Obiettivo lavoro dignitoso e crescita economica: cosa si può cambiare?

Covid-19 e lavoro

Se c’è una cosa su cui la pandemia di Covid-19 ci fa riflettere è sicuramente il lavoro: c’è chi l’ha perso; chi l’ha mantenuto con difficoltà; chi ancora oggi ha la possibilità di lavorare e di far lavorare in smart working. Ma non tutti, come è evidente, hanno la possibilità di farlo, perché o è  il lavoro stesso a non permetterlo, come tutti i lavori manuali, o perché è il lavoratore che non ha a disposizione un computer o una connessione internet. Migliaia di persone sono state mandate a casa con la promessa della cassa integrazione. Alcuni ristoranti e bar hanno chiuso definitivamente. L’emergenza sanitaria ha messo sotto i riflettori una macchina che, forse, non funziona più molto bene.

Crescita economica e sviluppo non sono la stessa cosa

L’obiettivo numero 8 dell’Agenda 2030 è esplicitamente quello di garantire una crescita economica duratura. Ma cosa si intende per crescita economica? È un concetto economico che misura la produzione crescente di beni e servizi di una collettività. Si suppone che debba essere sempre in crescita per far fronte al continuo aumento dei bisogni della collettività stessa. Lo sviluppo è invece un miglioramento della qualità della vita, accompagnato da una migliore distribuzione del reddito. Inizialmente anche la nozione di sviluppo era caratterizzata da aspetti puramente economici, ma con il tempo si è allargata, arrivando a comprendere anche aspetti sociali ed economici, come ad esempio i diritti politici e quelli civili. 

Anche se sentiamo spesso la parola sviluppo solo in relazione ai paesi “in via di sviluppo”, anche per gli altri bisognerebbe iniziare a ragionare in termini di sviluppo e non di crescita. Richard Wilkinson e Kate Pickett hanno svolto una ricerca in tutti i principali Paesi sviluppati, pubblicata nel libro La misura dell’anima. Perché le diseguaglianze rendono le società più infelici (Milano, Feltrinelli, 2009). Wilkinson e Pickett hanno dimostrato che società più eque registrano prestazioni migliori in termini di speranza di vita, mobilità sociale e alfabetizzazione. Società diseguali, invece, registrano prestazioni peggiori in termini di malessere sociale, incidenza di malattie mentali, obesità.

Lo sviluppo è, quindi, un concetto più ampio della crescita economica. Se vogliamo davvero cambiare le cose per il meglio, non dobbiamo basare le scelte politiche su fattori unicamente economici. 

La dittatura del PIL

Il Prodotto Interno Lordo è l’indice su cui da decenni i Paesi, e le loro politiche, si basano per misurare il grado di benessere di un paese. Più il PIL è alto e più in quel Paese si vive bene. Ma è veramente così? 

Il PIL misura il valore totale dei beni e dei servizi prodotti in un anno. Dunque, non ci dice niente quindi sullo sviluppo, sulla prosperità o sulla sostenibilità. L’economista considerato l’inventore del PIL, Simon Kuzners, nel 1934 dichiarò al Senato statunitense che “il benessere di una nazione può difficilmente essere dedotto da una misurazione del reddito nazionale”. Robert Kennedy, politico statunitense e fratello di John Fitzgerald Kennedy, nel 1968, dichiarò all’Università del Kansas che il PIL “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”. Kennedy sottolineava il fatto che nel calderone dei beni e dei servizi finiscono anche i costi delle ambulanze o le pubblicità delle sigarette. Il valore cresce anche con la produzione di missili, testate nucleari o armamenti che la polizia usa per sedare le rivolte. 

Martha Nussbaum, filosofa e accademica statunitense, ragiona per assurdo: anche se volessimo misurare la qualità della vita solo in termini monetari, il Prodotto Interno Lordo non è comunque la scelta più consona. Sarebbe più efficace, ad esempio, misurare il reddito familiare medio. Inoltre, insiste Nussbaum, il PIL non tiene conto degli aspetti distribuitivi della ricchezza. In questo modo una nazione con un PIL molto alto potrebbe essere caratterizzata da enormi diseguaglianze. 

Dovremmo, quindi, iniziare a misurare non la produzione, ma il benessere, inteso come un insieme di risorse naturali, salute, istruzione, lavoro, equità, sicurezza economica e capitale umano, sociale e fisico.

Lavoro minorile

Per produrre di più con costi sempre più bassi ci si spinge a conseguenze impensabili: arrivare anche a sfruttare i bambini. Per lavoro minorile si intende un lavoro a cui sono sottoposti minorenni in condizioni di semi prigionia, che li priva di ogni forma di libertà e diritto allo studio, con gravi danni sullo sviluppo psico-fisico. Le ragioni le conosciamo benissimo: i minorenni hanno un costo di manodopera molto ridotto e non hanno bisogno di stipulare nessun tipo di contratto. Non è una novità l’elevato uso di minorenni in ambienti come quello della moda, per fabbricare prodotti da esportare in tutto il mondo. Secondo Save The Children sono 152 milioni i minori tra i 5 e i 17 anni vittime di sfruttamento (dati del 2019). Ancora una volta è l’Africa a riportare i dati peggiori: qui lavorano 72 milioni di minori. Come spiegavamo qualche articolo fa, i Paesi più poveri hanno una popolazione meno istruita. I bambini, spesso, non vanno a scuola per dover lavorare e, non avendo studiato, non hanno altro possibilità che continuare a fare lavori poco dignitosi. È un circolo vizioso difficile da rompere.  Seppur negli ultimi venti anni ci sono stati dei progressi, dice Save The Children, siamo ancora molto lontani dall’obiettivo dell’Agenda 2030: entro il 2025 dovremmo, infatti, porre fine al lavoro minorile in tutte le sue forme, ma se continuiamo così, tra quattro anni ci saranno ancora 121 milioni di minorenni sfruttati.

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