Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?

Covid-19 e lavoro

Se c’è una cosa su cui la pandemia di Covid-19 ci fa riflettere è sicuramente il lavoro: c’è chi l’ha perso; chi l’ha mantenuto con difficoltà; chi ancora oggi ha la possibilità di lavorare e di far lavorare in smart working. Ma non tutti, come è evidente, hanno la possibilità di farlo, perché o è  il lavoro stesso a non permetterlo, come tutti i lavori manuali, o perché è il lavoratore che non ha a disposizione un computer o una connessione internet. Migliaia di persone sono state mandate a casa con la promessa della cassa integrazione. Alcuni ristoranti e bar hanno chiuso definitivamente. L’emergenza sanitaria ha messo sotto i riflettori una macchina che, forse, non funziona più molto bene.

Crescita economica e sviluppo non sono la stessa cosa

L’obiettivo numero 8 dell’Agenda 2030 è esplicitamente quello di garantire una crescita economica duratura. Ma cosa si intende per crescita economica? È un concetto economico che misura la produzione crescente di beni e servizi di una collettività. Si suppone che debba essere sempre in crescita per far fronte al continuo aumento dei bisogni della collettività stessa. Lo sviluppo è invece un miglioramento della qualità della vita, accompagnato da una migliore distribuzione del reddito. Inizialmente anche la nozione di sviluppo era caratterizzata da aspetti puramente economici, ma con il tempo si è allargata, arrivando a comprendere anche aspetti sociali ed economici, come ad esempio i diritti politici e quelli civili. 

Anche se sentiamo spesso la parola sviluppo solo in relazione ai paesi “in via di sviluppo”, anche per gli altri bisognerebbe iniziare a ragionare in termini di sviluppo e non di crescita. Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno svolto una ricerca in tutti i principali Paesi sviluppati, pubblicata nel libro La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici (Milano, Feltrinelli, 2009). Wilkinson e Pickett hanno dimostrato che società più eque registrano prestazioni migliori in termini di speranza di vita, mobilità sociale e alfabetizzazione. Società diseguali, invece, registrano prestazioni peggiori in termini di malessere sociale, incidenza di malattie mentali, obesità.

Lo sviluppo è, quindi, un concetto più ampio della crescita economica. Se vogliamo davvero cambiare le cose per il meglio, non dobbiamo basare le scelte politiche su fattori unicamente economici. 

La dittatura del PIL

Il Prodotto Interno Lordo è l’indice su cui da decenni i Paesi, e le loro politiche, si basano per misurare il grado di benessere di un paese. Più il PIL è alto e più in quel Paese si vive bene. Ma è veramente così? 

Il PIL misura il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno. Dunque, non ci dice niente quindi sullo sviluppo, sulla prosperità o sulla sostenibilità. L’economista considerato l’inventore del PIL, Simon Kuzners, nel 1934 dichiarò al Senato statunitense che “il benessere di una nazione può difficilmente essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale”. Robert Kennedy, politico statunitense e fratello di John Fitzgerald Kennedy, nel 1968, dichiarò all’Università del Kansas che il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Kennedy sottolineava il fatto che nel calderone dei beni e dei servizi finiscono anche i costi delle ambulanze o le pubblicità delle sigarette. Il valore cresce anche con la produzione di missili, testate nucleari o armamenti che la polizia usa per sedare le rivolte. 

Martha Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, ragiona per assurdo: anche se volessimo misurare la qualità della vita solo in termini monetari, il Prodotto Interno Lordo non è comunque la scelta più consona. Sarebbe più efficace, ad esempio, misurare il reddito familiare medio. Inoltre, insiste Nussbaum, il PIL non tiene conto degli aspetti distribuitivi della ricchezza. In questo modo una nazione con un PIL molto alto potrebbe essere caratterizzata da enormi diseguaglianze. 

Dovremmo, quindi, iniziare a misurare non la produzione, ma il benessere, inteso come un insieme di risorse naturali, salute, istruzione, lavoro, equità, sicurezza economica e capitale umano, sociale e fisico.

Lavoro minorile

Per produrre di più con costi sempre più bassi ci si spinge a conseguenze impensabili: arrivare anche a sfruttare i bambini. Per lavoro minorile si intende un lavoro a cui sono sottoposti minorenni in condizioni di semi prigionia, che li priva di ogni forma di libertà e diritto allo studio, con gravi danni sullo sviluppo psico-fisico. Le ragioni le conosciamo benissimo: i minorenni hanno un costo di manodopera molto ridotto e non hanno bisogno di stipulare nessun tipo di contratto. Non è una novità l’elevato uso di minorenni in ambienti come quello della moda, per fabbricare prodotti da esportare in tutto il mondo. Secondo Save The Children sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento (dati del 2019). Ancora una volta è l’Africa a riportare i dati peggiori: qui lavorano 72 milioni di minori. Come spiegavamo qualche articolo fa, i Paesi più poveri hanno una popolazione meno istruita. I bambini, spesso, non vanno a scuola per dover lavorare e, non avendo studiato, non hanno altro possibilità che continuare a fare lavori poco dignitosi. È un circolo vizioso difficile da rompere.  Seppur negli ultimi venti anni ci sono stati dei progressi, dice Save The Children, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dell’Agenda 2030: entro il 2025 dovremmo, infatti, porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme, ma se continuiamo così, tra quattro anni ci saranno ancora 121 milioni di minorenni sfruttati.

Per approfondire:

Ali per Zaki

L’iniziativa di Solidarietà promossa dal Comune di Vico Pisano

Patrick Zaki è uno studente dell’Università di Bologna e attivista egiziano nato il 16 giugno 1991 a Mansura, in Egitto.

In occasione delle elezioni presidenziali egiziane del 2018, Patrick Zaki è stato uno degli organizzatori della campagna elettorale di Khaled Ali, avvocato e attivista politico impegnato nella difesa dei diritti umani che successivamente ritirò la candidatura denunciando il clima di intimidazione e i numerosi arresti dei suoi collaboratori. Zaki ha fatto parte dell’associazione per la difesa dei diritti umani Egyptian Initiative for Personal Rights, con sede al Cairo. 

Prima della sua incarcerazione stava frequentando un master universitario in studi di genere all’Università di Bologna.

Il 7 febbraio 2020, nell’intento di tornare in Egitto per fare visita ai parenti, dopo l’atterraggio all’aeroporto del Cairo alle 4:00, è stato catturato dagli agenti dei servizi segreti. Per circa 24 ore non sono trapelate sue notizie né ai familiari né ai media. La notizia del suo arresto è stata divulgata successivamente dall’ Egyptian Initiative for Personal Rights (associazione umanitaria dove lavorava in qualità di ricercatore), il 9 febbraio.

I capi d’accusa formulati nel mandato d’arresto sono: minaccia alla sicurezza nazionale, incitamento alle proteste illegali, sovversione, diffusione di false notizie, propaganda per il terrorismo. Secondo i mezzi d’informazione governativi egiziani, Zaki sarebbe attivo all’estero per fare una tesi sull’omosessualità e per incitare contro lo stato egiziano.

Oggi, Zaki,  si trova ancora in carcere, e non si intravede una fine per le sofferenze di questo giovane ragazzo.

Ali per Zaki nasce a Vicopisano, un piccolo comune in provincia di Pisa. La commissione Pari Opportunità vuole lanciare un messaggio di solidarietà e coinvolge l’artista Daria Palotti. 

Le ali sono il simbolo della libertà. Una libertà che Daria, confrontandosi con questo tema, ricerca in modo assoluto, totalizzante, creando delle ali che richiamano con i loro colori ad un’esplosione di vita. Come se quest’esplosione potesse finalmente liberare Patrick.

Il passaggio alla fase successiva del progetto è rapido: chiunque dovrebbe poter avere la possibilità di contribuire, di disegnare delle ali per aiutare spiritualmente Zaki a fuggire dalla sua prigionia. E così, inaspettatamente, Comune dopo Comune, scuola dopo scuola, l’iniziativa cresce e raccoglie le adesioni delle Università di Pisa e di Bologna, e, infine, di Amnesty Italia. 

Oggi noi vogliamo raccontarvi come centinaia di persone, provenienti da paesi, città, regioni e nazioni diverse, si sono uniti per lanciare un messaggio forte, insieme: libertà per Patrick Zaki!

Secop Talk | Issue 07 | Energia pulita e accessibile

#michiamocaterina

Una rubrica ideata da Secop Lab, progetto di Secop Edizioni

Settimo obiettivo dell’agenda 2030 viene adottato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015: garantire l’accesso ad un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti.

Ma cosa significa energia sostenibile?

Abbiamo affrontato il tema nell’articolo di Lorenzo Baronti che Caterina ci illustra in una nuova puntata di Secop Talk.

Energia pulita ed accessibile: qual è la realtà in Italia?

L’energia sostenibile

Uno degli obiettivi per lo sviluppo sostenibile (SDG) dell’Agenda 2030, adottata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2015, è l’SDG numero 7, che invita a “garantire l’accesso a un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti”. L’energia è al centro dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, così come è posta in evidenza negli Accordi di Parigi sui cambiamenti climatici. Garantire l’accesso ad un’energia economica, affidabile, sostenibile e moderna per tutti aprirà un nuovo mondo di opportunità per miliardi di persone, attraverso opportunità economiche e posti di lavoro, per donne, bambini e giovani più emancipati, per una migliore istruzione, per la salute di tutti e per comunità più eque, inclusive e più improntate ad una maggiore protezione e resilienza al cambiamento climatico.

Ma cosa intendiamo nello specifico quando parliamo di “energia sostenibile”? Parliamo di energia rinnovabile, conveniente e inclusiva.

  • Rinnovabile per ottenere un approvvigionamento energetico che sia sostenibile, una caratteristica fondamentale è quella della rinnovabilità. La provenienza della fonte energetica non deve essere la causa di danni ambientali che superano la resilienza dell’ambiente circostante è necessario perché si rinnovi costantemente da una fonte di energia naturale. Un esempio lampante sono i pannelli solari;
  • Conveniente La sostenibilità ambientale non basta da sola, è importante, infatti, che l’installazione e la manutenzione dei sistemi energetici rinnovabili abbiano un costo contenuto. Se i prezzi del rinnovabile superassero di molto quelli dei metodi classici di approvvigionamento fossile, non sarebbero sostenibili per i cittadini che ne usufruiscono, tantomeno per le aziende che li producono;
  • Inclusiva Anche la sostenibilità sociale è un punto chiave per l’energia se, ad esempio, un parco eolico o solare riducesse lo spazio ai luoghi di socialità, o complicasse gli spostamenti in un piccolo centro abitato, la riduzione dell’impatto ambientale comporterebbe un danno sociale, aumentando il peso del disagio e diventando un difetto piuttosto che un vantaggio

È, quindi, importante che l’obiettivo di sviluppo sostenibile numero 7 venga portato avanti soddisfacendo questi requisiti: ognuno di essi è necessario, ma non sufficiente per garantire uno sviluppo sostenibile in termini energetici. 

Purtroppo, al giorno d’oggi,  facciamo ancora moltissimo affidamento sulle fonti di energia fossile, come le centrali nucleari, sia a livello globale che a livello nazionale. Così si creano incredibili danni ambientali per via del necessario smaltimento delle scorie prodotte. Come abbiamo approfondito qualche articolo fa, gli scarti nucleari vengono interrati creando gravi disagi ambientali e sociali.

Fortunatamente, però, in tutta Europa i governi si stanno mobilitando per effettuare una transizione verso fonti di energia rinnovabili, anche grazie all’implementazione del New Green Deal europeo.

L’espansione in Italia

Più in particolare, in Italia, le fonti di energia rinnovabile stanno vedendo una rapida espansione, le fonti di energie rinnovabili, come parchi eolici o solari, aumentano sempre di più.

Anche  il mercato sta cambiando rotta verso scelte più ecosostenibili.

Sia le piccole-medie imprese che le grandi compagnie in Italia stanno puntando verso la distribuzione di energie provenienti da fonti naturali, riducendo di molto la produzione energetica da combustibili fossili.

Ad oggi le fonti di energia alternativa nel nostro Paese, grazie a importanti investimenti e allo sviluppo di nuovi impianti, hanno permesso di soddisfare più del 36% della domanda di energia elettrica.

Investimenti e risultati importanti

Gli investimenti a favore di energie rinnovabili hanno fatto apparire un obiettivo piuttosto chiaro: decarbonizzare l’economia, raggiungere gli obiettivi del Piano governativo per l’energia e il clima (Pniec), e perseguire il Green Deal Europeo. 

Un piano economico che, secondo Confindustria Energia, mobiliterà 110 miliardi di euro di investimenti da qui al 2030.

Giuseppe Ricci, presidente di Confindustria Energia, evidenzia che «nella difficile situazione economica causata dall’attuale emergenza sanitaria, gli investimenti in infrastrutture energetiche rappresentano per l’Italia un’opportunità di ripresa economica post coronavirus».

A trainare il piano economico sono, infatti, le fonti di energia rinnovabili, un settore in crescita esponenziale già da diversi anni. L’Irena, Agenzia internazionale dell’energia rinnovabile, ha stimato lo scorso mese che quasi il 75% della nuova capacità di produzione elettrica, installata nel 2019, è rinnovabile. 

Ad oggi le fonti di energia rinnovabili forniscono in totale più di un terzo dell’elettricità mondiale e la costruzione di centrali elettriche a combustibili fossili è in calo in Europa e negli Usa. 

Il piano economico per la ripresa del Paese durante la Fase 2 (2020) ha puntato in particolare su impianti solari ed eolici, fonti di energia che nel 2019 hanno occupato rispettivamente il 55% ed il 34% di tutte le rinnovabili e di cui è previsto un incremento del 30% nei prossimi mesi. Gli investimenti sulle fonti di energia fossili,  invece, verranno ridotti del 25%, grazie a provvedimenti già attuati nei mesi precedenti.

La chiave di questa scelta “green” consiste nell’inesauribilità e nell’indipendenza energetica. Se in alcuni casi la produzione di idrocarburi si rivela più economica, rimane comunque un dato incerto nel lungo periodo ed il costo di importazione non potrà che aumentare nei prossimi anni. Le fonti rinnovabili, invece , assicurano un approvvigionamento inesauribile di energia e permettono la riduzione dei costi di rifornimento nel lungo periodo.

Gli impianti di produzione energetica saranno, infatti , realizzati all’interno dei confini nazionali, eliminando i costi d’importazione.

L’indagine di Confindustria Energia prevede che, grazie allo sviluppo del settore energetico rinnovabile, vedremo presto un incremento occupazionale di 135 mila posti di lavoro annui, necessari per la costruzione e la digitalizzazione degli impianti energetici.

Il totale degli investimenti raggiungerà i 350 miliardi solamente durante il primo periodo di costruzione, con ricadute positive sul Pil dello 0,8% nei prossimi dieci anni. 

Una linea politica in campo economico più “verde” potrebbe rivelarsi la migliore alleata dell’economia nazionale. Già nel 2018 l’Economia Circolare in Italia contava 88 miliardi di fatturato, raggiungendo l’1,5% del valore aggiunto nazionale, con un numero di lavoratori impegnati nel settore pari a 575 mila.

L’Italia è, ormai, affermata come tassello fondamentale per il piano di investimenti “green” nell’area del Mediterraneo, dove viene indicata, proprio dall’ Osservatorio Mediterraneo dell’Energia,  come il miglior traino per favorire un’accelerazione verso una transizione energetica sostenibile.

Tra distruzione e salvezza

Le due facce della soia

Circa cinquemila anni fa veniva coltivata per la prima volta in Cina il “Ta Teou”, letteralmente “grande fagiolo”, una tra le cinque piante sacre per l’Impero cinese.
In seguito alla sua esportazione nell’800, in America ed Europa, la soia avrebbe conosciuto il più grande impiego mai esistito per un semplice legume, in tutto il mondo. Una semplice legume che da sempre si è saputo distinguere, grazie alla sua interessante duttilità, tanto da vederne la trasformazione in svariati prodotti: da latte a yogurt, da farina a sostituti della carne, fino alla sua trasformazione in cera.

Ma cosa si nasconde dietro la sua produzione?

È possibile che sia ritenuto responsabile di gran parte dell’inquinamento globale?

Lo sfruttamento nella produzione della Soia

Dalla sua scoperta fino ad oggi, la così grande richiesta di soia e la sua larga coltivazione hanno portato a catastrofiche conseguenze.

Come sempre, l’uomo non ha mezze misure: o tutto o niente.
È proprio seguendo questa politica di pensiero, e ovviamente di mercato, che l’uomo non ha potuto non sfruttarne la coltivazione, ottenendo con una minima spesa, una massima resa.
Dal 2000 ad oggi la produzione di soia si può dire raddoppiata, raggiungendo i 210 milioni di tonnellate prodotte. Ciò ha comportato la conversione di vari terreni in luoghi adatti alla sua coltivazione.

Se nel 1995, 18 milioni erano gli ettari destinati a questa pratica nel Sudamerica, nel 2005 ne sono risultati necessari 40 milioni: tutto in soli dieci anni.

Un esempio è la foresta Atlantica situata tra Brasile, Argentina e Paraguay, che nel giro di 40 anni si è ridotta al 7% rispetto allo stato iniziale, oppure nel Cerrado, dove la Savana Brasiliana,  ad oggi è stata attestata solo al 20% rispetto ai 200 milioni di ettari che la caratterizzavano in principio.

Nell’ articolo “Salute e benessere” abbiamo visto come, per soddisfare i bisogni e le esigenze di pochi, molti sono coloro obbligati a piegarsi e farsi schiavi del Sistema.

Nei principali Paesi produttori come Brasile, Argentina e USA, la produzione di questo legume è causa di squilibri sociali, economici ed ecologici.

Chi finanzia la produzione si ritrova tra le mani una miniera d’oro, ma a quale prezzo?

Mentre qualcuno si arricchisce, qualcun altro perde tutto. Quest’ultimi sono denominati i “ Senza Terra”.

Con la creazione di nuovi campi vengono, di fatto, violati i diritti essenziali di famiglie, di comunità indigene e di piccole attività; senza contare che, molto spesso, a queste persone non viene richiesto di mettersi a servizio della catena di produzione.

Grazie alla tecnologia e all’alto grado di meccanizzazione, a svolgere la maggior parte dei processi sono le macchine, in tal modo per 170/200 ettari di terreno, risulta necessario un solo lavoratore. Rimangono, quindi, disponibili i lavori stagionali, i cui sinonimi sono sfruttamento e retribuzione irrisoria, se non, addirittura, casi di lavoro forzato.

Tra OGM e Qualità

Il nostro Paese si è sempre distinto per una particolare attenzione alla tutela della qualità dei prodotti.
Proprio per questo motivo, l’Italia può essere considerata a tutti gli effetti un Paese OGM-free, il che significa che non possono essere modificati, in alcun modo, i geni delle materie prime per poterne aumentare le proprietà o la produzione. Dovremmo essere fieri della nostra qualità, tanto che, forse un giorno, arriveremo anche ad avere soia con certificazione di qualità.

Dotare la soia di un marchio di qualità significa avere a disposizione un disciplinare nel quale sono contenuti tutti i passaggi per la sua produzione: una lente d’ingrandimento per fare chiarezza sul prodotto che stiamo consumando.

Eppure è proprio qui che si pone il problema.

Non produrre OGM significa anche non riuscire a sopperire alla domanda, e molto spesso ne consegue l’utilizzo di materie prime proveniente da altri Paesi, per i quali questa qualità non può essere generalmente attestata.

La domanda di soia è in costante aumento e quella prodotta in Italia è troppo poca per soddisfare questa esigenza.

The Butterfly Effect

Da grande consumatrice di prodotti derivanti dalla soia, spesso capita di ritrovarmi al centro di dibattiti in cui mi si mostrano gli effetti della sua produzione.
Ovviamente, questi dati non vengono mai approfonditi e, in questo modo,  si rischia di non riuscire a sensibilizzare laddove necessario. 

Facendo riferimento ad una produzione globale, l’85% della soia prodotta è destinata all’alimentazione animale, mentre solo il 6% al nostro consumo.
È, quindi, importante considerare anche che il particolare incremento di consumo di carne, in questi ultimi anni ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo di questo mercato e, di conseguenza, nello sviluppo dello sfruttamento e dell’inquinamento.
All’interno di questo discorso potremmo inserirci altre particolari considerazioni sulle coltivazioni di diversi cereali, come ad esempio il mais: anche questo è destinato per l’85% al consumo animale, per il 10% alla produzione di energia ed infine, solo il 5% per la nostra alimentazione.

Povertà e malnutrizione sono da sempre presenti nella nostra storia, ma se prima non c’erano le risorse materiali necessarie, oggi, che queste risorse sono concrete e in abbondanza, decidiamo consapevolmente di precluderne il consumo ad un’importante fetta della popolazione globale.

Ancora una volta dimostriamo di inneggiare alla fratellanza, ma indossando la maschera del nemico.

Ancora una volta decidiamo di distruggere, piuttosto che salvare.

Un diritto essenziale

Il sesto obiettivo dell’Agenda 2030 è garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

L’acqua è un bene di prima necessità, un diritto umano, nonché fattore determinante per un adeguato sviluppo sociale, economico e ambientale.

A livello sociale l’acqua è una risorsa essenziale per garantire lo sviluppo di una società, tanto che per le antiche Civiltà garantire l’accesso a questo servizio è stato sempre un atto di primaria importanza. 

La Dichiarazione Universale dei diritti Umani recita: “L’acqua è un diritto essenziale per la vita umana”, eppure nonostante ciò non è accessibile per tutti.

Ad oggi, secondo lo studio “Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities”, circa 2,2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono di un accesso all‘acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per semplici e indispensabili comportamenti igienici.

Alla risoluzione di quest’obiettivo deve essere data priorità, in quanto lo stress idrico a cui i paesi moltissimi Paesi sono sottoposti. Il 25% della popolazione mondiale vive in aree ad altissimo stress: è la fotografia scattata dall’ultimo aggiornamento del Aqueduct Water Risk Atlas, la mappa che mette in rapporto la disponibilità idrica in 189 nazioni rispetto alle comunità che le abitano stilata dal World Resources Institute (WRI).

Secondo WRI, la zona più colpita è l’India, dove la sesta città per numero di abitanti, Chennai, nel 2018 è rimasta senza acqua. L’India, con 1,3 miliardi di abitanti, è classificata 13esima nella classifica dello stress idrico ed è anche a rischio estremamente elevato. 

“Lo stress idrico è la più grande crisi di cui nessuno parla”, ha dichiarato Andrew Steer, amministratore delegato della WRI.

Tra i 17 Paesi che vivono il rischio maggiore di stress idrico c’è San Marino. E l’Italia al 44esimo posto, con un grado di gravità elevato.

Chennai, in India, è rimasta pressoché senz’acqua © Arun Sankar/Afp/Getty Images

Un problema di tutti

Questo tema può essere affrontato da diverse prospettive, ma mi soffermerò sul tema che la Dichiarazione Universale dei diritti Umani introduce. Quando si tratta questo tema il primo pensiero va agli Stati del Terzo Mondo, dove a causa della povertà e della collocazione geografica, l’acqua è un bene esclusivo.
Ma come viene regolamentato nei cosiddetti Paesi Sviluppati l’accesso a questa risorsa fondamentale?

La gestione Europea

L’UE affronta questo tema con la Direttiva Quadro 2000/60/CE. I suoi principi di base sono:

  • L’acqua non è un bene commerciabile come gli altri e va protetto e difeso conseguentemente.
  • L’acqua è un bene pubblico trasversale ai vari segmenti di attività e dovrebbe essere gestito in un ciclo integrato.
  • Gli Stati membri devono impegnarsi nella realizzazione di programmi di partecipazione pubblica attiva con consultazioni e coinvolgimento della comunità (ONG, cittadini ecc.).
  • Deve essere introdotto il modello di gestione e controllo dei costi “full cost recovery” per garantire l’accessibilità del bene a prezzi ragionevoli in garanzia delle fasce sociali più deboli.

In Italia le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico.
In base al decreto-legge n. 112 del del 2008 (art. 23-bis, co. 5), però, la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati.
In Germania, secondo i dati di EurEau, quasi il 40% della fornitura idrica è sotto una gestione pubblica delegata: l’ente pubblico nomina una società controllata direttamente dall’ente pubblico per la gestione della rete idrica, che è di proprietà dello Stato. Il restante 60% invece, è sotto gestione privata delegata.
Nel Regno Unito, la gestione dell’acqua cambia tra le singole nazioni.
In Inghilterra e Galles, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione privata diretta: la gestione e, a differenza dell’Italia, anche la proprietà delle reti idriche sono affidate a società private.
Le tariffe, però, hanno dei limiti che sono imposti dalla Water Services Regulation Authority (Ofwat), che è un ente governativo, indipendente, con il compito di controllare e regolamentare l’operato dei privati.
In Scozia e Nord Irlanda, invece, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione pubblica delegata.
Anche in Francia e Spagna le reti idriche sono esclusivamente di proprietà dello Stato e vige un mix tra tre sistemi di gestione: pubblica diretta, pubblica delegata e privata delegata.

La gestione U.S.A

Come per la maggior parte del mondo anche per gli Stati Uniti l’assetto è prevalentemente pubblico o a maggioranza pubblica. È proprio l’ente pubblico che individua una società/azienda (spesso controllata direttamente) che si dovrà occupare della gestione. Rimane, però, pubblica la proprietà delle Infrastrutture. La gestione privata in questo caso è di minoranza. 

Gli Stati Uniti evidenziano un problema che è simbolo di un sistema sbagliato di approccio alla gestione idrica.
Milioni di cittadini sono vessati dai costi delle bollette in aumento, in 12 città degli Stati Uniti il prezzo combinato dell’acqua e delle acque reflue è cresciuto in media dell’80% tra il 2010 e il 2018, con oltre 2 persone su 5 che vivono in quartieri con bollette insostenibili.
Questi dati si giustificano con l’invecchiamento delle infrastrutture, le pulizie ambientali, i cambiamenti demografici e l’emergenza climatica alimentano aumenti esponenziali dei prezzi in quasi ogni angolo degli Stati Uniti.

Una ricerca del The Guardian ha rilevato che tra il 2010 e il 2018 le bollette dell’acqua sono aumentate di almeno il 27%. L’incremento più elevato è stato del 154% ad Austin, in Texas, dove la bolletta media annuale è passata da $ 566 nel 2010 a $ 1.435 nel 2018, nonostante gli sforzi di mitigazione della siccità con conseguente riduzione del consumo di acqua.

I finanziamenti federali per i sistemi idrici sono diminuiti del 77%, i progetti di manutenzione e pulizia sono stati rinviati dai servizi pubblici, il che ha contribuito all’attuale crisi delle infrastrutture e all’insorgere al problema dell’acqua tossica. Questo aiuta a spiegare perché più di 6 miliardi di dollari di acqua vengono persi ogni anno, secondo gli analisti del settore Bluefield Research.

Riciclo dell’Acqua

Oggi nei paesi occidentali la maggior parte delle acque reflue viene lavorata affinché non sia pericolosa, e successivamente può essere scaricata nel mare o nei fiumi. Ma basterebbe migliorare il processo di lavorazione per poterla riutilizzare anche come acqua potabile.Magari basterebbe semplicemente inviarla a un secondo ed eventualmente a un terzo impianto di depurazione (dopo quello classico), affinché venga trattata con agenti biologici, fisici o chimici in grado di depurarla del tutto. Da lì potrebbe essere reimmessa nel sistema degli acquedotti, oppure scaricata nei mari, nei laghi e nei fiumi, ma con un grado di purezza che la renderebbe indistinguibile da quella di sorgente, con evidenti vantaggi per l’ambiente, per la salute umana e soprattutto per i corsi di acqua dolce.

Tuttavia, quando si parla di acqua riciclata è importante lavorare molto sulla comunicazione, in quanto, in passato, alcuni progetti sono stati ostacolati fortemente dalla popolazione, manovrata con false informazioni e diffamazione da parte della stampa, come accaduto ad esempio in America e in Australia, dove nel 2006, nonostante una profonda siccità, era stato bloccato un progetto di riciclo delle acque che avrebbe consentito l’approvvigionamento di almeno il 30% del fabbisogno idrico della zona. La popolazione era insorta a tal punto che il progetto venne considerato da adottare solo in casi di estrema emergenza. La corretta informazione e la sensibilizzazione della popolazione, per fare in modo che progetti sempre più innovativi abbiano davvero successo, diventa, quindi, essenziale.

SDG 5 – Uguaglianza di genere

Quanti di noi ogni giorno giustificano atteggiamenti tossici perché possiedono il velo di familiarità e di sedimentato che porta con sé il concetto di norma? Quanto siamo indietro con il processo di sviluppo umano e sociale?

I dati ci danno una chiara risposta: molto e sarà così per almeno altri 108 anni dal punto di vista della disuguaglianza di genere. 

Dalla prima rilevazione avvenuta nel 2006 da parte del Global Gender Gap, il gap di genere (divario tra condizione di vita m e f) si è ridotto solo del 3,6% ma il peggioramento della condizione femminile per circa il 38% dei Paesi indagati è stato considerevole.

Disparità di genere: l’esperienza di chi non ne era conscia

Da bambina non ero al corrente di essere venuta al mondo con una innata discrepanza di genere. La disparità in cui vivevo mi veniva manifestata soprattutto nel luogo che dovrebbe essere il porto sicuro dei più piccoli: la scuola. 

Alle elementari il pomeriggio veniva gestito con attività ricreative: calcio, classe, giardino, tre gruppi in cui finivi casualmente. Sempre casualmente, io finivo nel gruppo calcio, io ballerina classica. 

Nel campetto da calcio vivevo i miei primi momenti di ostruzione di genere: “ragazzi fate le squadre”,“ragazze guardateli giocare”.
In quei pomeriggi assistevo anche alla prima femminista della mia vita: Valentina.
Amava il calcio e stare sullo stesso piano dei miei compagni, non accettava di stare in panchina, non voleva rispettare l’idea che il suo genere, socialmente impostato, si portava dietro. Così, a me non restava che guardare la sua personale e piccola rivoluzione, mentre mi nascondevo dietro un pino e giocando mi creavo delle storie. Ecco il motivo per cui Valentina gioca ancora a calcio mentre io ne sto scrivendo.

Valentina è stata la prima, nella mia vita, a dire “Non mi va di essere un gradino sotto, non mi piace la condizione in cui mi hanno messa.”

Gli ambienti in cui la disuguaglianza è accentuata sono sociale, economico e lavorativo

Rich and poor people with different salary, income or career growth unfair opportunity. Concept of financial inequality or gap in earning. Flat vector cartoon illustration isolated

È forse la stessa cosa che pensano le 12 milioni di bambine nel mondo che ogni anno si sposano prima di aver compiuto 18 anni: secondo Save the Children infatti il punto di snodo tra la giovane età e il matrimonio precoce sarebbe l’istruzione, bambine non istruite sono portate a fare questa scelta per la paura di rimanere gravide prima del matrimonio, per pressione familiare, per trovare stabilità economica. 

La condizione socialmente imposta di inferiorità si manifesta anche nell’immediato più vicino a noi.

Notiamo come una donna in Italia guadagni tra i 2500/9000 euro in meno rispetto ad un parigrado uomo (Pay Gender Gap), come una donna al supermercato, secondo stime del Times, Independent e Guardian, paghi circa il 40% in più rispetto ad un uomo: spicca il rincaro nei prodotti studiati appositamente per il sesso femminile. Pagherebbero in media dal 37 al 50% in più. Alcuni esempi? Una confezione da 8 rasoi femminili 2 sterline, 10 rasoi usa e getta marca Bic 1 sterlina; una penna Bic “per lei” una sterlina in più rispetto alla base; i jeans Levi’s 501 segnano addirittura un rincaro del 46% nella versione femminile. 

L’Italia è infatti penultima nella partecipazione femminile al mercato del lavoro: il nostro paese non sostiene le lavoratrici madri, circa il 73% delle dimissioni volontarie nel 2017 sono appunto di neomamme, solo una donna su due in età lavorativa è attiva, solo il 28% delle posizioni dirigenziali sono ricoperte da donne.  

In aggiunta a tutto questo c’è scontento nella scelta di percorso di studi: le donne sono demotivate a scegliere carriere nelle discipline matematiche perché la scelta sarebbe da alcuni etichettata come “poco femminile”, da ciò la segregazione ad alcuni ambiti di studio vincolati.

Possiamo consolarci se pensiamo che non siamo a soli ad essere rimasti indietro: possiamo però sconsolarci se scoprissimo che Paesi molto vicini (Francia, Belgio, Lussemburgo) applicano, secondo una relazione della Banca Mondiale, le stesse norme per uomini e donne.

Ecco allora spiegato perché le donne possiedono circa l’1% del patrimonio mondiale, occupano meno del 5% dei ruoli di capo di stato e ministri ma si fanno carico del 60% complessivo delle ore lavorative, pur guadagnando solo il 10% del reddito totale. (Jackson Moller Sorensen – Relazioni Internazionali, approf. Di Pererson/Runyan). 

Di fronte a tutto questo è impensabile che il cambiamento partirà proprio dagli ambiti tecnici e lavorativi: è necessaria una riforma mentale e sociale, il motto formulato dall’attivista nigeriana igbo Chimamanda Ngozi Adichie “we should all be feminists” nel suo saggio ha ora urgenza di diventare norma. 

La nuova ondata del femminismo: verso un’uguaglianza totalizzante e contro la norma

Eppure oggi è difficoltoso parlare di femminismo, specie agli adulti o in chi è sedimentata quest’ottica di disparità: è come voler parlare di fisica quantistica a chi non studia un problema matematico dal liceo, non ci capiremmo, ecco allora che guardiamo allo stesso mondo con due paia diversissimi di occhiali, siamo due tipi di ciechi differenti. 

Appare fondamentale il contributo che sta arrivando in questi ultimi tempi, in piena quarta ondata femminista dopo il movimento ME TOO, dal punto di vista comunicativo: tra gli studiosi spicca la scrittrice Michela Murgia che ha parlato della violenza contro le donne (dato sempre più preoccupante, circa il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza) ma secondo un ampio spettro: essa non comincerebbe dai gesti estremi di percosse o uccisione, prima del contatto fisico essa “è una cultura che attraversa tutti i contesti della vita di una donna.                                                                                                           

“È nel controllo su ogni aspetto del tuo vivere quotidiano, è nell’importi scelte in base al tuo sesso / Ti lavora accanto tutte le volte che cancellano la tua professionalità e ti chiamano ragazza mentre ai tuoi colleghi spetta il titolo di studio o chiamano te per nome e loro per cognome, negandoti l’identità sociale.”  (M. Murgia, 2020)           

Sulla stessa linea di pensiero troviamo la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno col suo saggio “Femminili Singolari. Il femminismo è nelle parole” in cui disgrega l’impronta maschilista dietro alle convinzioni linguistiche italiane in particolare nel mondo delle professioni. 

Il linguaggio che conosciamo è atavico e machista, da qui il bisogno di riappropriarsi delle giuste rideterminazioni e un uso più consapevole e inclusivo delle parole, con un problema principale che nasce dalla maggiore credibilità e valore che si danno ai corrispondenti termini al maschile.

Nel secolo scorso la questione era stata affrontata da alcuni intellettuali francesi che nell’ambito dell’ecriture inclusive consideravano disdicevole che “rectrice” ricordasse il retto intestinale “rectal” o ancora ecrivaine rimasse con “vaine” vano. Si ponevano quindi in un atteggiamento amichevole nei confronti delle donne: decidevano di eliminare dal vocabolario la giusta versione al femminile per proteggerci, ignorando che già all’epoca del convivio Dante parlava di “rettrice”. 

Come dunque testimoniano anche alcune popolazioni primitive in cui il potere è assegnato alla figura femminile il relativismo culturale è presente e non sono le differenze biologiche a determinare i condizionamenti culturali, viviamo per modelli e ruoli prestabiliti che le donne moderne non accettano più di incarnare.

ASviS, lo sviluppo sostenibile in Italia

Cos’è ASviS

Il 3 febbraio del 2016, su iniziativa della Fondazione Unipolis e dell’Università di Roma “Tor Vergata”, nasce ASviS, l’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile con l’obiettivo di far crescere nella società italiana, nei soggetti economici e nelle istituzioni, la consapevolezza dell’importanza dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile e per mobilitarli, allo scopo di realizzare i 17 SDG’s. Questa straordinaria opera di sensibilizzazione deve essere accompagnata da uno sforzo comune ben organizzato, è necessario quindi che l’insieme della società civile, le parti sociali e le autorità pubbliche trovino forme efficaci di collaborazione, superando i particolarismi.

La situazione in Italia

Ogni anno ASviS pubblica un rapporto che, oltre a fornire aggiornamenti sull’impegno della comunità internazionale per l’attuazione dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, si focalizza sul contesto nazionale. Confrontando il rapporto del 2019 con il rapporto 2020 purtroppo non si notano evidenti miglioramenti riguardo l’impegno dell’Italia per lo sviluppo di una cultura della sostenibilità, anzi la situazione è in evidente peggioramento. 

Ma cerchiamo di capire cosa non è andato.

La figura di Enrico Giovannini

Ex presidente dell’Istat ed ex ministro del Lavoro del Governo Letta, Enrico Giovannini è il co-fondatore e portavoce di ASviS dal 2016. Nel suo incarico con l’alleanza si è sempre occupato di sostenibilità ed è lui ad aver descritto la delicata situazione italiana nei vari rapporti ASviS annuali.

Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l'evento Diplomazia per l'Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019.  ANSA/ALESSANDRO DI MEO
Enrico Giovannini, portavoce Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, durante l’evento Diplomazia per l’Italia sicurezza e crescita in Europa e nel mondo, Roma 24 luglio 2019. ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Rapporto 2020

Giovannini si è espresso duramente nel report 2020: “Abbiamo perso 5 anni su 15 per attuare l’Agenda 2030. L’accordo del 2015 non è stato preso abbastanza seriamente dalla classe dirigente, dalla politica e dall’opinione pubblica e così l’Italia mancherà molti dei target fissati al 2020. La crisi in corso rischia di allontanarci dal sentiero verso l’Agenda 2030, ma la scelta dell’Unione europea a favore dello sviluppo sostenibile consente di cambiare direzione.

È evidente che la crisi rende più difficile il cammino verso la sostenibilità. L’Italia non ha rispettato gran parte degli impegni al 2020 dell’Agenda 2030 e la crisi incide negativamente su 9 obiettivi su 17. Nel 2020 peggiorano povertà, alimentazione, salute, istruzione, parità di genere, occupazione, innovazione, disuguaglianze, partnership, mentre migliorano i dati relativi all’economia circolare, la qualità dell’aria e i reati. L’ASviS avanza numerose proposte non solo su come orientare il “Piano di ripresa e resilienza” e i fondi nazionali, ma anche su come costruire una nuova governance delle politiche pubbliche, per aumentare la loro coerenza in nome del principio di giustizia intergenerazionale”.

L’Italia verso un futuro realmente sostenibile

Giovannini il 13 febbraio 2021 è stato nominato dal nuovo governo tecnico Draghi, Ministro delle infrastrutture e dei trasporti. Il Neo Ministro ha chiarito la sua linea di pensiero riguardo la situazione attuale e futura del nostro paese, in una lettera rivolta ai dipendenti del Mit.

“La crisi economica, sociale ed ecologica sono facce diverse di un problema comune legato all’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, che quindi va mutato secondo le linee indicate anche dall’Unione europea. Tale processo richiede un cambiamento culturale e politico profondo e tutti abbiamo la responsabilità di renderlo possibile e visibile. È un momento storico per il Paese che, grazie al nuovo corso dell’Unione europea, ha l’occasione irripetibile di riprogettare il proprio futuro guardando avanti con una visione più ampia. E a questo Ministero è chiesto di essere al centro della trasformazione.

Considerando l’approccio sbagliato e i conseguenti errori commessi dall’Italia in passato, il sopracitato intervento fa ben sperare in un’ottica di vero sviluppo sostenibile del nostro paese. 

Per maggiori informazioni visita il sito di ASviS.