Un diritto essenziale

Il sesto obiettivo dell’Agenda 2030 è garantire l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienici di base.

L’acqua è un bene di prima necessità, un diritto umano, nonché fattore determinante per un adeguato sviluppo sociale, economico e ambientale.

A livello sociale l’acqua è una risorsa essenziale per garantire lo sviluppo di una società, tanto che per le antiche Civiltà garantire l’accesso a questo servizio è stato sempre un atto di primaria importanza. 

La Dichiarazione Universale dei diritti Umani recita: “L’acqua è un diritto essenziale per la vita umana”, eppure nonostante ciò non è accessibile per tutti.

Ad oggi, secondo lo studio “Progress on Household Drinking Water, Sanitation and Hygiene 2000-2017 – Focus on Inequalities”, circa 2,2 miliardi di abitanti del pianeta non dispongono di un accesso all‘acqua potabile gestito in sicurezza, ben 4,2 miliardi non possiedono servizi igienici adeguati e complessivamente 3 miliardi non hanno gli strumenti basilari che occorrono per semplici e indispensabili comportamenti igienici.

Alla risoluzione di quest’obiettivo deve essere data priorità, in quanto lo stress idrico a cui i paesi moltissimi Paesi sono sottoposti. Il 25% della popolazione mondiale vive in aree ad altissimo stress: è la fotografia scattata dall’ultimo aggiornamento del Aqueduct Water Risk Atlas, la mappa che mette in rapporto la disponibilità idrica in 189 nazioni rispetto alle comunità che le abitano stilata dal World Resources Institute (WRI).

Secondo WRI, la zona più colpita è l’India, dove la sesta città per numero di abitanti, Chennai, nel 2018 è rimasta senza acqua. L’India, con 1,3 miliardi di abitanti, è classificata 13esima nella classifica dello stress idrico ed è anche a rischio estremamente elevato. 

“Lo stress idrico è la più grande crisi di cui nessuno parla”, ha dichiarato Andrew Steer, amministratore delegato della WRI.

Tra i 17 Paesi che vivono il rischio maggiore di stress idrico c’è San Marino. E l’Italia al 44esimo posto, con un grado di gravità elevato.

Chennai, in India, è rimasta pressoché senz’acqua © Arun Sankar/Afp/Getty Images

Un problema di tutti

Questo tema può essere affrontato da diverse prospettive, ma mi soffermerò sul tema che la Dichiarazione Universale dei diritti Umani introduce. Quando si tratta questo tema il primo pensiero va agli Stati del Terzo Mondo, dove a causa della povertà e della collocazione geografica, l’acqua è un bene esclusivo.
Ma come viene regolamentato nei cosiddetti Paesi Sviluppati l’accesso a questa risorsa fondamentale?

La gestione Europea

L’UE affronta questo tema con la Direttiva Quadro 2000/60/CE. I suoi principi di base sono:

  • L’acqua non è un bene commerciabile come gli altri e va protetto e difeso conseguentemente.
  • L’acqua è un bene pubblico trasversale ai vari segmenti di attività e dovrebbe essere gestito in un ciclo integrato.
  • Gli Stati membri devono impegnarsi nella realizzazione di programmi di partecipazione pubblica attiva con consultazioni e coinvolgimento della comunità (ONG, cittadini ecc.).
  • Deve essere introdotto il modello di gestione e controllo dei costi “full cost recovery” per garantire l’accessibilità del bene a prezzi ragionevoli in garanzia delle fasce sociali più deboli.

In Italia le reti idriche sono di proprietà pubblica ed è vietata la loro vendita a soggetti privati, anche se la società acquirente avesse capitale interamente pubblico.
In base al decreto-legge n. 112 del del 2008 (art. 23-bis, co. 5), però, la loro gestione può essere però affidata a soggetti privati.
In Germania, secondo i dati di EurEau, quasi il 40% della fornitura idrica è sotto una gestione pubblica delegata: l’ente pubblico nomina una società controllata direttamente dall’ente pubblico per la gestione della rete idrica, che è di proprietà dello Stato. Il restante 60% invece, è sotto gestione privata delegata.
Nel Regno Unito, la gestione dell’acqua cambia tra le singole nazioni.
In Inghilterra e Galles, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione privata diretta: la gestione e, a differenza dell’Italia, anche la proprietà delle reti idriche sono affidate a società private.
Le tariffe, però, hanno dei limiti che sono imposti dalla Water Services Regulation Authority (Ofwat), che è un ente governativo, indipendente, con il compito di controllare e regolamentare l’operato dei privati.
In Scozia e Nord Irlanda, invece, i servizi idrici funzionano sotto il modello della gestione pubblica delegata.
Anche in Francia e Spagna le reti idriche sono esclusivamente di proprietà dello Stato e vige un mix tra tre sistemi di gestione: pubblica diretta, pubblica delegata e privata delegata.

La gestione U.S.A

Come per la maggior parte del mondo anche per gli Stati Uniti l’assetto è prevalentemente pubblico o a maggioranza pubblica. È proprio l’ente pubblico che individua una società/azienda (spesso controllata direttamente) che si dovrà occupare della gestione. Rimane, però, pubblica la proprietà delle Infrastrutture. La gestione privata in questo caso è di minoranza. 

Gli Stati Uniti evidenziano un problema che è simbolo di un sistema sbagliato di approccio alla gestione idrica.
Milioni di cittadini sono vessati dai costi delle bollette in aumento, in 12 città degli Stati Uniti il prezzo combinato dell’acqua e delle acque reflue è cresciuto in media dell’80% tra il 2010 e il 2018, con oltre 2 persone su 5 che vivono in quartieri con bollette insostenibili.
Questi dati si giustificano con l’invecchiamento delle infrastrutture, le pulizie ambientali, i cambiamenti demografici e l’emergenza climatica alimentano aumenti esponenziali dei prezzi in quasi ogni angolo degli Stati Uniti.

Una ricerca del The Guardian ha rilevato che tra il 2010 e il 2018 le bollette dell’acqua sono aumentate di almeno il 27%. L’incremento più elevato è stato del 154% ad Austin, in Texas, dove la bolletta media annuale è passata da $ 566 nel 2010 a $ 1.435 nel 2018, nonostante gli sforzi di mitigazione della siccità con conseguente riduzione del consumo di acqua.

I finanziamenti federali per i sistemi idrici sono diminuiti del 77%, i progetti di manutenzione e pulizia sono stati rinviati dai servizi pubblici, il che ha contribuito all’attuale crisi delle infrastrutture e all’insorgere al problema dell’acqua tossica. Questo aiuta a spiegare perché più di 6 miliardi di dollari di acqua vengono persi ogni anno, secondo gli analisti del settore Bluefield Research.

Riciclo dell’Acqua

Oggi nei paesi occidentali la maggior parte delle acque reflue viene lavorata affinché non sia pericolosa, e successivamente può essere scaricata nel mare o nei fiumi. Ma basterebbe migliorare il processo di lavorazione per poterla riutilizzare anche come acqua potabile.Magari basterebbe semplicemente inviarla a un secondo ed eventualmente a un terzo impianto di depurazione (dopo quello classico), affinché venga trattata con agenti biologici, fisici o chimici in grado di depurarla del tutto. Da lì potrebbe essere reimmessa nel sistema degli acquedotti, oppure scaricata nei mari, nei laghi e nei fiumi, ma con un grado di purezza che la renderebbe indistinguibile da quella di sorgente, con evidenti vantaggi per l’ambiente, per la salute umana e soprattutto per i corsi di acqua dolce.

Tuttavia, quando si parla di acqua riciclata è importante lavorare molto sulla comunicazione, in quanto, in passato, alcuni progetti sono stati ostacolati fortemente dalla popolazione, manovrata con false informazioni e diffamazione da parte della stampa, come accaduto ad esempio in America e in Australia, dove nel 2006, nonostante una profonda siccità, era stato bloccato un progetto di riciclo delle acque che avrebbe consentito l’approvvigionamento di almeno il 30% del fabbisogno idrico della zona. La popolazione era insorta a tal punto che il progetto venne considerato da adottare solo in casi di estrema emergenza. La corretta informazione e la sensibilizzazione della popolazione, per fare in modo che progetti sempre più innovativi abbiano davvero successo, diventa, quindi, essenziale.