People a dodicimila metri

Viaggiare da Roma Fiumicino è sempre un’ esperienza.

Roma è Roma: la città eterna con tutte le sue sfumature (positive e negative) e con tutto il caos che ne concerne.
Se avete viaggiato da Fiumicino saprete che l’aeroporto principale di Roma non è altro che la città stessa, semplicemente in scala. Viaggiare da Fiumicino è sempre un’ esperienza: puoi aspettarti di tutto, in particolare gli incontri casuali, che, nel bene o nel male, vanno a caratterizzare sempre ogni partenza che faccio dalla capitale italiana. C’è da dire che diversamente da altri, alcuni incontri sono più speciali, anche a livello formativo. Quante volte vi è capitato, per esempio, di viaggiare accanto a una persona e non scambiare neanche una parola (la maggior parte dei casi, immagino) oppure di avere accanto dei bambini che piangono? Bene, l’esperienza che vi sto per raccontare è completamente a sé, perché grazie a questo breve viaggio ho avuto l’opportunità di conoscere un mondo completamente diverso rispetto a quello a cui sono abituato. Per questo, non credo esista una storia più People di questa.
Sono arrivato a Fiumicino circa due ore prima del volo, pronto a tornare in Sardegna, la mia isola natale, per le vacanze di Pasqua. Appena messo piede dentro l’aeroporto ho visto subito Fiumicino in tutto il suo splendore: persone che lanciano le valigie dei propri coniugi, persone che non sanno dove andare e vengono indirizzate a gran voce da parte degli Steward e delle Hostess, persone che ti chiedono 20€ per tornare in Libano e tante altre situazioni analoghe. 


Viaggio solo in corridoio, grazie.

La nostra storia però comincia direttamente all’imbarco del volo per Olbia, dove, dopo aver raggiunto l’aereo, presi posto nel mio sedile sul corridoio dove, essendo una persona che viaggia spesso, attendevo l’arrivo di chi si sarebbe dovuto posizionare nei restanti posti. Dopo circa 20 minuti non prese posto ancora nessuno, di conseguenza cominciai a pensare che probabilmente avrei passato il viaggio da solo, quando d’un tratto mi venne detto che accanto a me si sarebbe seduta una persona ‘particolare’ e con bisogno di assistenza speciale. Era un anziano, con una giacca e uno zaino dell’esercito, aveva una vistosa fasciatura al braccio e il capo chino. Lo aiutarono a sedersi e mi chiesero se potessi dargli un’occhiata lungo l’arco del viaggio. Accettai volentieri e aiutai subito il signore con la cintura di sicurezza. Mi ringraziò e cominciammo a chiacchierare. La sua voce era molto bassa e dovetti impegnarmi particolarmente per cogliere ogni parola ( soprattutto quando parlava simultaneamente agli annunci, che tra l’altro, lo facevano infastidire tantissimo). Mi disse che era un ex ufficiale dell’aeronautica a Copenaghen con svariate ore di volo nella sua carriera, tante prove fisiche e qualche episodio, che a quanto mi disse, era meglio non raccontare in giro, facendomi capire che aveva vissuto il bello e il brutto dell’esercito; mi disse, inoltre, che aveva girato per tanto tempo l’Europa passando anche per Milano e Firenze. Io da persona estremamente curiosa quale sono, cominciai subito con una raffica di domande che lo misero visibilmente in difficoltà, non per la complessità ma per il ritmo con cui arrivavano (ops, colpa mia), ma a cui cercò sempre di rispondere e quando poteva, lo faceva con una domanda a sua volta.


Certe cose non cambiano mai, l’amore è una di queste.

Mi disse che uno dei ricordi più belli della sua carriera da militare erano sicuramente le sue nottate brave in corso Buenos Aires. Tra varie risate mi raccontò episodi vissuti riguardanti soprattutto il cosiddetto ‘fascino della divisa’. Tra un racconto e un altro mi disse che l’unica cosa che conta nella vita è l’amore tra persone in ogni sua forma, fisico e mentale e che certe cose non cambiano mai e l’amore è una di queste; mi fece ragionare molto, effettivamente per lui erano passati circa 70 anni da quei momenti, ma li viveva come se fossero il presente, ricordando i nomi dei locali che aveva frequentato e alcuni dettagli come il colore dei tavolini o delle sedie. Capii dunque che dentro a quell’anziano visibilmente stanco dal viaggio, viveva ancora un giovane che nonostante la sua importante carriera nell’aeronautica lasciò tutto semplicemente per amare la vita, le persone e le esperienze. Iniziai cosi a pormi un’ incredibile serie di domande in completo stile me, la più ricorrente fu sicuramente ‘Ma io la sto amando la vita?’

Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio

Dopo essere stato completamente torchiato dalle mie domande (o forse per lo sforzo fisico di una perla come quella sull’amore), l’anziano signore cadde in un sonno profondissimo; faceva discretamente freddo e vedendolo tremolante gli sistemai la giacca per coprirlo meglio di quanto lui si fosse già coperto. Gli ultimi 15 minuti del volo furono caratterizzati dalle mie risate per le battute di Kevin Hart e da delle occhiate verso di lui per assicurarmi che non avesse problemi; missione che risultò compiuta, anche con uno spavento finale quando il signore decise di svegliarsi e riaddormentarsi nell’arco di trenta secondi, poggiando la testa nel sedile della fila davanti, motivo per cui effettuò l’atterraggio con due cinture di sicurezza: quella dell’aereo e il mio braccio. Arrivati a destinazione, ci stringemmo la mano e ci augurammo di rivederci presto, successivamente ci fu uno scambio di sguardi finale con cui cercò di comunicarmi che forse dovrei amare la vita un pochino di più o magari voleva semplicemente farmi capire che stavo bloccando la fila fermo lì a fissarlo, non lo sapremo mai.

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