SDG 5 – Uguaglianza di genere

Quanti di noi ogni giorno giustificano atteggiamenti tossici perché possiedono il velo di familiarità e di sedimentato che porta con sé il concetto di norma? Quanto siamo indietro con il processo di sviluppo umano e sociale?

I dati ci danno una chiara risposta: molto e sarà così per almeno altri 108 anni dal punto di vista della disuguaglianza di genere. 

Dalla prima rilevazione avvenuta nel 2006 da parte del Global Gender Gap, il gap di genere (divario tra condizione di vita m e f) si è ridotto solo del 3,6% ma il peggioramento della condizione femminile per circa il 38% dei Paesi indagati è stato considerevole.

Disparità di genere: l’esperienza di chi non ne era conscia

Da bambina non ero al corrente di essere venuta al mondo con una innata discrepanza di genere. La disparità in cui vivevo mi veniva manifestata soprattutto nel luogo che dovrebbe essere il porto sicuro dei più piccoli: la scuola. 

Alle elementari il pomeriggio veniva gestito con attività ricreative: calcio, classe, giardino, tre gruppi in cui finivi casualmente. Sempre casualmente, io finivo nel gruppo calcio, io ballerina classica. 

Nel campetto da calcio vivevo i miei primi momenti di ostruzione di genere: “ragazzi fate le squadre”,“ragazze guardateli giocare”.
In quei pomeriggi assistevo anche alla prima femminista della mia vita: Valentina.
Amava il calcio e stare sullo stesso piano dei miei compagni, non accettava di stare in panchina, non voleva rispettare l’idea che il suo genere, socialmente impostato, si portava dietro. Così, a me non restava che guardare la sua personale e piccola rivoluzione, mentre mi nascondevo dietro un pino e giocando mi creavo delle storie. Ecco il motivo per cui Valentina gioca ancora a calcio mentre io ne sto scrivendo.

Valentina è stata la prima, nella mia vita, a dire “Non mi va di essere un gradino sotto, non mi piace la condizione in cui mi hanno messa.”

Gli ambienti in cui la disuguaglianza è accentuata sono sociale, economico e lavorativo

Rich and poor people with different salary, income or career growth unfair opportunity. Concept of financial inequality or gap in earning. Flat vector cartoon illustration isolated

È forse la stessa cosa che pensano le 12 milioni di bambine nel mondo che ogni anno si sposano prima di aver compiuto 18 anni: secondo Save the Children infatti il punto di snodo tra la giovane età e il matrimonio precoce sarebbe l’istruzione, bambine non istruite sono portate a fare questa scelta per la paura di rimanere gravide prima del matrimonio, per pressione familiare, per trovare stabilità economica. 

La condizione socialmente imposta di inferiorità si manifesta anche nell’immediato più vicino a noi.

Notiamo come una donna in Italia guadagni tra i 2500/9000 euro in meno rispetto ad un parigrado uomo (Pay Gender Gap), come una donna al supermercato, secondo stime del Times, Independent e Guardian, paghi circa il 40% in più rispetto ad un uomo: spicca il rincaro nei prodotti studiati appositamente per il sesso femminile. Pagherebbero in media dal 37 al 50% in più. Alcuni esempi? Una confezione da 8 rasoi femminili 2 sterline, 10 rasoi usa e getta marca Bic 1 sterlina; una penna Bic “per lei” una sterlina in più rispetto alla base; i jeans Levi’s 501 segnano addirittura un rincaro del 46% nella versione femminile. 

L’Italia è infatti penultima nella partecipazione femminile al mercato del lavoro: il nostro paese non sostiene le lavoratrici madri, circa il 73% delle dimissioni volontarie nel 2017 sono appunto di neomamme, solo una donna su due in età lavorativa è attiva, solo il 28% delle posizioni dirigenziali sono ricoperte da donne.  

In aggiunta a tutto questo c’è scontento nella scelta di percorso di studi: le donne sono demotivate a scegliere carriere nelle discipline matematiche perché la scelta sarebbe da alcuni etichettata come “poco femminile”, da ciò la segregazione ad alcuni ambiti di studio vincolati.

Possiamo consolarci se pensiamo che non siamo a soli ad essere rimasti indietro: possiamo però sconsolarci se scoprissimo che Paesi molto vicini (Francia, Belgio, Lussemburgo) applicano, secondo una relazione della Banca Mondiale, le stesse norme per uomini e donne.

Ecco allora spiegato perché le donne possiedono circa l’1% del patrimonio mondiale, occupano meno del 5% dei ruoli di capo di stato e ministri ma si fanno carico del 60% complessivo delle ore lavorative, pur guadagnando solo il 10% del reddito totale. (Jackson Moller Sorensen – Relazioni Internazionali, approf. Di Pererson/Runyan). 

Di fronte a tutto questo è impensabile che il cambiamento partirà proprio dagli ambiti tecnici e lavorativi: è necessaria una riforma mentale e sociale, il motto formulato dall’attivista nigeriana igbo Chimamanda Ngozi Adichie “we should all be feminists” nel suo saggio ha ora urgenza di diventare norma. 

La nuova ondata del femminismo: verso un’uguaglianza totalizzante e contro la norma

Eppure oggi è difficoltoso parlare di femminismo, specie agli adulti o in chi è sedimentata quest’ottica di disparità: è come voler parlare di fisica quantistica a chi non studia un problema matematico dal liceo, non ci capiremmo, ecco allora che guardiamo allo stesso mondo con due paia diversissimi di occhiali, siamo due tipi di ciechi differenti. 

Appare fondamentale il contributo che sta arrivando in questi ultimi tempi, in piena quarta ondata femminista dopo il movimento ME TOO, dal punto di vista comunicativo: tra gli studiosi spicca la scrittrice Michela Murgia che ha parlato della violenza contro le donne (dato sempre più preoccupante, circa il 31,5% delle donne italiane tra i 16 e i 70 anni è stata vittima di violenza) ma secondo un ampio spettro: essa non comincerebbe dai gesti estremi di percosse o uccisione, prima del contatto fisico essa “è una cultura che attraversa tutti i contesti della vita di una donna.                                                                                                           

“È nel controllo su ogni aspetto del tuo vivere quotidiano, è nell’importi scelte in base al tuo sesso / Ti lavora accanto tutte le volte che cancellano la tua professionalità e ti chiamano ragazza mentre ai tuoi colleghi spetta il titolo di studio o chiamano te per nome e loro per cognome, negandoti l’identità sociale.”  (M. Murgia, 2020)           

Sulla stessa linea di pensiero troviamo la sociolinguista e scrittrice Vera Gheno col suo saggio “Femminili Singolari. Il femminismo è nelle parole” in cui disgrega l’impronta maschilista dietro alle convinzioni linguistiche italiane in particolare nel mondo delle professioni. 

Il linguaggio che conosciamo è atavico e machista, da qui il bisogno di riappropriarsi delle giuste rideterminazioni e un uso più consapevole e inclusivo delle parole, con un problema principale che nasce dalla maggiore credibilità e valore che si danno ai corrispondenti termini al maschile.

Nel secolo scorso la questione era stata affrontata da alcuni intellettuali francesi che nell’ambito dell’ecriture inclusive consideravano disdicevole che “rectrice” ricordasse il retto intestinale “rectal” o ancora ecrivaine rimasse con “vaine” vano. Si ponevano quindi in un atteggiamento amichevole nei confronti delle donne: decidevano di eliminare dal vocabolario la giusta versione al femminile per proteggerci, ignorando che già all’epoca del convivio Dante parlava di “rettrice”. 

Come dunque testimoniano anche alcune popolazioni primitive in cui il potere è assegnato alla figura femminile il relativismo culturale è presente e non sono le differenze biologiche a determinare i condizionamenti culturali, viviamo per modelli e ruoli prestabiliti che le donne moderne non accettano più di incarnare.

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