito ufficiale NotCo.

Tutto questo sembra riportarci alle storie di fantascienza, con la differenza che è una tecnologia già funzionante e che ha dato i suoi primi frutti, tramite il loro NotMilk™ ovvero latte di mucca non fornito da quest’ultima, ma composto da una combinazione di molecole provenienti da varie parti del mondo vegetale, con le stesse qualità del prodotto che utilizziamo tutti i giorni a colazione. Usando la stessa tecnologia, quindi, possiamo riprodurre centinaia di migliaia di prodotti di provenienza animale, come le uova, vari tipi di latte, fino ad arrivare a ricreare la carne stessa e, così facendo, possiamo riuscire a ridurre drasticamente l’utilizzo di enormi impianti per l’allevamento intensivo, con conseguente riduzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera, rendendo il mondo un ambiente un po’ più sostenibile a livello alimentare/climatico e riducendo i costi futuri a livelli bassissimi. Si può pensare, quindi,  che con un grande investimento iniziale sullo sviluppo di I.A. sempre più efficienti, anche grazie al già citato feedback umano, che servirà sempre per garantire la qualità del prodotto, affinché corrisponda a ciò che ci aspetteremmo da una bistecca, da un hamburger, fino a un semplice bicchiere di latte, si favoriscano  anche determinati settori del mercato alimentare, come quello Vegetariano e, soprattutto, Vegano.  Se questi riusciranno a superare la loro diffidenza e riusciranno a consumare prodotti che non si sarebbero mai degnati di mangiare, per rispettare i loro principi,  potranno evitare di dover usare integratori alimentari, a favore della loro salute. Sembrerebbe, a questo punto, che la strada perseguibile per il raggiungimento di un mondo più sostenibile, sia un po’ più facile, grazie all’utilizzo delle I.A. e all’impegno di chi lavora per un futuro migliore.

Uiguri e lavori forzati: la Cina corre ai ripari.

day by day

La Cina ha da poco ratificato due convenzioni internazionali, entrambe incentrate nella lotta ai lavori forzati. Stiamo parlando della Forced Labour Convention del 1930 e della Abolition of Forced Labour Convention del 1957. La prima proibisce ogni forma di lavori forzati e punisce chi non rispetta questa legge. La seconda proibisce i lavori forzati usati come forma di coercizione politica, punizione o discriminazione. Entrambe queste convenzioni devono essere adattate alle leggi del paese entro un anno dalla sottoscrizione. Gli attivisti che si battono per la causa degli uiguri non hanno accolto la notizia come una buona notizia. Pensano che la Cina stia semplicemente cercando un modo per mascherare alla comunità internazionale i suoi crimini. Gli uiguri internati nei campi di concentramento cinesi vengono infatti usati come manodopera a basso costo. Questa forma di schiavitù è peggiorata con il Covid, data la sempre più crescente domanda di mascherine, guanti e altri dispositivi di protezione individuali: gli internati vengono sfruttati per fabbricare mascherine da vendere poi nei mercati di tutto il mondo. Come racconta la testimone Gulzira Auelkhan, cittadina cinese di 39 anni internata in un campo per due anni, a un certo punto ha iniziato a fabbricare guanti che sarebbero poi stati venduti all’estero. Auelkhan è stata pagata 320 yuan (corrispondenti a circa 48 dollari) per due mesi di lavoro. La testimone ha anche raccontato la sua esperienza all’interno dei campi: ha detto che è stata brutale e che gli internati venivano colpiti alla testa con manganelli elettrici solo per aver trascorso più di due minuti in bagno.

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L’associazione Uyghur Human Rights Project (fondata proprio per denunciare tutti i crimini contro questo popolo) ha commentato così i fatti: “La ratifica delle due convezioni internazionali saranno probabilmente inutili per quanto riguarda la fine dei lavori forzati per gli uiguri”. Il presidente dell’associazione, Omer Kanat, ha portato il problema all’attenzione della Federazione Musulmana della Florida, prendendo la parola al Centro Islamico. Qui infatti si sono tenuti diversi incontro in occasione del Ramadan. Kanat ha sottolineato che, proprio durante questo periodo così importante per i musulmani, agli uiguri non viene permesso di professare la loro religione. 

Continuano intanto le proteste e le manifestazioni organizzate da Uyghur Human Rights Project, questa volta davanti all’ambasciata cinese a Washington. I manifestanti protestavano contro la divisione delle famiglie uigure, che vengono distrutte dalla deportazione. 


2017: iniziano le deportazioni

Nello scorso numero di day by day vi ho raccontato degli attacchi che gli uiguri hanno adottato contro il governo cinese. La risposta è stata quella di classificarli come “terroristi”. Anche qui, purtroppo, non abbiamo notizie certe, ma si stima che i campi di concentramento siano stati costruiti e resi operativi nel 2017. L’idea di costruire i campi di concentramento risale alla prima e unica visita di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese, nella regione dello Xinjiang. La visita è avvenuta nel 2014, proprio l’anno di quelle tremende violenze. A seguito di questi avvenimenti, il Presidente ha avuto una serie di conversazioni segrete con i maggiori esponenti del Partito Comunista, costruendo quella che è la linea offensiva culminata nei campi di concentramento. In una di queste conversazioni Xi Jinping dichiara: “dobbiamo essere brutali quanto loro e non mostrare nessuna pietà”. Inoltre suggerisce al Partito di utilizzare tutti gli strumenti disponibili per sradicare l’Islam nello Xinjiang. Il 30 Aprile 2014, l’ultimo giorno della sua visita nella regione, Xi Jinping disse agli ufficiali che lo accompagnavano che “le persone catturate dall’estremismo religioso – uomini o donne, adulti o giovani – hanno le coscienze distorte, perdono la loro umanità e uccidono senza pensarci due volte”.

Ancora prima dell’elezione di Xi Jinping a presidente, il Partito Comunista aveva più volte descritto gli attacchi nella regione dello Xinjiang come il lavoro di alcuni fanatici appartenenti a gruppi separatisti. Ma Xi Jinping non volle sentire ragione, e sostenne che l’estremismo islamico aveva preso il sopravvento nella società degli uiguri. Il Presidente impose una “cura ideologica”, che ha portato a vedere come possibile nemico non solo il popolo degli uiguri, ma qualsiasi persone di religione musulmana.

Tutti questi fatti sono stati tenuti nascosti dalla Cina e non erano conosciuti da nessun altro paese. Le persone normali come noi, comuni cittadini di un paese europeo, sono venuti a conoscenza dei fatti solo nel 2019, anno in cui il New York Times pubblica dei documenti inediti che riguardano i campi di concentramento. Sono più di 200 pagine.  In questi documenti c’è scritto quello che vi ho raccontato sopra e molto altro. Nel prossimo day by day approfondiremo con attenzione questi documenti. A presto. 


Fonti:

Agence France-Presse. China turns Muslim “re-education” camp detainees into cheap labour force, human rights group claims. (4 Marzo 2019). Articolo pubblicato su: South China Morning Post. China turns Muslim ‘re-education’ camp detainees into cheap labour force, human rights group claims | South China Morning Post (scmp.com)Austin Ramzy e Chris Buckley. “Absolutely No Mercy”: Leaked Files Expose How China Organized Massive Detentions od Muslims. (16 Novembre 2019). Articolo pubblicato su: The New York Times. https://www.nytimes.com/interactive/2019/11/16/world/asia/china-xinjiang-documents.html

Il Maestro e Margherita: il capolavoro di Bulgakov non è mai stato così attuale.

culture 04

È passato quasi un secolo dalla prima redazione de Il Maestro e Margherita e oggi un nuovo Diavolo, dalle parti di Mosca, sta portando avanti una campagna di censura e disinformazione, atta a tenere allo scuro il popolo russo riguardo le manovre, le modalità e gli esiti della guerra in Ucraina. Se già prima del conflitto contro Kiev la libertà di stampa in Russia era alquanto limitata, con l’inizio della guerra Putin ha dato ulteriori colpi alla libertà di espressione. Il parallelismo con Stalin e le continue censure di inizio secolo viene quasi naturale. Per i temi trattati, per i personaggi, e per l’iter che portò alla luce uno dei capolavori della letteratura russa, partorito dalla magistrale penna di Michail Bulgakov (ironia della sorte natio di Kiev), esso non è mai stato così attuale. In questi giorni bui trovo appropriato ricordare questo grande romanzo.

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Immagine della cattedrale di San Basilio in Piazza Rossa, a Mosca.

Storia di un romanzo sul Diavolo, sull’amore e sulla libertà.

La storia della letteratura è cosparsa di grandi opere che hanno tracciato il cammino dell’umanità, portandone alla luce gli elementi più nascosti, dando vita a emozioni che si sono trasformate in personaggi diventati immortali. Ci sono libri che hanno lasciato una cicatrice talmente profonda da ridefinire la nostra stessa percezione del mondo, della storia e, talvolta, di noi stessi. 

La prima volta che ho letto Il Maestro e Margherita ne sono rimasto accecato tanto era forte la luce che emanava. La potenza espressiva dei personaggi folgora il lettore e, nonostante siano molti e con nomi impronunciabili (come ogni grande romanzo russo), nessuno di questi è possibile che venga dimenticato. Il romanzo è ambientato nella Mosca degli anni ’20 e degli anni ‘30, luogo che Bulgakov conosceva e aveva vissuto a pieno, tanto da riportarne una perfetta topografia attraverso minuziose descrizioni. Mosca però rappresenta solo uno dei due piani narrativi dove si svolge la vicenda: dalla capitale si viene trasportati a Gerusalemme ai tempi della crocifissione, scenario inoltre del romanzo a cui per tutta la vita lavora il Maestro e di cui non vedrà mai la pubblicazione. Un libro dentro al libro quindi, due differenti piani narrativi che si intrecciano e che alla fine convergono congiungendo i personaggi protagonisti delle due storie.

La religione rappresenta uno dei cardini della narrazione, anche se la Chiesa non viene mai nominata; il misticismo ed il culto dell’oscuro la fanno da padrone fin dalle prime pagine, il rapporto dell’uomo con Dio assume un ruolo fondamentale. Il male, il Diavolo, rappresenta Stalin e il regime oppressore, con il quale Bulgakov si scontra per tutta la vita, prima cercando di integrarvisi, in seguito cercando di combatterlo sfruttando la forza delle proprie opere. In vita non riuscirà mai nell’impresa, ma attraverso le pagine del romanzo egli si vendicherà di tutti, da Stalin e la cerchia dei letterati post-rivoluzionari, colpevoli di opportunismo e di servilismo nei confronti del regime, fino ad arrivare al teatro sovietico. Attraverso la satira Bulgakov si fa beffa di tutti coloro che in vita avevano cercato di sabotarlo, il mondo che i cinque diavoli protagonisti incontrano è quello della Mosca che lo scrittore odia: una città opportunista, burocratica e conformista.

Ogni personaggio ha un destino legato al desiderio di rivincita di Bulgakov e molti sono i riferimenti alla vita dello scrittore stesso: i letterati vengono resi folli dall’incontro con Woland, lo sventurato Berlioz addirittura viene decapitato nel terzo capitolo, in seguito alla profezia dello stregone; Margherita, appena divenuta strega, come prima mossa decide di vendicarsi con il critico Latunskij che aveva distrutto la carriera del Maestro, volando verso il suo appartamento e devastandolo; il Maestro crede che il grande romanzo a cui lavorava da tutta la vita sia andato bruciato, il grande libro su Ponzio Pilato è invece sopravvissuto e Woland glielo riconsegna in uno dei passaggi più iconici del libro (Bulgakov aveva infatti deciso di bruciare una delle prime stesure del libro insieme ad altre opere, in seguito alle persecuzioni della polizia sovietica).

“I manoscritti non bruciano”, “Dire la verità è bello e piacevole”, “Non ha meritato la luce, ha meritato la pace”, tutte queste frasi sono esempi della capacità di Bulgakov di coniare espressioni simboliche, talvolta paradossali, che hanno conferito al romanzo un’iconicità tale da trasformarlo in oggetto di culto vero e proprio; molte di queste frasi, infatti, vennero continuamente riprodotte come dei graffiti sulle pareti delle scale che portano all’appartamento n. 50 della casa al n. 10 della Bol’šaja Sadovaja, dove Bulgakov aveva vissuto, che è diventato vero luogo di culto per gli amanti del libro.

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Immagine dell’appartamento n. 50 della casa al n.10 della Bol’saja Sadovaja. Tra il 1983 e il 1986, negli anni precedenti alla perestrojka, molte delle frasi più celebri del libro vennero incise, insieme a disegni che ritraevano i personaggi come graffiti, sulle pareti delle scale che portano all’appartamento. La polizia ha spesso riverniciato quei muri, ma le scritte sono tornate. (Credits Immagine https://xerosignal2.wordpress.com/2012/01/30/bolsaja-sadovaja-n-10/)

Il Maestro e Margherita è dunque un romanzo sul Diavolo, il quale è protagonista assoluto, appare in varie forme e devasta letteralmente la vita degli abitanti di Mosca, punendo tutti gli individui colpevoli di arrivismo e meschinità. L’eco del Faust si propaga in tutta l’opera, dallo spettacolo al Teatro di Varietè fino al patto di Margherita, anche se nell’opera di Goethe Margherita ha un ruolo passivo; qui invece è la donna ad interagire con Satana e decide di accettare la sua offerta per esaudire il proprio desiderio di salvare il Maestro, ormai fuori di senno a causa delle incessanti critiche da parte della comunità letteraria.

Dunque, questo libro è anche la rappresentazione di una magnifica storia d’amore, vera, sincera, che vede Margherita prendersi cura dell’uomo di cui è innamorata mentre lui le legge il romanzo su Ponzio Pilato, e lei ne rimane talmente colpita che inizia a soprannominarlo Maestro. Nessuno, purtroppo, vorrà pubblicare il romanzo, e allora il Maestro in preda alla disperazione lo brucerà, finendo poi in una clinica psichiatrica. Proprio allora Margherita decide di sacrificare la propria anima a Woland, trasformandosi in una strega che, in sella al suo spazzolone, plana tra i tetti di Mosca alla ricerca dell’amato scrittore. Questa immagine rappresenta un sogno di libertà e di ribellione, quasi un ideale di femminismo, di cui Margherita è senza dubbio una precorritrice: attraverso la sua scelta infatti rinuncia alla liberazione del Maestro per liberare Frida, condannata all’inferno per aver ucciso il proprio figlio e costretta a vedere ogni giorno il fazzoletto utilizzato per l’omicidio. Colpito dalla pietà mostrata, il Diavolo le concederà comunque di liberare il Maestro.

I manoscritti non bruciano

“I manoscritti non bruciano”, una frase allo stesso tempo semplice ma dirompente, diventata il simbolo della letteratura russa del Novecento, diventata il simbolo della resistenza dello spirito contro la dittatura. Sfortunatamente Bulgakov non vedrà mai realizzato il sogno di veder pubblicato il suo romanzo, perché morirà nel 1940. Egli non saprà mai che nel 1967, anno della pubblicazione de Il Maestro e Margherita, il mondo intero accoglierà la sua grande opera con commozione e gioia, un “miracolo”, così definito da Montale, che diverrà un caposaldo della letteratura novecentesca. Questo libro ci aiuta a comprendere cosa abbia significato essere un genio che scrive un romanzo sotto un regime che ha paura di te, che cerca in tutti i modi di annientarti ma che alla fine nulla può fare contro la grandezza e la levatura di uno scrittore immenso, le cui doti trionfano sempre contro l’ottusità del potere. Per questo e molto altro, leggere oggi Il Maestro e Margherita potrà, forse solo in parte, saziare la nostra sete di libertà. Chi scrive è convinto di sì.

Marco Costa

Salute mentale: è solo una questione di statistiche?

weekly world

Arte folgorante

“La sanità di mente non dipende dalle statistiche”.

L’anonimato di una frase del genere, ben evidente sul muro di una stradina di un remoto paesino qualunque, può assumere (se la si comprende a fondo) un importante significato.

Attraverso ogni giorno quella strada e tutte le volte che mi ritrovo a leggere quella scritta, non manca mai di spuntare un sorrisetto sulle mie labbra. Il motivo? L’idea che qualcuno a me ignoto abbia voluto evidenziare una questione così significativa, soprattutto in un periodo storico in cui gli eventi catastrofici e imprevedibili ci espongono continuamente ad uno stress psicologico senza precedenti. 

Le vecchie generazioni mi perdonino!

Chiunque abbia audacemente e sapientemente “imbrattato” (per così dire: d’altronde la street art è in ogni caso arte) il muro con un graffito d’impatto così diretto probabilmente avrà sentito, in quell’esatto momento, la necessità di comunicare un proprio ideale, una personale e significativa interpretazione in merito all’argomento. E cioè che il benessere psichico molto spesso scinde dalla mera quantificazione in percentuale e va ben oltre la fredda, seppur spesso colorata (come se un po’ di colore in un diagramma rendesse più marcato il problema) rappresentazione grafica.

Infatti, la profondità di una tematica così delicata è difficile che venga compresa attraverso calcoli sistemici facilmente consultabili con un click e disponibili ovunque su internet: forse ciò che vuole comunicare il nostro sconosciuto “artista” è esattamente questo. 

Guardiamoci intorno: il web (che sia benedetto! O forse no) ci propone una marea di informazioni, di dati sulla salute mentale talmente vasta che ci si potrebbe persino annegare (io stessa nel consultarli ho dimenticato di indossare un salvagente!). 

Eppure, se con sensibilità ci approcciamo al tema possiamo renderci conto che sì, è vero che i numeri lasciano sgomenti, ma si tratta soltanto di cifre spesso non aggiornate ai tempi più recenti né così tanto inclusive. Siamo sinceri: molte stime non tengono conto di alcuni fattori determinanti e imprescindibili, quali l’età (tanto che alcune fasce vengono persino escluse, quasi fossero esentate dai problemi!), lo stile di vita, le aspettative sul futuro o l’ambiente circostante. 

Attenzione però! Qui la mia intenzione non è certo quella di denigrare la ricerca e gli studi in merito all’argomento. Il mio intento, al contrario, è quello di portare alla luce una questione più urgente che riguarda la difficoltà sia di interfacciarsi con il tema della salute mentale, sia quella effettivamente di “fronteggiarla” in modo adeguato.

Ma procediamo con ordine.


Se non vedo, non credo!

Molto spesso per credere realmente che esista una problematica si ha bisogno di esaminare con i propri occhi le prove che essa mette a disposizione. Siamo (ahimè direi!) esseri troppo razionali: senza nulla in mano le cose del mondo ci appaiono fantasticherie e fallaci illusioni e una tematica complessa come la salute mentale rischia di diventare una di quelle. 

Ciò di cui si ha più bisogno per evitare che ciò accada è credere in ciò che si vede e si legge (siamo tutti un po’ dei Tommasi del caso). E a tal proposito i numeri rappresentano una straordinaria àncora di salvezza: sebbene la sanità mentale non dipenda effettivamente dalle statistiche, a detta del nostro artista, le stime ci permettono di analizzare a tutto campo il fenomeno. 

Tenendo conto degli ultimi studi in nostro possesso a livello globale (in questo caso si consideri il rapporto Unicef 2021 sulle condizioni dell’infanzia nel mondo) sappiamo che quasi 46.000 adolescenti muoiono a causa di suicidio ogni anno, più di uno ogni 11 minuti. 

Questo rappresenta una fra le prime cinque cause di morte per la loro fascia d’età. In Europa occidentale diventa la seconda causa di morte fra gli adolescenti fra i 15 e i 19 anni, dopo gli incidenti stradali. Un dato che lascia sbigottiti! 

Un giovane su 5 tra i 15 e i 24 anni- continua il rapporto- dichiara di sentirsi spesso depresso o di avere poco interesse nello svolgimento di attività. E nel caso dei più giovanissimi è quasi inutile sottolineare come l’impatto del Covid-19 sulla socialità abbia sicuramente inferto loro un gravissimo danno. A questo va aggiunto, inoltre, che l’interruzione della routine, dell’istruzione, delle attività ricreative a seguito dei numerosi lockdown, ha reso molti giovani spaventati, arrabbiati e preoccupati per il loro futuro.

Henrietta Fore, direttrice generale dell’Unicef afferma: “L’impatto è significativo, ed è solo la punta dell’iceberg […] I governi stanno investendo troppo poco per affrontare questi bisogni fondamentali. Non viene data abbastanza importanza alla relazione tra la salute mentale e le conseguenze future sulla vita“. 

Secondo il rapporto sopracitato, a livello mondiale, viene destinato agli interventi per la salute mentale circa il 2% dei fondi governativi per la sanità. 

Questa è esattamente la prima grave questione che vorrei rimarcare: come mai i governi, le istituzioni si affacciano alla tematica con “elegante” disimpegno? Eppure le statistiche parlano chiaro: l’ansia e la depressione rappresentano il 40% dei disturbi mentali diagnosticati in ragazzi e ragazze tra i 10 e i 19 anni. Una percentuale a dir poco impressionante che interessa principalmente paesi quali Medio Oriente, Nord Africa, Nord America ed Europa Occidentale.


Assurdità made in Italy

Tralasciamo per un momento la questione globale, aprendo un focus sulla situazione in Italia.

In primis, le numerose query su google mi hanno lasciato un po’ perplessa: è sconcertante notare che gli ultimi dati Istat disponibili in rete risalgono (si pensi) al “remotissimo” 2018. 

Mi venga passato quest’ultimo termine data la quantità considerevole di eventi e “apocalittiche” situazioni che hanno interessato gli ultimi anni, tanto da farmi persino immaginare lontano un periodo in fin dei conti più che recente. 

Lo stesso Sole 24 Ore ammonisce sul fatto che mancano dati attuali, per intenderci post-pandemia, che spiegano dettagliatamente qual è il quadro sulla salute mentale in territorio italiano. 

Esaminando, tuttavia, alcuni degli studi in nostro possesso tratti dal report “La salute mentale in Italia: cosa ci dicono i dati dell’Istat” sappiamo che: 

Sempre l’Istat, in un altro report pubblicato nel luglio 2018 dal titolo “La salute mentale nelle varie fasi della vita”, mostra come il suicidio resta comunque un’importante causa di mortalità tra i più giovani. Con un tasso di 4,3 decessi per 100mila residenti, i suicidi rappresentano quasi il 12% dei decessi tra i 20 e i 34 anni (oltre 450 decessi). 

La gravità della problematica è evidente, soprattutto se si tiene conto del fatto che le stime riportate risalgono ormai a qualche anno fa. 

Infatti, non esistono dati che riportano l’impatto che sta avendo la pandemia sulla nostra vita. Azzarderei col pensare che le percentuali siano oltremodo peggiorate e che i fenomeni depressivi abbiano raggiunto valori altissimi. 

In ogni caso, resterò allerta nel caso in cui dovesse esserci qualche aggiornamento. 

Ah! Nel frattempo il “bonus psicologo” è in rampa di lancio. 

Attenzione però: se superi il reddito dei 50 mila euro sei escluso.

D’altronde ci sono più poveri che ricchi, perché cercare di sopperire alle esigenze economiche del popolo se esso può beneficiare di un qualsivoglia bonus? Ce ne sono così tanti in giro. Non si può mica avere tutto! Inoltre, devi portare una 30 di vita, essere alto circa 2 metri e mezzo, essere cittadino italiano (prima gli italiani! Non era così? Ah! se hai bisogno di un’arma perché no, ti aiutiamo noi) e ovviamente dimostrare di essere davvero, ma davvero bisognoso. Altrimenti beh, 12 sedute (le prime) puoi pagartele anche da solo. 

La salute mentale, caro anonimo imbrattatore, hai ragione non è questione di statistiche.

Direi più di requisiti da soddisfare. 

Arianna Modafferi


FONTI 

https://www.unicef.it/media/salute-mentale-nel-mondo-piu-di-1-adolescente-su-7-disturbi-mentali/

https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/medicina/2021/10/05/un-adolescente-su-7-ha-un-disturbo-mentale-_30dd13e1-077e-405a-94ff-bd4bab7208d7.html

https://www.istat.it/it/files/2018/07/Report_Salute_mentale.pdf

https://www.istat.it/it/files/2015/10/Salute-mentale_Giorgio-Alleva_2017.pdf

https://www.istat.it/it/files/2018/07/Report_Salute_mentale.pdf

Twitch, un nuovo intrattenimento communitario

culture 04

Genesi di Twitch                                                                                                                                     
Al lancio della piattaforma che sarebbe diventata il pilastro violetto del live streaming Justin Kan ed Emmett Shear, suoi fondatori, non compresero l’importanza di ciò che stavano creando. 

Nato nel 2007 inizialmente col nome di Justin.tv, sito con un singolo canale dove mandare in onda la vita di Justin Kan live a 360 gradi e che gettò le basi del lifecasting, avrebbe assunto la forma finale, Twitch.tv, solo a Giugno 2011 e dopo la chiusura del primo sito, diventando il principale portale di live streaming con focus su videogiochi ed Esports. 

La piattaforma subì diverse modifiche per poter accogliere le persone interessate a streammare la propria vita e attività proprio come Justin Kan, furono infatti creati canali e categorizzazioni di contenuto ma quella che ebbe più successo e che portò i creatori a fondare il sito che conosciamo oggi, Twitch, fu quella dei videogiochi, la più frequentata e redditizia. 

Fu però alla notizia dell’acquisizione del servizio da parte di Amazon che il mercato si rese conto della reale capacità di Twitch, Jeff Bezos sborsò quasi 1 miliardo di dollari per questa operazione. 

Negli ultimi anni Twitch è una realtà in crescita che galoppa sui residui dei comportamenti pandemici, il picco di spettatori coincide infatti con l’inizio della pandemia: la piattaforma conta oggi circa 140 milioni di utenti attivi mensili, nel 2021 è stata raggiunta la vetta di 3 milioni di spettatori connessi simultaneamente e sono più di 9 milioni gli streamer che offrono i propri contenuti. 

Nel 2021 Twitch è al 34° posto a livello globale per il coinvolgimento complessivo degli utenti di Internet ma su cosa si basa il suo successo? 


L’interfaccia pulito e ordinato simil tv       

 All’apertura di Twitch l’interfaccia che l’utente si ritrova davanti è ordinata e ben categorizzata quanto può essere quella dei menù di servizi come Sky o Netflix. Qui iniziano le somiglianze tra schermo del pc e schermo della tv, quanto siamo lontani dal considerare piattaforme come Twitch la nuova televisione? 

Ben poco, considerando che lo schermo mostra i canali a cui è stato lasciato un like, canali a cui si è iscritti, canali consigliati in base agli interessi mostrati o canali che trattano di format/contenuti visualizzati di recente e questo ricorda rispettivamente le sezioni Netflix “La tua lista, Continua a guardare, Scelti per te” e nonostante Netflix non possa essere classificato come tv, intesa come programmi e canali pubblici, è generalmente considerata tale. 


Intrattenimento su Twitch? Similitudini col mondo televisivo
I dati mostrano come Twitch sia diventato parte integrante della routine quotidiana di molte persone: Statista riporta che gli utenti della piattaforma guardano le stream per una media di 95 minuti ogni giorno, un numero non troppo lontano dai minuti passati quotidianamente davanti alla tv. 

Ma cosa spinge le persone a guardare altre persone giocare, riprendere momenti di vita, parlare, camminare, ecc. ed esserne intrattenute? 

Esiste una sorta di consumazione voyeuristica di questo tipo di contenuti: guardare persone impegnate e divertite in certe attività porta allo spettatore lo stesso tipo di divertimento, il piacere che si riceve dal semplice guardare è forse pari al piacere che prova lo streamer nel portare avanti l’attività scelta. Questa pulsione voyeuristica è in parte riscontrabile anche nella produzione e consumo televisivi, specie nei salotti, nei talk, nei programmi sport o contest. 

Per la varietà di contenuto e per come lo streamer riesce a cambiare atteggiamento in base alla categoria che streamma, si ha la percezione di assistere ad una rappresentazione, quasi teatrale. 

In base al programma lo spettatore si ritroverà davanti al videogiocatore, all’attore non-attore della propria vita quotidiana, al conduttore, all’intervistatore: ricordiamoci infatti che Twitch non è solo videogiochi ma sempre più spesso talk, podcast, interviste ad personaggi pubblici o pub, una forma twitchiana di maxi talk dove lo schermo viene diviso in più sezioni con ognuna un ospite e l’utente decide di guardare la live dal suo streamer preferito mentre tutti o quasi streammano quello stesso contenuto nel loro canale.

Un aspetto in comune con l’intrattenimento classico a cui siamo abituati è il product placement che su Twitch avviene in modalità simili a quelle televisive, lo streamer può arrivare ad indossare i capi offerti da una casa di moda o da un brand, spesso con logo in bella vista (es. cappellini Red Bull, felpa Level Up ecc.). 

Alcune personalità della piattaforma streaming Twitch negli anni di streaming video sono arrivate a sistemi di format e interviste sempre più stratificate e interessanti, creando un vero e proprio palinsesto. 

Ad esempio, la Tomodachi Crew che ha come capo lo streamer Dario Moccia è ora diventata una vera e propria società, un’agenzia ma per streamer. 

Parte fondamentale del lavoro di Moccia sono le interviste a personaggi pubblici, organizzate come si farebbe in un canale televisivo, dato che per la stream sono affittati studi, luci, troupe cinematografica ed è lo streamer stesso che si pone in un atteggiamento alla stregua di quello che potremmo riscontrare in Francesca Fagnani su Rai2 col programma “Belve”, per citarne uno.

A fronte di questo enorme lavoro gli streamer con community molto ampie e con una schedule di appuntamenti che prevede anche collaborazioni e presenze ad eventi fisici (Comicon, fiere, festival, interviste ecc.) hanno la necessità di organizzare la propria settimana in base ai format che porteranno, costituendo un palinsesto personale. 

Alcuni streamer più piccoli con pochi abbonati fissi e un numero che oscilla in base alla giornata hanno invece una schedule molto meno fissa, sia nel contenuto che nell’orario. 

Vi saranno allora utenti di Twitch che allora organizzano la propria giornata di modo da essere liberi per un evento in particolare a cui vogliono assistere, potrebbe essere un’intervista, una conferenza, nulla di diverso rispetto al giovedì di X-factor; al contrario vi saranno spettatori più “casuali” che entreranno in un momento non sempre preciso della giornata ed esattamente come quando si scorrono i canali per trovare qualcosa di interessante, si inclineranno più su una o un’altra stream in base al momento. 

Similmente a come accade in Tv, tra streamer e streamer avviene un contatto, un collegamento, chiamato “raid”: questo ricorda il “darsi la linea” televisivo, dove gli spettatori di una trasmissione restano anche per la prossima. Solitamente il raid avviene alla fine della stream di un creator, l’altro creator a cui il pubblico sarà reindirizzato starà probabilmente giocando allo stesso gioco o la live rientrerà nella medesima categoria.

 Esiste anche un tentativo di farsi riconoscere come parte di quel “gregge” nella vita comune, grazie all’acquisto di merchandise ufficiale dello streamer, spesso esclusivo, lanciato come collaborazione con altri artisti o il più delle volte lanciato con un negozio online. 


Il caso particolare delle community su Twitch 

Un altro modo per testimoniare di essere parte di quel “gruppo” specifico, la community di un creator in particolare, è il conferimento da parte dello streamer di uno stemma allo spettatore, qualcosa che possiamo chiamare “badge di gregge”. 

Su Twitch l’utente può accedere in qualsiasi momento a qualsiasi contenuto, le live non sono a numero chiuso, i contenuti sono gratuiti, l’abbonamento eventuale pagato è stato pagato solo per una testimonianza di sostegno. 

Se non avere un abbonamento ad un canale generalmente non preclude l’accesso a contenuti passati, per quale motivo un utente acquista l’iscrizione ad un canale specifico?

Il content creator deve rendere accattivante il suo profilo e per farlo può creare o commissionare ad artisti delle emote, ovvero delle emoticon particolari create ad hoc per il canale e che senza l’abbonamento sono generalmente non disponibili per gli utenti che visualizzano la live o seguono il canale soltanto. 

                                                                                         
In fig. alcune emote di uno streamer, i badge di gregge. 

Le emote sono quindi ipertesti grafici consolidati nel canale e che la community usa liberamente per comunicare tra di loro e con lo streamer. Nel fare questo comunicano di essere parte integrante del canale, è come se usassero le parole del canale, comunicano tra di loro in un modo che un utente appena approdato su quella stream spesso non comprende. 

I meccanismi che si instaurano nella comunicazione tra utenti della stessa community sono riconducibili a quelli linguistici di gruppi organizzati e specifici: il modo in cui comunicano è definibile “gergo”, una varietà linguistica usata principalmente perché nel comunicare tra di loro utilizzano parole che non appartengono al vocabolario comune di ogni individuo ma sono state o create in quel bacino o sono conosciute da poche persone, come se fossero interne e ristrette a quel gruppo sociale, usate allora maggiormente per: 

  • non permettere ad altri di entrare nella conversazione e mantenere intimità o segretezza, per garantirsi sicurezza o riservatezza 
  • rimarcare l’appartenenza a quello specifico gruppo (ad es. nella malavita questi termini sono sbirro o palo

 Un aspetto particolare delle community di Twitch è l’alto livello di dedizione e affetto da parte degli utenti: non è la grandezza della community a renderla grande quanto più è attiva, propositiva, disposta a condividere. 

Normale che più spettatori avrà un creator più alte saranno le possibilità di avere un’ampia community ben costruita, dove ognuno ha un valore e malgrado il nome utente fantasioso, ognuno sarà una persona con un nome agli occhi del creator.  Questo esercizio mentale è più difficile per i creator con un’ampissima community e migliaia di spettatori mentre è comune per le piccole e intime community con massimo 50 spettatori rispetto ai grandi broadcast con migliaia di utenti connessi.  


Un nuovo intrattenimento communitario                                                                              
Nei mesi di lockdown tante persone, come la sottoscritta, si sono avvicinate a Twitch principalmente per l’estrema varietà dei contenuti che offre. 

Un utente che approda su Twitch per la prima volta si trova davanti una schermata che ha poco di diverso da quella che si troverebbe davanti accendendo la tv: si renderebbero subito disponibili canali di talk, di gioco, di sport ecc. 

Che sia per un utilizzo attivo, da spettatore che interviene nella chat e si rapporta a streamer o ospiti, o che sia per un utilizzo passivo, come può essere lasciare una stream di sottofondo mentre si è impegnati in altro al computer, questi atteggiamenti ricordano quelli che hanno accompagnato tutti noi durante la vita ma che abbiamo accomunato principalmente alla televisione. Che sia questa la nuova frontiera dell’intrattenimento?             

Ilaria Bartolomei

People a dodicimila metri

Viaggiare da Roma Fiumicino è sempre un’ esperienza.

Roma è Roma: la città eterna con tutte le sue sfumature (positive e negative) e con tutto il caos che ne concerne.
Se avete viaggiato da Fiumicino saprete che l’aeroporto principale di Roma non è altro che la città stessa, semplicemente in scala. Viaggiare da Fiumicino è sempre un’ esperienza: puoi aspettarti di tutto, in particolare gli incontri casuali, che, nel bene o nel male, vanno a caratterizzare sempre ogni partenza che faccio dalla capitale italiana. C’è da dire che diversamente da altri, alcuni incontri sono più speciali, anche a livello formativo. Quante volte vi è capitato, per esempio, di viaggiare accanto a una persona e non scambiare neanche una parola (la maggior parte dei casi, immagino) oppure di avere accanto dei bambini che piangono? Bene, l’esperienza che vi sto per raccontare è completamente a sé, perché grazie a questo breve viaggio ho avuto l’opportunità di conoscere un mondo completamente diverso rispetto a quello a cui sono abituato. Per questo, non credo esista una storia più People di questa.
Sono arrivato a Fiumicino circa due ore prima del volo, pronto a tornare in Sardegna, la mia isola natale, per le vacanze di Pasqua. Appena messo piede dentro l’aeroporto ho visto subito Fiumicino in tutto il suo splendore: persone che lanciano le valigie dei propri coniugi, persone che non sanno dove andare e vengono indirizzate a gran voce da parte degli Steward e delle Hostess, persone che ti chiedono 20€ per tornare in Libano e tante altre situazioni analoghe. 


Viaggio solo in corridoio, grazie.

La nostra storia però comincia direttamente all’imbarco del volo per Olbia, dove, dopo aver raggiunto l’aereo, presi posto nel mio sedile sul corridoio dove, essendo una persona che viaggia spesso, attendevo l’arrivo di chi si sarebbe dovuto posizionare nei restanti posti. Dopo circa 20 minuti non prese posto ancora nessuno, di conseguenza cominciai a pensare che probabilmente avrei passato il viaggio da solo, quando d’un tratto mi venne detto che accanto a me si sarebbe seduta una persona ‘particolare’ e con bisogno di assistenza speciale. Era un anziano, con una giacca e uno zaino dell’esercito, aveva una vistosa fasciatura al braccio e il capo chino. Lo aiutarono a sedersi e mi chiesero se potessi dargli un’occhiata lungo l’arco del viaggio. Accettai volentieri e aiutai subito il signore con la cintura di sicurezza. Mi ringraziò e cominciammo a chiacchierare. La sua voce era molto bassa e dovetti impegnarmi particolarmente per cogliere ogni parola ( soprattutto quando parlava simultaneamente agli annunci, che tra l’altro, lo facevano infastidire tantissimo). Mi disse che era un ex ufficiale dell’aeronautica a Copenaghen con svariate ore di volo nella sua carriera, tante prove fisiche e qualche episodio, che a quanto mi disse, era meglio non raccontare in giro, facendomi capire che aveva vissuto il bello e il brutto dell’esercito; mi disse, inoltre, che aveva girato per tanto tempo l’Europa passando anche per Milano e Firenze. Io da persona estremamente curiosa quale sono, cominciai subito con una raffica di domande che lo misero visibilmente in difficoltà, non per la complessità ma per il ritmo con cui arrivavano (ops, colpa mia), ma a cui cercò sempre di rispondere e quando poteva, lo faceva con una domanda a sua volta.


Certe cose non cambiano mai, l’amore è una di queste.

Mi disse che uno dei ricordi più belli della sua carriera da militare erano sicuramente le sue nottate brave in corso Buenos Aires. Tra varie risate mi raccontò episodi vissuti riguardanti soprattutto il cosiddetto ‘fascino della divisa’. Tra un racconto e un altro mi disse che l’unica cosa che conta nella vita è l’amore tra persone in ogni sua forma, fisico e mentale e che certe cose non cambiano mai e l’amore è una di queste; mi fece ragionare molto, effettivamente per lui erano passati circa 70 anni da quei momenti, ma li viveva come se fossero il presente, ricordando i nomi dei locali che aveva frequentato e alcuni dettagli come il colore dei tavolini o delle sedie. Capii dunque che dentro a quell’anziano visibilmente stanco dal viaggio, viveva ancora un giovane che nonostante la sua importante carriera nell’aeronautica lasciò tutto semplicemente per amare la vita, le persone e le esperienze. Iniziai cosi a pormi un’ incredibile serie di domande in completo stile me, la più ricorrente fu sicuramente ‘Ma io la sto amando la vita?’

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Dopo essere stato completamente torchiato dalle mie domande (o forse per lo sforzo fisico di una perla come quella sull’amore), l’anziano signore cadde in un sonno profondissimo; faceva discretamente freddo e vedendolo tremolante gli sistemai la giacca per coprirlo meglio di quanto lui si fosse già coperto. Gli ultimi 15 minuti del volo furono caratterizzati dalle mie risate per le battute di Kevin Hart e da delle occhiate verso di lui per assicurarmi che non avesse problemi; missione che risultò compiuta, anche con uno spavento finale quando il signore decise di svegliarsi e riaddormentarsi nell’arco di trenta secondi, poggiando la testa nel sedile della fila davanti, motivo per cui effettuò l’atterraggio con due cinture di sicurezza: quella dell’aereo e il mio braccio. Arrivati a destinazione, ci stringemmo la mano e ci augurammo di rivederci presto, successivamente ci fu uno scambio di sguardi finale con cui cercò di comunicarmi che forse dovrei amare la vita un pochino di più o magari voleva semplicemente farmi capire che stavo bloccando la fila fermo lì a fissarlo, non lo sapremo mai.

Beijing 2022: le Olimpiadi politiche

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Dal 4 al 20 febbraio scorso si sono svolte le Olimpiadi invernali 2022. A ospitare l’evento è stata la Cina. Data la situazione con il popolo degli uiguri, alcune voci si sono fatte sentire. A seguito della violazione dei diritti umani perpetrata da parte della Cina su questo popolo, alcuni paesi hanno deciso di mandare un messaggio politico forte e chiaro: lo scopo era quello di sabotare le Olimpiadi. Questi paesi si sono infatti rifiutati di inviare i propri rappresentati ministeriali; tra questi Stati Uniti, Canada, Australia e Gran Bretagna hanno fatto fronte comune, ai quali si è infine aggiunto il Giappone. Pechino ha promesso che ci saranno ripercussioni per chi ha deciso di prendere la strada del sabotaggio diplomatico. Il Comitato Olimpico Internazionale ha espresso la sua neutralità sulla questione, apprezzando il fatto che non fosse un sabotaggio di tipo sportivo. Gli atleti hanno infatti potuto partecipare ai giochi senza problemi. L’associazione Uyghur Human Rights Project ha organizzato una manifestazione in segno di protesta a Washington, cercando di sensibilizzare sul tema più persone possibili. 

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La risposta della Cina non si è fatta attendere e, possiamo presumere, che fosse già pronta da un po’. È stata scelta come tedofora la fondista Dinigeer Yilamujiang, una uigura proveniente dalla regione dello Xinjiang. È stata proprio lei ad accendere la torcia olimpica durante la cerimonia di apertura dei giochi. Su Twitter i diplomatici cinesi presenti hanno pubblicato video della famiglia dell’atleta in lacrime dalla commozione. Per quanto non si possono negare i successi dell’atleta, non è stata una scelta casuale. O almeno, anche se fosse stato un caso, il governo centrale cinese avrebbe rinunciato a farsi pubblicità su un tema che non vogliono affrontare. È stato un gesto simbolico, una sfida a tutti coloro che hanno tentato il sabotaggio, a tutti coloro che li accusano di violare i diritti umani: “guardate che noi non abbiamo niente contro gli uiguri, anzi, gli facciamo accendere perfino la torcia olimpica” sembrerebbe dire.  

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Perché gli uiguri vengono perseguitati?

Dopo questo primo aggiornamento sui fatti più rilevanti accaduti durante le Olimpiadi, riprendiamo il discorso da dove lo avevamo lasciato. In questo secondo articolo vorrei raccontarvi più nel dettaglio da dove comincia l’odio che la Cina dimostra per questo popolo. Partiamo dal principio: il popolo degli uiguri sono una minoranza etnica e religiosa che ha come terra natia la regione autonoma dello Xinjiang. Gli uiguri sono di religione musulmana e turcofoni: per questa ragione si sono spesso trovati in contrasto con gli han, il gruppo etnico maggioritario della Cina, che da diversi anni emigrano nella regione dello Xinjiang. Gli uiguri subiscono da parte del governo centrale alcune restrizioni, ad esempio: “gli uiguri devono utilizzare una versione del Corano approvata dal governo, le moschee sono gestite da funzionari governativi, gli uomini che vogliono avere incarichi nella pubblica amministrazione sono costretti a radersi la barba e alle donne viene vietato di portare il velo”. 

Il popolo degli uiguri ha sempre cercato di opporsi al potere centrale cinese, manifestando il proprio dissenso anche con atti violenti. L’attuale situazione ha iniziato a precipitare dopo una serie di rivolte violente che durarono diversi giorni a Urumqi, capitale della Regione.  Il 5 luglio del 2009, circa mille uiguri organizzarono una protesta che sfociò in una rivolta, lanciando pietre alla polizia e provocando incendi. La protesta è nata per domandare un’investigazione riguardo una rissa avvenuta tra il 25 e 26 giugno 2009 in una fabbrica di giocattoli. La rissa vedeva gli uiguri contro gli han: un ex dipendente han aveva fatto girare la voce (falsa) che sei uomini di etnia uigura avessero stuprato due donne di etnia han proprio nella fabbrica dove lavoravano. La rissa si è conclusa con due uiguri morti e 118 feriti. Dal 2009 in poi eventi come questo non hanno fatto altro che aumentare, sfociando anche in veri e propri attentati. Il fattore scatenante che ha portato alla decisione di internare questo popolo sono stati una serie di attentati avvenuti nel 2014. Nei primi mesi dell’anno dei militanti uiguri hanno piazzato una bomba nella stazione dei treni di Urumqi, ferendo 79 persone e uccidendone tre12; hanno accoltellato e ucciso 33 persone in una stazione dei treni di Kunming13 , a sud della Cina. Il 22 Maggio 2014, sempre a Urumqi, due automobili hanno travolto la folla di un mercato della città, lanciando esplosivi dai finestrini. Sono morte 31 persone e ne sono rimaste ferite 9414 . Da questo momento in poi gli uiguri vengono etichettati come terroristi dal governo cinese. Si stima che dal 2017 in poi siano stati aperti i campi di concentramento in cui vengono rinchiusi. Gli uiguri vengono portati via nel cuore della notte e subiscono violenze di ogni tipo all’interno dei campi. Le informazioni che ci arrivano sono poche, scollegate e difficili da reperire. Nel prossimo articolo vedremo insieme come il mondo è venuto a conoscenza di questi fatti e come tuttora ci teniamo aggiornati. 


Fonti:

la Repubblica, Gianluca Modolo, Olimpiadi di Pechino, una atleta uiguri per accendere la torcia: la scelta politica della Cina. (5 febbraio 2022) <https://www.repubblica.it/esteri/2022/02/05/news/cina_olimpiadi_atleta_uigura-336564779/ >

The New York Times , Wong Edward, Riots in Western China Amid Ethnic Tension. (5 luglio 2009) <https://www.nytimes.com/2009/07/06/world/asia/06china.html>

Rai News, Tiziana di Giovannandrea, Pechino 2022: Giappone si unisce a boicottaggio diplomatico (24 dicembre 2021). <https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Olimpiadi-Pechino-2022-invernali-Giappone-si-unisce-a-boicottaggio-diplomatico-Stati-Uniti-Canada-Australia-Gran-Bretagna-corea-del-Sud-CIO-c5f7abd3-58fa-42b5-a601-4ef728024178.html?refresh_ce >