Preservare il mare per preservare il nostro futuro

L’acqua rappresenta il presupposto della vita e come tale deve essere difesa e salvaguardata. Gli oceani ricoprono la maggior parte della superficie terrestre (circa il 71%), rappresentano il più grande ecosistema del pianeta e la loro complessità ha garantito lo sviluppo e la crescita della vita sulla Terra. La temperatura, le correnti e le forme di vita acquatiche influenzano i sistemi globali in maniera determinante. Dal meteo fino al clima, dall’ossigeno presente nell’aria che respiriamo fino all’acqua che beviamo, tutti questi elementi sono regolati e influenzati dal mare. 

A livello globale, il valore di mercato stimato delle risorse e delle industrie marine e costiere è di tremila miliardi di dollari annui, ovvero circa il 5% del PIL globale.  Più di tre miliardi di persone dipendono dalla biodiversità marina e costiera per la loro sopravvivenza. Quasi il 7% delle proteine assunte dalla popolazione mondiale proviene dal pesce.

Nel corso della storia, gli oceani e i mari sono stati e continuano ad essere canali vitali per il commercio ed il trasporto. Una gestione responsabile di questa fondamentale risorsa globale è alla base di un futuro sostenibile. Il riferimento dell’obiettivo numero 14 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile è quindi incisivo in questa direzione, in quanto si richiede la conservazione ed un uso più responsabile e durevole degli oceani, dei mari e di tutte le risorse contenute al loro interno.

Un mare di plastica

Un rapporto realizzato da Greenpeace stima che ci siano oltre 5,25 trilioni di pezzi di plastica galleggianti sugli oceani del mondo, che pesano oltre 250.000 tonnellate. Tutto questo inquinamento ha avuto un grave impatto sull’ambiente, con prove che suggeriscono persino che organismi marini fino a 10 km sotto la superficie hanno ingerito frammenti di plastica. L’infografica che segue è stata realizzata da Statista e mostra la distribuzione dell’inquinamento da plastica negli oceani del mondo. 

https://www.statista.com/chart/8616/the-worlds-oceans-are-infested-with-plastic/

Il Pacifico settentrionale ha il più alto livello di contaminazione con quasi 2 trilioni di pezzi di plastica, mentre l’Oceano Indiano è secondo con 1,3 trilioni. Sempre secondo Greenpeace, le prime 6 aziende al mondo vendono bottiglie di plastica del peso di oltre 2 milioni di tonnellate ogni anno. Nonostante il riciclaggio di questi materiali sia molto efficiente, ancora troppe unità di plastica finiscono nelle discariche e negli oceani.

La pesca insostenibile

Un’altra grave minaccia per il mare è rappresentata dalle pratiche di pesca intensiva, le quali stanno cancellando velocemente molte specie marine. Quando si pesca più velocemente della capacità dei pesci di riprodursi, è inevitabile un impatto totalmente deleterio sugli ecosistemi dei mari e degli oceani. Negli ultimi 60 anni la pesca a livello mondiale si è intensificata a tal punto che circa un terzo degli stock ittici risulta eccessivamente sfruttato: nel Mar Mediterraneo, ad esempio, si parla addirittura del 93%. 

Secondo il nuovo rapporto FAO Lo Stato Mondiale della Pesca e dell’Acquacoltura, la produzione di acquacoltura oramai rappresenta il 52% del pesce destinato al consumo umano. Questo significa che metà del pesce che arriva sulle tavole dei consumatori proviene dagli allevamenti ittici, dove il modello di produzione predominante è quello industriale e intensivo. 

Seaspiracy è un documentario distribuito da Netflix che ha recentemente riscosso molto successo. Il suo ideatore, Ali Tabrizi, ha svolto molte ricerche sul campo per portare alla luce tutte le ombre della pesca intensiva; un viaggio che parte dal sud dell’Inghilterra e arriva alle coste della Liberia, passando per il Giappone, la Thailandia, Hong Kong, con un epilogo cruento nelle isole Fær Øer, e mettendo sotto accusa l’industria della pesca nel suo complesso. Secondo il regista, queste pratiche porteranno all’estinzione della maggior parte delle specie marine entro il 2048. 

Il ruolo dell’Europa

Il 17 giugno 2008 il Parlamento Europeo ed il Consiglio dell’Unione Europea hanno emanato la Direttiva 2008/56/CE, detta anche Marine Strategy Framework Directive, che aveva come obiettivi inziali la tutela della biodiversità marina ed il raggiungimento della soglia di inquinamento zero in mare. La Direttiva si basa su un approccio integrato e si proponeva di diventare il pilastro ambientale della futura politica marittima dell’Unione Europea. Dato il carattere innovativo, pur essendo stato di recente superato il limite temporale di attuazione (inizialmente previsto per il 2020), essa è il fondamento delle attuali e future politiche per la salvaguardia degli ambienti marini.

Come già avevamo affrontato il tema in un altro articolo, il Green Deal europeo rappresenta un piano per rendere sostenibile l’economia dell’UE. L’Europa vanta una salda posizione di partenza quando si tratta di sviluppo sostenibile ed è anche fortemente impegnata, insieme ai suoi paesi membri, ad assumere il ruolo di apripista nell’attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite e, nello specifico, dell’obiettivo numero 14 per la conservazione dei mari e degli oceani.

E l’Italia? 

Il nostro paese si è reso protagonista di forti ritardi rispetto al recepimento della legislazione europea. Secondo il Rapporto ASviS 2020, infatti, gli stock ittici italiani sono ampiamente sovra sfruttati rispetto alla media Ue. La recente relazione sullo stato di attuazione della Marine Strategy Framework Directive, presentata dalla Commissione Europea il 25 giugno 2020, evidenzia, infatti, i ritardi nella presentazione delle relazioni previste dalla Direttiva e la carenza di molti dei dati conoscitivi. L’Italia risulta ancora tra gli Stati membri con sensibili inadempienze, nonostante la fondamentale importanza ambientale e socioeconomica che il mare riveste per il nostro Paese.

Sempre secondo il Rapporto ASviS 2020, a livello globale si segnala un aumento dell’acidità degli oceani del 10-30% rispetto al periodo 2015-2019, con gravi conseguenze sulla fauna, sulle barriere coralline e sulla flora marina. Ci sono anche dei segnali positivi fortunatamente, dal momento che si è registrato un aumento delle aree marine protette, raddoppiate rispetto al 2010.

Un cambio di passo è più che mai necessario ed ASviS ha presentato alcune proposte concrete per accelerare il processo di attuazione della legislazione europea e dell’obiettivo numero 14 dell’Agenda 2030, tra cui: 

  • Colmare i ritardi sulla Marine Strategy Framework Directive per conseguire un buono stato ecologico
  • Promuovere la piccola pesca, coinvolgendo pescatori, associazioni di categoria, istituzioni ed enti di ricerca;
  • Un approccio bottle to bottle in un’ottica di economia circolare, per la riduzione di nuova plastica per liquidi;
  • Dare riconoscimento giuridico al Piano di azione regionale della Commissione generale della pesca in Mediterraneo (organizzazione regionale che fa parte della Fao e unisce 22 Paesi tra cui l’Italia).

I’d like to be under the sea, in an octopus’s garden in the shade cantavano i Beatles negli anni 70, ed il testo, scritto da Ringo Starr, fu ispirato da una vacanza del batterista in Sardegna di qualche anno prima. Da sempre esiste un rapporto di amore e rispetto tra l’uomo ed il mare; per tenere fede a quella relazione dobbiamo agire al più presto e fare in modo che il mare ritorni ad essere vitale e sano, in modo da consentire benessere per tutti ed un domani votato alla sostenibilità. L’acqua rappresenta la vita e come tale deve essere salvaguardata. Se preserveremo gli ecosistemi marini preserveremo anche il nostro futuro.

L’agricoltura industriale e il suo impatto sull’ambiente

L’aumento della popolazione, la richiesta sempre crescente di derrate alimentari, ha portato inevitabilmente ad una rapida riorganizzazione di alcune infrastrutture, come quella agricola, che si è dovuta adattare conseguentemente alla nuova compagine sociale. Ad una domanda sempre maggiore del mercato, il settore agricolo ha dovuto “reinventarsi” soprattutto per quanto riguarda l’adozione di sistemi di produzione più rapidi ed efficaci. Vale a dire sistemi che prevedano l’utilizzo di fertilizzanti sintetici all’azoto che mirano ad incrementare la crescita delle piante.
L’azoto è un componente essenziale per la vita sulla terra: le piante assorbono azoto dal terreno e gli animali a loro volta si nutrono delle piante. Quando muoiono e si decompongono, l’azoto ritorna al suolo e viene trasformato dai batteri. Questa ciclicità, che prende il nome di “Ciclo dell’azoto”, può tuttavia essere compromessa, se si ricorre ad espedienti nocivi, come appunto i già citati fertilizzanti sintetici, o a metodi di coltivazione che non rispettano la naturale ricomposizione del terreno, in seguito al tradizionale ciclo di rotazione periodica delle culture.
L’agricoltura industriale moderna ha sconvolto questo antico equilibrio ecologico, già a partire dagli anni ’70 del secolo scorso, quando negli USA si è cercato di incentivare al massimo la produzione di cibo, con l’obiettivo di mantenere prezzi bassi e incoraggiare le esportazioni.
Oggi molte attività agricole potrebbero ritrovarsi con un deficit economico enorme se non fosse per il sostegno dei contribuenti, che favoriscono l’attuazione di pratiche altamente nocive e particolarmente dispendiose. 
Per produrre una sola caloria di cibo addirittura il settore agricolo consuma circa 10 kcal di energia ricavata dai carburanti fossili.
Ciò che però fu quasi totalmente ignorato, negli Stati Uniti e poi nel resto del mondo, è il fatto che l’utilizzo dei fertilizzanti all’azoto stimola non soltanto la crescita delle piante, ma conseguentemente anche quella dei batteri che vivono nel suolo e che sono “affamati” di carbonio. Ecco perché la distribuzione rapida di fertilizzante porta ad una riproduzione ancor più spedita di questi batteri che assorbono senza freno il carbonio, lasciandone il terreno privo.

I fertilizzanti all’azoto finiscono poi nei corsi d’acqua che, riempiti di nutrienti, permettono la crescita di alghe nelle aree in cui sfociano. Quando le alghe muoiono, la loro decomposizione sottrae l’ossigeno all’acqua, provocando danni enormi alla fauna acquatica e dando vita a quelle che vengono definite “zone morte”.
Al Gore paragona l’attuale utilizzo dei fertilizzanti sintetici all’azoto al patto stipulato da Faust col diavolo. Ed effettivamente non ha tutti i torti! 
Addirittura alcune aree del globo presentano terreni talmente degradati che è necessaria non una diminuzione, ma un aumento della fertilizzazione.

Il settore agricolo nello specifico del continente Europeo

Entrando nel dettaglio della zona europea, secondo alcuni studi condotti dall’Agenzia europea dell’ambiente, l’attività agricola risulta meno interessante come attività economica e soltanto il 39% del suolo del continente risulta effettivamente adibito ad uso agricolo.
Il settore utilizza gran parte delle risorse naturali e le conseguenze di uno sfruttamento così massiccio sono inevitabili:

  • Il 94% delle emissioni di ammoniaca in Europa, sono derivate direttamente dall’agricoltura;
  • Mediante l’irrigazione, l’agricoltura esercita forti pressioni sulle risorse idriche rinnovabili, tanto che circa il 50% dell’acqua utilizzata in Europa è destinata al settore;
  • L’agricoltura è una delle principali fonti di nitrati nelle acque superficiali o sotterranee;

Accanto a questi fattori di rischio ambientali, vanno ad aggiungersi anche altri cambiamenti di tendenza soprattutto relativi al consumo, in crescita, della carne rossa. In media per produrre mezzo chilo di carne, servono oltre 3 chili di proteine vegetali e quasi 22,8 metri cubi d’acqua.

Il consumo pro capite della carne è aumentato di circa il 50% negli ultimi 50 anni, soprattutto nei paesi sviluppati. 
Il tutto, ovviamente, accompagnato da un elevatissimo consumo di energia, proveniente da combustibile fossile, necessaria per far muovere l’intera macchina di produzione alimentare e da una conseguente impennata delle emissioni di CO2.Gli impatti legati, dunque, alle emissioni provenienti dagli impianti di allevamento industriali, insieme a quelli strettamente connessi al settore agricolo, hanno peggiorato in maniera irrimediabile l’ecosistema globale.

La scelta dell’Europa

Tuttavia, nonostante gli impatti devastanti all’ambiente, causati prevalentemente dal settore agricolo, l’Unione Europea, ha adottato alcune misure di contenimento dei rischi. 
Una di queste prende il nome di Direttiva Nitrati, firmata nel 1991 dagli Stati membri dell’Unione mira a proteggere la qualità delle acque prevenendo l’inquinamento di quelle sotterranee e di quelle superficiali provocato dai nitrati utilizzati in agricoltura. 
Ogni quattro anni, la Commissione europea redige una relazione sull’attuazione della direttiva e delle buone pratiche agricole da attuare nel rispettivo territorio nazionale. 
La direttiva, inoltre, consente agli Stati di derogare al limite di 170 kg di azoto per ettaro all’anno soltanto in condizioni specifiche, come stagioni di crescita prolungate o elevate precipitazioni. 
La misura adottata, sebbene rappresenti un piccolo segnale di risposta al cambiamento climatico, ha mostrato fin da subito la volontà da parte degli Stati membri di migliorare la qualità del settore agricolo industriale. 
Nell’Unione Europea migliora la qualità delle acque e cresce l’efficacia dei programmi d’azione. Nonostante la riduzione del numero di capi d’allevamento e nell’uso di fertilizzanti fornisca un importante contributo in termini di riduzione di pressione ambientale, le attività agricole costituiscono ancora oggi un’importante fonte di azoto per le acque superficiali.
Indubbiamente la direttiva rappresenta soltanto un piccolo tassello nella lotta al cambiamento climatico che, si spera, entro il più breve tempo possibile, possa concludersi in maniera vittoriosa.

Fonti

Bibliografia

Al Gore, La scelta. Come possiamo risolvere la crisi climatica, Rizzoli, 2009

Secop Talk | Issue 13 | Lotta contro il cambiamento climatico

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

Le attività umane stanno aumentando le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera. Ed è probabilmente per questo che siamo di fronte ad un importante aumento delle temperature.
Il 13 obiettivo dell’Agenda 2030 prevede, pertanto, di adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze.

Ne abbiamo parlato nell’articolo di Lorenzo Baronti e ne parliamo oggi in una nuova puntata di Secop Talk con Caterina.

Cambiamento climatico e politiche in Europa

L’Obiettivo di Sviluppo sostenibile numero 13 non poteva essere scritto con più chiarezza: adottare misure urgenti per combattere i cambiamenti climatici e le loro conseguenze. Un unico grande obiettivo spiegato in una semplice frase. Vediamo in quest’articolo quali sono i rischi del cambiamento climatico e come l’Unione Europea sta agendo per far fronte alla minaccia.

La minaccia del cambiamento climatico

Il clima globale è variato notevolmente nel corso della storia della Terra. Negli ultimi decenni del ventesimo secolo, il mondo ha sperimentato un tasso di riscaldamento senza precedenti da migliaia di anni, per quanto possiamo dire dalle prove disponibili. L’aumento della temperatura media globale è stato accompagnato da continui aumenti delle temperature e dell’accumulo di calore oceanico, del livello del mare e del vapore acqueo atmosferico. C’è stata anche una riduzione delle dimensioni delle calotte glaciali e della maggior parte dei ghiacciai. Il recente rallentamento del tasso di riscaldamento superficiale è dovuto principalmente alla variabilità climatica che ha redistribuito il calore nell’oceano, provocando il riscaldamento in profondità e il raffreddamento delle acque superficiali.

Le attività umane stanno aumentando le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera. È estremamente probabile che questo aumento abbia causato la maggior parte del riscaldamento globale osservato di recente, con la CO2 che è il maggior contributore.

Se le emissioni di gas serra continuano a crescere rapidamente, si prevede che, entro il 2100, la temperatura media globale dell’aria sulla superficie terrestre si scalderà di circa 4 ° C rispetto alle temperature della metà del XIX secolo. Ci sono molte probabili ramificazioni di questo riscaldamento. Tuttavia, se le emissioni vengono ridotte sufficientemente rapidamente, c’è la possibilità che il riscaldamento medio globale non superi i 2 ° C e gli altri impatti saranno limitati.

Dalla metà del XX secolo, il cambiamento climatico ha determinato un aumento della frequenza e dell’intensità dei giorni molto caldi e una diminuzione nei giorni molto freddi. Queste tendenze continueranno con un ulteriore riscaldamento globale. Gli eventi di forti piogge si sono intensificati sulla maggior parte delle aree terrestri e probabilmente continueranno a farlo, ma si prevede che i cambiamenti varieranno a seconda della regione.

Il livello del mare è aumentato durante il XX secolo. I due principali fattori che contribuiscono sono l’espansione dell’acqua di mare durante il riscaldamento e la perdita di ghiaccio dai ghiacciai. È molto probabile che il livello del mare aumenti più rapidamente durante il ventunesimo secolo rispetto al ventesimo secolo e continuerà a salire per molti secoli.

Il cambiamento climatico ha impatti sugli ecosistemi, sui sistemi costieri, sui regimi antincendio, sulla sicurezza alimentare e idrica, sulla salute, sulle infrastrutture e sulla sicurezza umana. Gli impatti sugli ecosistemi e sulle società si stanno già verificando in tutto il mondo.

Se le emissioni di gas serra continuano ad essere elevate, è probabile che la componente del cambiamento climatico indotta dall’uomo supererà la capacità di adattamento di alcuni paesi.

Esiste un accordo quasi unanime tra gli scienziati del clima sul fatto che il riscaldamento globale causato dall’uomo sia reale. Tuttavia, il futuro cambiamento climatico e i suoi effetti sono difficili da prevedere con precisione, soprattutto a livello regionale e locale. Molti fattori impediscono previsioni più accurate ed è probabile che qualche incertezza permanga per molto tempo.

Ecco che l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile numero 13 attira l’attenzione sull’azione delle nazioni: devono fare scelte su come rispondere alle conseguenze del futuro cambiamento climatico. Le strategie disponibili includono la riduzione delle emissioni, la cattura di CO2, l’adattamento e la “geo-ingegneria”. Queste strategie, che possono essere combinate, comportano diversi livelli di rischio ambientale e diverse conseguenze per la società. Il ruolo della scienza del clima è quello di informare le decisioni fornendo la migliore conoscenza possibile sui risultati climatici e sulle conseguenze di strategie di azione alternative.

L’Unione europea contro l’inquinamento industriale

L’SDG 13 è stato preso piuttosto seriamente dall’Unione Europea, soprattutto in termini di azioni contro l’inquinamento atmosferico, è definito come l’aggiunta di varie sostanze chimiche pericolose, particolato, sostanze tossiche e organismi biologici all’atmosfera terrestre. Ci sono diversi fattori che causano l’inquinamento atmosferico, ma ciò che proviene da industrie e fabbriche è spesso considerato un fattore importante nell’inquinamento atmosferico. Secondo uno studio condotto dalla Environmental Protection Agency, o EPA, si è scoperto che l’inquinamento industriale rappresenta circa il 50% dell’inquinamento negli Stati Uniti d’America. Esistono numerose gravi implicazioni ecologiche e rischi per la salute associati all’inquinamento atmosferico industriale.

Anche in Europa le concentrazioni di inquinanti atmosferici sono ancora troppo elevate e persistono problemi di qualità dell’aria da parte delle industrie.

L’UE agisce a molti livelli per ridurre l’esposizione all’inquinamento atmosferico e per migliorare la qualità dell’aria, negli ultimi anni l’azione più importante dell’Unione Europea in campo ambientale è il “New Green Deal”, un piano di finanziamento che mira a migliorare il settore dell’economia circolare, riducendo notevolmente l’inquinamento da industrie.

Svolge un ruolo fondamentale l’Agenzia europea dell’ambiente (AEA) la quale è il centro dati sull’inquinamento atmosferico dell’Unione europea e sostiene l’attuazione della legislazione dell’UE relativa alle emissioni al monitoraggio della qualità dell’aria; in particolare, il lavoro dell’AEA si concentra su:

  • mettere a disposizione del pubblico una serie di dati sull’inquinamento atmosferico;
  • documentare e valutare le tendenze dell’inquinamento atmosferico e le relative politiche e misure in Europa;
  • studiare i compromessi e le sinergie tra l’inquinamento atmosferico e la politica in diverse aree, inclusi i cambiamenti climatici, l’energia, i trasporti e l’industria.

Festa dei lavoratori: il lavoro come prima risorsa

Festa dei lavoratori: contesto storico

Il 1° maggio è, ufficialmente a partire dal 1947, considerata Festa del lavoro e dei lavoratori in moltissimi paesi del mondo. 
In realtà la storia di questa importantissima ricorrenza, risale ad un’epoca ancor più remota. Siamo a Chicago, negli Stati Uniti, il 1°maggio del 1886. In quel giorno era stato indetto uno sciopero generale in tutto il paese, attraverso il quale gli operai rivendicavano migliori e più umane condizioni di lavoro. Non era, infatti, insolito che a fine ‘800 gli orari di lavoro giungessero addirittura ad un totale di 16 ore al giorno e che la sicurezza sul lavoro fosse quasi una “leggenda metropolitana”. 
Tre anni dopo quella prima e significativa imposizione nei confronti di un sistema di estremo sfruttamento lavorativo, nel luglio del 1889, si decise, al congresso della “Seconda Internazionale”, l’organizzazione dei partiti laburisti e socialisti europei, di istituire una grande manifestazione di portata globale, che sarebbe stata celebrata, da qui in avanti, indicativamente proprio il 1° maggio. 
In Italia, il ventennio fascista modifica questa annuale ricorrenza, anticipando la data di celebrazione al 21 aprile, data del cosiddetto Natale di Roma, snaturando così l’idea originaria di celebrazione del lavoratore in quanto figura cardine del progresso civile.
L’istituzionalizzazione della Festa del lavoro, avvenuta in Italia soltanto sessant’anni dopo, nel 1947, ha sottolineato la volontà di garantire un miglioramento delle condizioni lavorative su tutto il territorio nazionale.

Misure di prevenzione sul lavoro: panorama italiano oggi

Le regole riguardo la sicurezza sul lavoro e gli obblighi per lavoratori e aziende sono disciplinate dal Testo Unico, ovvero il Decreto Legislativo 81/2008. La legge ha avuto come obiettivo quello di stabilire regole, procedure e misure preventive da adottare per rendere più sicuri i luoghi di lavoro, quali essi siano. L’obiettivo è quello di evitare o comunque ridurre al minimo l’esposizione dei lavoratori a rischi legati all’attività lavorativa per evitare infortuni o incidenti o, peggio, contrarre una malattia professionale.

Prima figura sulla quale ricade questa responsabilità di protezione del dipendente, è il datore di lavoro, che viene investito dell’obbligo di garantire la sicurezza, attraverso l’attuazione degli adempimenti stabiliti dal Testo Unico, tra i quali spiccano nella sezione Valutazione dei Rischi:

  • Individuazione di mansioni che espongono il lavoratore ad eventuali rischi che richiedono una particolare esperienza e formazione;
  • L’attuazione delle misure ritenute opportune per garantire il miglioramento nel corso del tempo dei livelli di sicurezza;
  • Una relazione sulla valutazione dei rischi per la sicurezza e la salute durante l’intera attività lavorativa

Covid: l’impatto sul mondo del lavoro

L’ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro), ha pubblicato, per l’anno 2020 un Rapporto annuale sul mercato del lavoro, nel quale viene riportata la perdita di occupazione durante il periodo febbraio-giugno 2020: ben 542 mila occupati in meno rispetto allo stesso periodo in relazione all’anno precedente. 
Le flessioni si sono concentrate soprattutto tra i dipendenti a termine e, in misura inferiore, tra gli indipendenti, a fronte di un incremento dello stock di dipendenti a tempo indeterminato.
In particolare la gravissima crisi provocata dalla pandemia, ha interessato soprattutto le donne, i giovani, e i dipendenti stranieri, per i quali si registra un elevato tasso di disoccupazione. Circa il 6,4% in più rispetto all’anno precedente ha riguardato la perdita di occupazione del settore femminile. 
Non si tratta soltanto di una perdita dal punto di vista strettamente lavorativo, è soprattutto una disfatta sul piano sociale. 

La festa dei lavoratori, in un anno critico come quello in cui ci ritroviamo a vivere, sembrerebbe essere un paradossale ossimoro, per chi, invece, il lavoro non ce l’ha più e per chi ancora lotta per riuscire a trovarlo. 

Buon primo maggio a tutti i lavoratori che lottano contro lo sfruttamento. 
Buon primo maggio a chi lavora per necessità e non per passione.
Buon primo maggio a tutte le donne lavoratrici, a tutti i giovani sognatori e a chi di cassetti pieni di sogni ne ha in abbondanza.

Per un’auspicabile ripresa. 

Comunità energetiche rinnovabili: il primo passo dell’Italia a Magliano d’Alpi

Sempre più spesso sentiamo parlare di transizione energetica: rendere sostenibili le nostre città e rinnovare le infrastrutture in modo che il loro impatto non sia più deleterio per il clima del pianeta. Le comunità energetiche rinnovabili rappresentano un esempio virtuoso e concreto di come questo procedimento sia effettivamente realizzabile. 

Cosa si intende per comunità energetiche?

Le comunità energetiche indipendenti sono ormai una realtà affermata in molte aree del territorio europeo (Germania e Danimarca su tutti). Esse rappresentano una scelta sostenibile che permette a molte città di favorire il processo di decarbonizzazione, limitare le emissioni di CO2, riuscire ad essere totalmente autosufficienti a livello energetico e, in alcuni casi, trarre profitto dall’energia in eccesso che viene prodotta da impianti ad energia green. Nata come iniziativa spontanea nei paesi del Nord Europa, la definizione di comunità energetica è entrata nella legislazione europea con il Clean Energy Package. Un’ulteriore spinta è arrivata con la direttiva Red II (2018/2001/Ue), che ha come obiettivo generale quello di portare il livello di consumo proveniente da fonti energetiche rinnovabili al 32% entro il 2030. 

Le comunità energetiche costituiscono a tutti gli effetti un soggetto giuridico e necessitano di un controllo meticoloso da parte dei membri partecipanti; il loro obiettivo principale è conseguire benefici ambientali, economici e sociali per la comunità stessa. Le premesse per cui siano definite tali sono l’installazione di impianti per le rinnovabili con una potenza totale inferiore a 200 kW e che l’energia ricavata sia possibilmente consumata dalla comunità stessa, oppure immagazzinata in sistemi appositi. L’impianto deve essere collegato alla rete elettrica a bassa tensione, attraverso la stessa cabina di trasformazione da cui la comunità energetica trae anche l’energia di rete.

Uno tra gli esempi più efficienti di comunità energetica in Europa si trova in Germania, precisamente nei comuni di Neuerkirch e Kulz, nel Circondario del Reno-Hunsrück. Per far fronte al debito pubblico e al calo della popolazione i due comuni si sono uniti e insieme ad alcuni cittadini hanno investito in impianti eolici, i quali hanno permesso un ricavo da investire in pannelli fotovoltaici e nella creazione di reti locali per il riscaldamento. Tra i due comuni il risparmio di CO2 è passato da 1200 a solo 80 tonnellate l’anno e ad oggi i soci sono 336 e gli impianti 18 (dati da La comunità energetica – Report 08/06/2020).

Il primo passo dell’Italia

Il 12 marzo 2021 è stata inaugurata la prima comunità energetica d’Italia: si trova nel comune di Magliano d’Alpi, in provincia di Cuneo, ed è stata denominata Comunità Energetica Rinnovabile Energy City Hall.

Si apprende dal sito del comune che “con la deliberazione della Giunta Comunale n. 38 del 28 aprile 2020 il comune ha aderito al Manifesto delle Comunità Energetiche per una centralità attiva del Cittadino nel nuovo mercato dell’energia, promosso dall’Energy Center del Politecnico di Torino, entrando in sinergia attiva con un polo di eccellenza del mondo della ricerca sui temi energetici e delle smart city”.

Con l’installazione di un impianto fotovoltaico da 20 Kw di picco, posto sul tetto del Palazzo comunale, l’amministrazione si presta a fornire energia pulita a piccole realtà cittadine come palestre, biblioteche, scuole, botteghe ed alcune abitazioni private. Il Comune quindi si propone come coordinatore della CER (Comunità Energetica Rinnovabile) e nel doppio ruolo di produttore e consumatore. Inoltre, viene offerta la possibilità a chiunque abbia a disposizione un impianto fotovoltaico costruito dopo il 1° marzo 2020, collegato alla medesima cabina di trasformazione secondaria utilizzata dal Comune, di proporsi come produttore energetico, mentre per coloro che non hanno a disposizione un impianto è concesso associarsi come semplici consumatori.

Si legge ancora sul sito del Comune che la legge di conversione del decreto “Milleproroghe” fornisce fin da subito “la possibilità a tutti i cittadini di esercitare collettivamente il diritto di produrre, immagazzinare, consumare, scambiare e vendere l’energia auto prodotta, con l’obiettivo di fornire benefici ambientali, economici e sociali alla propria comunità. In particolare, ci si attende che comunità energetiche rinnovabili e con autoconsumo collettivo possano contribuire a mitigare la povertà energetica, grazie alla riduzione della spesa energetica, tutelando così anche i consumatori più vulnerabili.” A ciò seguono tutta una serie di indicazioni che regolano il funzionamento della comunità così come definita dal decreto “Milleproroghe”, tra cui troviamo la limitazione per la potenza degli impianti che non deve superare i 200 kW e il vincolo per cui la condivisione dell’energia sia destinata all’autoconsumo istantaneo

Nell’articolo Energia pulita e sostenibile: qual è la realtà in Italia? abbiamo illustrato quello che è l’SDG numero 7 dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. In questa direzione, la comunità energetica rinnovabile di Magliano D’Alpi fornisce un esempio tangibile di approvvigionamento energetico vantaggioso, mettendo l’Italia sui binari giusti verso un futuro in cui il termine transizione ecologica non sia solo il nome di un ministero ad hoc soffocato dalle contraddizioni della politica, ma diventi una realtà concreta da cui tutti possano trarre beneficio. Un cambio di passo è possibile. La rivoluzione green non può più attendere.

Fonti

Secop Talk | Issue 12 | Garantire un modello sostenibile di produzione e consumo

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

Nella nostra società è la produzione a produrre il consumo e non viceversa.
In questo modo siamo arrivati a divenire schiavi del consumismo, pagandone inevitabilmente care conseguenze.

Per questo motivo, il dodicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 vuole garantire modelli sostenibili di produzione e di consumo.

Abbiamo affrontato questo tema nell’articolo di Ilaria Bartolomei e ne parliamo oggi nella nuova puntata di Secop Talk.

La società dei consumisti e degli spreconi

A fine ‘800 Marx delineava i contorni del gigante che la società andava costituendo: una macchina che macina, produce, consuma ed è interessata all’acquisto di beni superflui e bisogni fittizi, spacciati per reali e necessari da pubblicità o fenomeni sociali.                                Questo ha portato al consumismo di cui, oggi, paghiamo le conseguenze: il “feticismo della merce”, teorizzato dal filosofo, si è manifestato come fenomeno di massa, subito dopo la seconda rivoluzione industriale.

Ritmi di consumo non più sostenibili

In una società del genere la produzione “produce” il consumo e non viceversa. “Produce” l’oggetto, la modalità e la spinta verso il consumo, ma non aspetta il meccanismo della domanda e dell’offerta, a cui bisogna tornare per produrre in modo più sostenibile, come sprona l’obiettivo 12 dell’Agenda 2030: produrre di più,con meno risorse, meglio spese. 

Si rivela, allora, necessario che tutti, in qualsiasi angolo di mondo, siano educati alla sostenibilità e ad uno stile di vita in linea con il proprio tempo e la natura in cui si trovano. 

La mancanza di educazione al consumo sostenibile ha portato a enormi sprechi.                   Basti pensare che ogni anno circa un terzo del cibo prodotto (1,3 miliardi di tonnellate) diventa spazzatura ora dei commercianti, ora dei consumatori, perché scaduto o mal conservato.                                                                                                                                                          
Il cibo ha, quindi, un importante impatto ambientale, ma non è il solo bene che gestiamo male. Nella lista, infatti, troviamo anche energia e acqua, a cui abbiamo già fatto riferimento negli articoli sdg 6 e 7.                                                                                                                
Le risorse naturali necessarie alla vita sulla Terra sono a malapena sufficienti in questo momento, ma se la popolazione mondiale raggiungesse i 10 miliardi entro il 2050 saremmo costretti a cercare risorse su altri pianeti: ne servirebbero tre. 

Un ambiente in cui si produce, acquista, indossa e consuma male

In ambienti come la moda, in particolare la moda veloce e ad alto consumo, conosciuta come fast fashion, lo spreco di risorse e lo smaltimento errato di prodotti viaggia di pari passo.

In questo tipo di moda le aziende producono e vendono velocemente, i capi sono economici e ispirati all’alta moda. L’espressione fu coniata dal New York Times nel 1989 proprio all’apertura del negozio nella Grande Mela di uno dei colossi del settore: Zara.

Tuttavia, i danni che questa industria provoca sono enormi: secondo i dati della Commissione Economica per l’Europa delle Nazioni Unite, la fast fashion causa il 20% dello spreco globale dell’acqua ed emette, oltre ai gas serra, anche il 10% delle emissioni di anidride carbonica. Per Ecowatch, ogni secondo, 1.4 milioni di litri d’acqua sono usati per poter realizzare 200+ paia di jeans, al prezzo di metà della quantità d’acqua di una piscina olimpionica. 

In un sistema, dove passano 15 giorni dall’ideare un capo al ritrovarlo in vendita sugli stand in negozio, la merce invenduta è tanta e non tutte le aziende hanno elaborato metodi di riciclo: nel 2018 H&M ha avuto una quantità di invenduto pari a 4 miliardi di dollari. Ogni secondo, infatti, un camion della spazzatura colmo di tessuti finisce in discarica stando ad un recente studio della Ellen McArthur Foundation.                                                
Il Summit della moda di Copenaghen ha riferito che le tonnellate di rifiuti solidi di cui la moda è responsabile sono 92 milioni ogni anno.

Spreco alimentare e consumo eccessivo

Lo spreco alimentare non è solo l’insieme dei prodotti scartati nella catena che li produce durante le sue prime fasi: il cibo è spesso sprecato a fine catena di produzione, quando si trova nei nostri frigo e nelle nostre dispense. Oltre all’impatto sull’ambiente dell’energia consumata per la produzione e la conservazione (30% del consumo totale di energia) troviamo dunque anche quello dei rifiuti.

Per uno sviluppo sostenibile è, quindi, necessario dover intervenire anche nell’educazione alimentare: i dati nel Food Waste Index Report 2021 e del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (Unep) riferiscono che a buttare cibo sono le famiglie che scartano l’11% degli alimenti, mentre servizi e punti vendita ne sprecano tra il 2 e il 5%.                                            Sono, allora, le abitudini alimentari ad avere molte lacune: ogni anno vengono gettati 27 kg di cibo a testa, 74 kg a livello familiare.

Tuttavia, in Italia, secondo un’indagine di Coldiretti, la sensibilità in questione è considerevole: nel 2020, più di 1 italiano su 2 ha diminuito o annullato gli sprechi alimentari, adottando diverse strategie, forse per effetto pandemia, dato che, come ci comunica il Waste Watcher International Observatory, nel 2019 gli italiani avevano sprecato l’11,78% in più.

È in questo contesto che risultano fondamentali iniziative come TooGoodToGo, piattaforma che mette a contatto clienti e ristoratori di ogni tipo che a fine giornata non hanno venduto quanto hanno prodotto e quindi lo svendono: un semplice gesto per contrastare la frana di quei 15 miliardi totali di euro che vale il cibo sprecato finora in Italia. 

Anche l’Onu considera fondamentale che i consumatori siano guidati e aiutati per ridurre gli sprechi in casa (che avvengono per errata conservazione, eccessivo acquisto, dimenticanza)  anche a fronte delle 690 milioni di persone colpite dalla fame nel 2019, e destinate ad aumentare a causa dell’emergenza sanitaria Covid di cui abbiamo trattato nell’articolo “Zero Hunger”.                               

Doing more with less            

Il principio guida del dodicesimo obiettivo dell’Agenda 2030 intende spronare i produttori ad assumere ottiche sostenibili (prospettiva per cui in Italia possiamo ben sperare stando agli ultimi snodi del governo recente) e i consumatori a limitarsi ed essere più consapevoli dei costi di entrambe le parti.    

Miriamo al contrasto della povertà, nostra come del Pianeta, al miglioramento dello standard di vita (ridurre la fame e migliorare la salute) e allo sviluppo economico in un modello di economia circolare che chiude il ciclo di consumo e riciclo e ottimizza tempi e risorse, perché altri 3 pianeti dove andare ad estrarre quanto serve su questo non sono dietro l’angolo.  

Oggi è il 25 aprile!

Partigiani a Pistoia, il 9 dicembre 1944.

Di scuola, di algebra, di colori, di libri e di film, ma soprattutto di Resistenza.

Perché non le ho mail lette a scuola. Leggere, dico, come mi hanno fatto leggere i poeti che ho amato e che amo ancora. Perché non le ho mai potute vedere al cinema (e in TV che ve lo dico a fare…). Ma sono raccolte in un libro che ho letto troppo tardi. E sono commentate visivamente in un documentario. Non mi importa stare qui a dire gli autori del libro e del documentario, mi preme piuttosto l’argomento: le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Punto.

E perché oggi nel feed di Twitter mi è comparso il tweet di Ypsi, che non seguo, ma è evidente che la segue qualcuno che seguo e tanto basta per farmi comparire sullo schermo dello smartphone le foto di altrettante pagine che riproducono le lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Si tratta dell’utente @Donnaipsilon che alle 9:00 AM di questo 25 aprile 2021 ha pubblicato ogni ora la lettera di un condannato a morte della Resistenza “senza altro perché se non che è giusto e doveroso ricordare”.

Questo il tweet e a seguire le prime 3 lettere.

Coda per mia figlia (a cui manderò da leggere questo post).
Coccinella, se sei arrivata fino a qui, allora devi averle lette queste prime tre lettere. E allora, a dispetto dell’età che hai, parliamone. Comincio io e dico che devi fare i conti. I conti della data di nascita e della data di morte; i conti della data di cattura e della data di esecuzione; i conti con le date della Storia e con le date della cronaca.

Imparala questa algebra della Storia, coccinella, e ricordala durante la cronaca. Tutte le volte che sentirai minimizzare le storie della Resistenza. Tutte le volte che te le metteranno nel buio di una notte in cui tutte le vacche sono nere, troppo nere.

Tu scegli con cura i colori della tua vita. E fatti guidare anche da quest’algebra.
Buon 25 aprile.

I sogni non si comprano

Questi sono giorni tristi per ogni vero appassionato di calcio.

Che questo sport fosse guidato da forti rapporti economici è sempre stato chiaro agli occhi di tutti. Quando, però, leggo frasi che ironicamente incitano a svegliarsi e che è da quando fu sostituita la palla di stracci con quella in cuoio che lo spirito sportivo è morto, allora occorre fermarsi e portare avanti una riflessione. 
Il fatto che i ricchi tendano ad arricchirsi e ad aumentare il divario economico con le realtà sottostanti è un dato di fatto, concreto e appurato, ma non per questo può, o deve, essere permesso.
Il circolo elitario che ha formato la Superlega è vergognoso perchè non nasce mosso dai valori di uguaglianza, aggregazione, competitività e confronto che caratterizzano questo sport ma, esclusivamente, con l’intento di sanare i propri bilanci, martoriati da una politica gestionale di questo settore che loro stessi hanno contribuito a creare e che è stata definitivamente affossata dal Covid-19.

La Superlega

La stessa struttura della Lega è agli opposti dei valori inclusivi e meritocratici del calcio: 20 club partecipanti di cui 15 Club Fondatori e un meccanismo di qualificazione per altre 5 squadre, che verranno selezionate ogni anno in base ai risultati conseguiti nella stagione precedente; partite infrasettimanali con tutti i club partecipanti che continueranno a competere nei loro rispettivi campionati nazionali, preservando il tradizionale calendario di incontri a livello nazionale che rimarrà il cuore delle competizioni tra club; inizio ad agosto, con i club partecipanti suddivisi in due gironi da dieci squadre, che giocheranno sia in casa che in trasferta e con le prime tre classificate di ogni girone che si qualificheranno automaticamente ai quarti di finale; le quarte e le quinte classificate si affronteranno in una sfida “andata e ritorno” per i due restanti posti disponibili ai quarti di finale; il formato a eliminazione diretta, giocato sia in casa che in trasferta, verrà utilizzato per raggiungere la finale “a gara secca”, che sarà disputata alla fine di maggio in uno stadio neutrale.

L’ipocrisia con la quale i suoi fondatori, Florentino Perez, Andrea Agnelli e Joel Glazer, parlano della Superlega come un “percorso di sviluppo sostenibile a lungo termine, con un meccanismo di solidarietà fortemente aumentato, garantendo a tifosi e appassionati un programma di partite che sappia alimentare il loro desiderio di calcio e, al contempo, fornisca un esempio positivo e coinvolgente” (Andrea Agnelli), è assolutamente vergognosa.
Forse è bene ricordare i numeri delle cifre che “i salvatori del calcio europeo” andrebbero a mettersi in tasca. Riceveranno un contributo una tantum pari a 3,5 miliardi “a supporto dei piani d’investimento in infrastrutture e per bilanciare l’impatto della pandemia Covid-19”. Ogni società avrà tra 100 e 350 milioni subito, finanziati dalla banca d’affari americana JP Morgan: i premi annuali saranno tra 55 e 250 milioni per club e solo il 20% di questo tesoro dipenderà dai risultati.
Sarebbe interessante chiedere a Glazer ( “la Super League aprirà un nuovo capitolo per il calcio europeo, assicurando una competizione e strutture di prim’ordine a livello mondiale, oltre a un accresciuto supporto finanziario per la piramide calcistica nel suo complesso”), quale sarebbe il vantaggio per i club dei campionati che sono stati esclusi da questo torneo.
I Top Club, infatti, se avessero la possibilità di partecipare, come consuetudine, ai campionati nazionali, sarebbero notevolmente favoriti grazie alle entrate economiche della Superlega.
Per questo negli ultimi giorni non sono mancate dimostrazioni di disapprovazione nei confronti di questa nuova competizione, sia da parte dei club, che da parte dei giocatori e degli allenatori tesserati con i club fondatori.

FIFA e Uefa

La FIFA e l’Uefa si sono immediatamente dette contrarie alla doppia partecipazioni dei club, minacciando anche di escludere i firmatari della Super League dall’attuale Champions League in corso. Minacciando anche di escludere dalle Nazionali i giocatori dei club.
Tuttavia, queste due istituzioni del mondo del calcio, che inevitabilmente stanno passando come i difensori di questo sport, non lo sono affatto. 
Sono due organizzazioni che fanno esclusivamente i loro interessi, e combattere la Superlega rientra tra questi. 
L’Uefa è stata l’ideatrice del Fair Play Finanziario, un regolamento economico che impedisce di spendere più dei propri ricavi e che avrebbe dovuto ridurre il gap tra i “Paperoni del calcio” e gli altri club. Ovviamente è stato applicato solo in poche e rare occasioni e, soprattutto, nei confronti di realtà con un minor peso sportivo e mediatico, mentre per i Top Club, come PSG o Manchester City (solo per citarne due), è stato più volte chiuso un occhio, senza mai indagare fino in fondo (come nel caso evidenziato dal New York Times).
La FIFA invece condanna, con le parole del suo presidente Infantino, la nascita della Super League europea, quando poche settimane fa aveva promosso la nascita di una competizione similare in Africa. Forse perchè gli interessi economici sono totalmente diversi?
La stessa FIFA, che si fa portavoce dei diritti etici, morali e sportivi ha affidato i Mondiali del 2022 al Qatar, dove, secondo un’inchiesta del The Guardian, sarebbero morti più di 6500 lavoratori alle nuove infrastrutture sportive.
Lo stesso Qatar dove continua ad essere in vigore la pena di morte, dove i diritti per le persone Lgbtq+ sono inesistenti, dove le donne continuano a essere discriminate nella legge e nella prassi, e dove la libertà d’espressione continua ad essere un’utopia. Qualcuno potrebbe dire che stanno vivendo un nuovo Rinascimento. 
(Per leggere altre inchieste sulla FIFA vi consiglio quest’articolo)

I valori del calcio

Al di là della riflessione economico-politica è prioritario soffermarsi sull’aspetto sportivo di questa decisione.
La magia del calcio presuppone la lotta e il sacrificio per arrivare a giocarsi la fama e la gloria contro i migliori avversari, nei più grandi palcoscenici mondiali. Tutto per meritocrazia.
Giocare partite di cartello ogni settimana, così da poterne vendere i diritti televisivi, priva questo sport della magica adrenalina che si nascondeva dietro alla trepidante attesa delle partite fondamentali. Del resto, indubbiamente, la stessa motivazione che alimenta il fuoco della competitività dei giocatori scemerebbe. 
Mi hanno profondamente colpito le frasi di alcuni giocatori, assai rappresentative degli animi tormentati di tanti tifosi di tutto il mondo. 

“I bambini crescono sognando di vincere il Mondiale e la Champions League – non la Super League. La bellezza delle grandi partite è che arrivano una o due volte all’anno, non ogni settimana. Davvero difficile da capire per tutti i tifosi…”
– Mesut Ozil

“Mi sono innamorato del calcio popolare, del calcio dei tifosi, con il sogno di vedere la squadra del mio cuore sfidare i più grandi. Se questo progetto della Superlega proseguirà, questo sogno è destinato a finire. Il desiderio dei tifosi delle squadre che non sono ai vertici di vedere i loro team battere sul campo i più grandi, è spento”
– Ander Herrera

“I sogni non si comprano”
– Bruno Fernandes
(cronache di spogliatoio)

La fine della Superlega

Dopo 48 ore dalla nascita della Superlega tutto è stato sospeso. 
Il mondo del calcio è stato messo a dura prova, ma alla fine, dopo forti pressioni da parte dei tifosi e delle istituzioni in carica, le società fondatrici della competizione si sono bruscamente fermate.
In Inghilterra sono nate vere e proprie manifestazioni di rivolta da parte delle tifoserie dei club interessati, che hanno costretto le società tirate in causa a rivedere le proprie decisioni.
Tutte le squadre inglesi si sono ritirate ufficialmente dal progetto. 
In Italia, anche Inter e Milan si sono tirate fuori. 
Real Madrid, Barcellona e Juventus, nonostante tutto sia stato sospeso, non prendono le distanze dalle loro azioni, ribadendo l’importanza di una simile competizione e mettendo solo per il momento il progetto in stand-by.
Il tifoso, che da sempre è al centro della macchina del mondo del calcio, ha impugnato lo scettro del potere e ha fatto valere la sua importanza. Ma non c’è da cantar vittoria. Il cantiere Super League rimane aperto.